Due tecnici esperti, uno di Roma e uno di Firenze, ricordano: «Nelle lavanderie e negli ospedali le regole esistevano». Saranno ricevuti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta Covid?
«Le norme contro la biocontaminazione esistevano già. Dieci anni prima della pandemia del 2020». La frase è netta e arriva da chi quelle norme le ha scritte. Due tecnici esperti che, in queste settimane, hanno avviato un’interlocuzione con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19, presieduta dal Senatore Marco Lisei (Fratelli d’Italia), chiamata a fare piena luce sulla pandemia.
Si tratta di Roberto Lombardi, esperto di valutazione del rischio, ai sensi della legislazione di igiene e sicurezza in ambiente di lavoro e in particolare di attuazione delle misure di tutela per il rischio da agenti infettivi ex ISPESL-INAIL-ISS, e di Raffaele Tarchiani, ingegnere e titolare dell’azienda Laundry Supplies a Barberino Tavarnelle Val di Pesa (Firenze).
Sono i co-autori di documenti tecnici pubblicati dagli organismi istituzionali dello Stato che già dal 2000 e dal 2010 dettavano procedure per gestire il rischio biologico in ospedali e lavanderie. Procedure che, dicono, durante il Covid non sono state applicate.
Il profilo dei due esperti
Roberto Lombardi nasce a Roma nel 1954. Laurea in Chimica ad indirizzo biologico. Il suo curriculum è una piccola storia della sicurezza sul lavoro in Italia. Dal 1982 al 1994 lavora nell’industria farmaceutica ed ha incarichi di collaborazione alla ricerca con l’Istituto Superiore di Sanità. Dal 1994 al 2021 entra in ISPESL, poi confluito in INAIL, nel Settore Ricerca e Certificazione. Qui diventa uno dei massimi esperti nazionali di rischio biologico.
Dal 2008 ha incarichi di docenza per il corso di «Epidemiologia, valutazione e gestione del rischio da agenti chimici e biologici» alla Scuola di Specializzazione in Igiene dell’Università Federico II di Napoli ove attualmente espleta ancora attività didattica presso il Dipartimento di Sanità Pubblica. Ha insegnato anche alla Sapienza di Roma, a Pisa e a Chieti.
Ma, soprattutto, è l’uomo delle Linee Guida. Nel 1996 firma le «Linee guida per la valutazione del rischio» nelle strutture del SSN. Nel 2000 redige il documento ISPESL «Il rischio biologico: procedura applicativa per la valutazione del rischio». Sempre nel 2000 firma le «Linee Guida per la scelta e l’impiego di indumenti per la protezione da agenti biologici», cioè i DPI. Nel 2009 coordina gli «Standard di sicurezza e igiene dei reparti operatori».
Nel dicembre 2015 è coautore del «Documento tecnico sulle misure di protezione per il trasporto dei pazienti infetti» emanato dal Ministero della Salute. Nel 2026 viene chiamato nella commissione di aggiornamento dello stesso documento.
Nel 2020, in piena pandemia, è tra gli autori della pubblicazione INAIL «Misure di sicurezza per gli agenti infettivi del gruppo 3 nelle attività sanitarie». Tra la fine di gennaio 2020 ed i primi giorni di febbraio è anche coautore di un documento di indirizzo pubblicato con il logo delle due Società Scientifiche SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici) e HCRM (Hospital Clinical Risk Managers), accreditate presso il Ministero della Salute, sempre inerente le misure di sicurezza da attuare per la gestione della pandemia.
Raffaele Tarchiani è ingegnere e titolare di Laundry Supplies s.r.l., che ha sede alla Sambuca, nel comune di Barberino Tavarnelle (Firenze). Azienda che lavora da anni con il mondo sanitario. Nel 2010 è co-autore, insieme a ISPESL, dei «Criteri di indirizzo per la gestione del rischio biologico in una lavanderia industriale». Un documento di 40 pagine che dettava già tutte le regole per trattare biancheria potenzialmente infetta.
I: gli ospedali. «Il manuale c’era già nel 2000»
Nel 2020 l’INAIL pubblica un documento di indirizzo tecnico normativo che riguarda chiaramente la problematica Covid. Il principale autore dell’INAIL è appunto Lombardi. Il documento è chiarissimo fin dal titolo: per gestire SARS-CoV-2 bisogna applicare il D.Lgs 81/2008 Titolo X e la Direttiva 2000/54/CE sugli agenti biologici.
Il virus viene classificato come «agente biologico del gruppo 3» a trasmissibilità aerea. E per il gruppo 3, scrive l’INAIL, le misure erano già definite: «Le misure di sicurezza per l’impiego degli agenti biologici del gruppo 3 devono essere conformi alla vigente legislazione di riferimento, i.e. d.lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i.».
Cosa prevedeva quella legge già nel 2008? Tutto quello che abbiamo visto nei reparti Covid: valutazione del rischio, DPI di III categoria, maschere FFP2 e FFP3 e se disponibili quelle con certificazione CE per agenti infettivi, tute a tenuta biologica classe 6B, camici monouso, guanti, visiere. E poi: aree in depressione, ricambi d’aria, sistemi di filtrazione HEPA H14, procedure di vestizione e svestizione, disinfezione da selezionare per dimostrazione di efficacia esaminando le verifiche sperimentali eseguite in base alle norme tecniche europee.
In pratica il «manuale» per affrontare un virus trasmissibile per via aerea e ad alta contagiosità esisteva da 12 anni.
Lombardi lo conferma: «Dagli anni ’90 in ISPESL e INAIL abbiamo dato indicazioni su come caratterizzare le misure di sicurezza ed i DPI per agenti infettivi e come selezionarli. Le procedure per la valutazione del rischio biologico nelle strutture sanitarie erano operative da decenni».
II: le lavanderie. «Il rischio lo conoscevamo già nel 2010»
Se negli ospedali il problema erano i camici e le mascherine, nelle lavanderie il problema era la biancheria. Lenzuola, camici, teleria infetta.
E anche qui la risposta dello Stato c’era già. Nel 2010 l’ISPESL pubblica i «Criteri di indirizzo per la gestione del rischio biologico in una lavanderia industriale». Tra gli autori: Roberto Lombardi, Alessandro Ledda e Roberta Curini per ISPESL e Simona Tarchiani e Alessia Maestripieri per Laundry Supplies.
Il documento parte da un assunto che oggi sembra ovvio ma allora andava scritto: «Tutto ciò che è presente in una lavanderia industriale, a partire dalla biancheria da trattare, è potenzialmente contaminato da agenti microbici».
E cosa prescriveva? La valutazione del rischio obbligatoria per legge. La divisione fisica tra «zona sporca» e «zona pulita». L’uso di DPI specifici. Le procedure di sanificazione. La formazione del personale. E, soprattutto, il richiamo alla norma UNI EN 14065:2005 «Tessili trattati in lavanderia – Sistema di controllo della biocontaminazione». Una norma tecnica che serve a garantire che un lenzuolo che esce dalla lavanderia non porti con sé batteri o virus.
«Abbiamo lavorato per anni per far capire come gestire il rischio biologico nelle lavanderie che servono gli ospedali – spiega Tarchiani –. Nel 2010 avevamo già messo nero su bianco chi fa cosa, con quali protezioni e con quali controlli».
III. Le segnalazioni inviate durante la pandemia
Qui la storia si fa politica. Perché se i protocolli c’erano, perché non sono stati usati? Lombardi riferisce di aver inviato durante l’emergenza «indicazioni per mail ai vertici del Ministero e dell’ISS per tutelare tutti in relazione alle vie di esposizione». Metteva a disposizione la sua competenza e i documenti già scritti. «Per quanto concerne la vicenda COVID – fa sapere Lombardi – ho le indicazioni inviate per mail ai vertici del Ministero e dell’ISS».
Che fine hanno fatto quelle mail? Sono state lette? Sono state applicate? Sono state archiviate? Interesserà alla Commissione?
IV. Riflessioni conclusive
A questo punto, viene naturale chiedersi se è opportuno che Lombardi e Tarchiani possano essere auditi dalla Commissione Covid presieduta dal partito di Giorgia Meloni. Avendo contribuito a migliorare la gestione dei rischi loro due si mettono a disposizione, nell’ottica di aiutare la ricerca della verità. Il problema, durante il Covid, non è stato l’assenza di regole. È stata l’applicazione delle regole.
Se nel 2008 esisteva una legge, se nel 2010 avevamo i criteri per le lavanderie, se nel 2020 l’INAIL stessa diceva «usate le norme che ci sono», allora perché negli ospedali sono mancati i DPI?
La Commissione d’inchiesta ha il compito di fare «piena luce». E la ricostruzione della verità passa anche da chi le procedure le ha scritte. In netto anticipo. I due tecnici sono a disposizione. Con CV, articoli scientifici, documenti e una domanda sola: «Perché?». Palla ai parlamentari.
In copertina: Fotocronache Germogli


