Rifiuti, il campo largo si spacca: in Toscana l’alleanza si ferma davanti al cassonetto

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Pd, M5S e sinistra divisi sul futuro di Retiambiente e sulla chiusura del ciclo. Ma dietro la guerra politica c’è il vero problema: una Toscana che ancora spedisce centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti fuori regione

 

C’è un momento in cui le alleanze politiche smettono di essere una fotografia elettorale e diventano una prova di governo. In Toscana quel momento sembra inevitabilmente essere arrivato davanti a un cassonetto. Il tema sono i rifiuti, quest’estate protagonisti di un numero rilevante di roghi che ha aperto il dibattito sulla salubrità dell’aria e del terreno in ampie zone della Toscana, come spiegato nel nostro focus dedicato, ma la questione è molto più grande.

La nuova frattura politica che attraversa il cosiddetto campo largo non riguarda soltanto un impianto, una società pubblica o il destino dell’ossicombustore di Peccioli. Riguarda una domanda molto più semplice e, proprio per questo, politicamente esplosiva: che cosa vuole fare davvero la Toscana dei propri rifiuti? La risposta, al momento, sembra tutt’altro che condivisa.

Da una parte c’è il Pd, dall’altra il Movimento 5 Stelle, dall’altra ancora Sinistra Italiana e le componenti più ambientaliste della coalizione. Tutti dentro lo stesso perimetro politico, ma con idee profondamente diverse su impianti, recupero energetico, termovalorizzazione, discariche, economia circolare e, soprattutto, sulla necessità di chiudere il ciclo dei rifiuti. La vicenda Retiambiente è diventata così il plastico perfetto delle contraddizioni e della fragilità politica del campo largo toscano.

Mentre gli italiani erano in vacanza e molto distratti, il confronto è esploso attorno al nuovo piano industriale e, soprattutto, alla questione dell’ossicombustore di Peccioli. Il sindaco del paese del Pisano, Renzo Macelloni, ha accusato il campo largo di soffrire di una sorta di “impotenza strategica”, sostenendo che senza l’impianto di ossidazione termica Retiambiente rischierebbe di non riuscire a chiudere davvero il ciclo dei rifiuti nell’ATO Costa. Una posizione alla quale ha replicato duramente Dario Danti, segretario regionale di Sinistra Italiana, rivendicando invece la necessità di definire prima un indirizzo politico sul modello di gestione dei rifiuti e di puntare sul recupero e sul revamping degli impianti esistenti prima di immaginare nuove infrastrutture. E in mezzo c’è pure il Movimento 5 Stelle, con l’assessore regionale all’Ambiente David Barontini, e una maggioranza che sul tema sembra parlare lingue differenti.

Non è soltanto una discussione tecnica: è una discussione ideologica. Ed è proprio questo il problema. Perché mettere insieme forze politiche diverse può essere semplice quando il programma si limita a parole come ambiente, sostenibilità, economia circolare e transizione ecologica. Molto più difficile è stabilire che cosa succede dopo.

Dove finiscono i rifiuti? Quali impianti servono? Quanti? Dove devono essere costruiti, dato che nessuno li vuole sotto casa? Quanto deve essere recuperato? Quanto può essere incenerito? Quanto può finire in discarica? E soprattutto: quanto può continuare a viaggiare fuori dalla Toscana? È su queste domande che il campo largo scopre di essere molto meno largo di quanto sembri. Perché una parte della coalizione considera nuovi impianti e recupero energetico una necessità industriale; un’altra teme che dietro la parola “chiusura del ciclo” si nasconda il ritorno alla vecchia stagione degli inceneritori; un’altra ancora chiede di valorizzare gli impianti già esistenti. Tre sensibilità che possono convivere in campagna elettorale, ma molto più difficilmente quando bisogna approvare un piano industriale. Ed è qui che arriva la parte più interessante.

La Toscana ha ottime performance nella raccolta differenziata: secondo l’ultimo Rapporto Rifiuti Urbani di ISPRA, riferito al 2024, la regione ha raggiunto il 68,1%, superando l’obiettivo del 65%. Ma la raccolta differenziata è soltanto il primo pezzo della storia. Separare i rifiuti non significa automaticamente aver chiuso il ciclo. Dopo la raccolta servono impianti capaci di trattare, recuperare e trasformare quei materiali, ed è proprio qui che la Toscana mostra una delle sue maggiori fragilità.

Il dato più eloquente riguarda la frazione organica. Nel 2024 dalla Toscana sono state avviate fuori regione 209.833 tonnellate di frazione organica, una quantità enorme. Materiale che viene raccolto in Toscana ma che, almeno in parte, deve trovare altrove gli impianti necessari per essere trattato e che viaggia su gomma sulle autostrade italiane per raggiungere impianti idonei, anche nel Nord Italia. Allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha raccontare la Toscana come una regione virtuosa perché differenzia, se poi una parte consistente di ciò che differenzia deve salire su un camion e attraversare mezza Italia per essere trattata?

La raccolta differenziata è necessaria, certo, ma senza impianti adeguati rischia di essere soltanto il primo capitolo di un viaggio buono per essere raccontato nelle campagne elettorali. Il problema non è soltanto economico: è anche ambientale. Un rifiuto che viaggia per centinaia di chilometri non scompare. Cambia semplicemente indirizzo.

Nel 2024 la Toscana ha avviato fuori regione anche circa 45.827 tonnellate di rifiuti urbani, compresi quelli derivanti dal trattamento, destinati a incenerimento. Altre circa 3.775 tonnellate sono state avviate a discariche fuori regione. Sono numeri pazzeschi che raccontano una contraddizione evidente: la Regione punta sulla prossimità, sulla riduzione dello smaltimento e sull’economia circolare, ma una parte del ciclo continua a dipendere dalla disponibilità di impianti collocati altrove. E ogni trasferimento significa trasporto, carburante, emissioni, costi logistici e dipendenza dalle capacità impiantistiche di altre regioni. La Toscana, insomma, differenzia in casa ma, per una parte dei rifiuti, deve ancora chiedere ospitalità fuori casa.

Il paradosso diventa ancora più evidente guardando al nuovo Piano regionale di gestione dei rifiuti e dell’economia circolare, approvato dal Consiglio regionale nel gennaio 2025. Il Piano indica come obiettivi la riduzione della produzione dei rifiuti, la massimizzazione del riciclo e del recupero e la riduzione dello smaltimento finale in discarica. Il monitoraggio regionale indica inoltre obiettivi molto ambiziosi: 75% di raccolta differenziata al 2028, 80-85% al 2035 e 65% di riciclo effettivo al 2035, oltre alla riduzione progressiva del ricorso alla discarica.

Sulla carta è una rivoluzione. Il problema è che i rifiuti, a differenza dei programmi politici, non vivono sulla carta: hanno bisogno di impianti. E la Toscana questa partita continua a giocarsela con una dotazione che non sembra ancora sufficiente a garantire quella piena autosufficienza che la stessa pianificazione regionale indica come obiettivo. Non a caso il nuovo Piano parla di una prospettiva di autosufficienza da raggiungere attraverso una maggiore dotazione impiantistica e un’integrazione regionale.

C’è poi un altro dato che merita attenzione. Mentre la politica parla di economia circolare e progressivo superamento della discarica, la quantità di rifiuti urbani smaltiti nelle discariche toscane è aumentata. Nel 2024, secondo ISPRA, in Toscana si è registrato un incremento del 2,8%, pari a circa 23 mila tonnellate, dei rifiuti urbani smaltiti in discarica. E qui il cortocircuito politico diventa evidente. Da una parte si annuncia la Toscana del futuro: riciclo, recupero, economia circolare, riduzione della discarica. Dall’altra, i numeri raccontano che, almeno oggi, la discarica continua ad avere un peso tutt’altro che marginale. Non è necessariamente una contraddizione del solo 2026. È il risultato di anni di ritardi, rinvii, opposizioni territoriali, impianti contestati, autorizzazioni, progetti rimasti sulla carta e una difficoltà politica evidente nel decidere quale modello industriale adottare.

Probabilmente è questa la vera questione. Per anni la politica italiana ha avuto una straordinaria capacità di parlare di rifiuti senza parlare di impianti. Si può discutere all’infinito di raccolta differenziata, si possono organizzare campagne sull’economia circolare, si può chiedere ai cittadini di separare carta, plastica, vetro, organico e indifferenziato, ma prima o poi arriva la domanda alla quale nessuno può sfuggire: dove vengono trattati?

Il nuovo Piano regionale nasce proprio con questa finalità: programmare il ciclo e garantire infrastrutture adeguate. La Regione ha inoltre raccolto 41 manifestazioni di interesse, pubbliche e private, nell’ambito dell’avviso esplorativo per nuovi impianti di recupero e riciclo. Eppure, quando si passa dalla pianificazione alla realizzazione concreta, il consenso politico si incrina. L’ossicombustore di Peccioli ne è l’esempio più evidente.

Il progetto dell’ossicombustore è diventato così molto più di una questione locale: è diventato il simbolo di due visioni della Toscana. Da una parte c’è chi sostiene che senza nuove tecnologie per il trattamento del residuo sia impossibile chiudere il ciclo e ridurre davvero discariche ed esportazioni; dall’altra, chi teme che dietro la necessità di chiudere il ciclo si apra la strada a un modello fondato sull’incenerimento e sul recupero energetico.

Nel mezzo c’è una società pubblica, Retiambiente, che proprio nell’estate 2026 ha approvato il nuovo piano industriale, indicando nella chiusura del ciclo uno degli obiettivi strategici. Poi è arrivato anche il cambio ai vertici: il 10 agosto l’assemblea dei soci ha nominato Aldo Iacomelli nuovo presidente, al posto di Daniele Fortini. Una partita industriale, dunque, che coincide con una partita politica. Ed è difficile immaginare che sia un caso.

Forse, allora, parlare genericamente di “fallimento del piano rifiuti” rischia di essere troppo semplice. Il punto è più preciso. La Toscana non ha fallito perché non differenzia. Ha fallito, o almeno non ha ancora risolto, la parte più difficile: trasformare la raccolta in un vero sistema industriale capace di chiudere il ciclo. E questo significa affrontare contemporaneamente prevenzione, riuso, riciclo, trattamento dell’organico, recupero dei materiali, recupero energetico e gestione del residuo. Senza ideologie. I rifiuti non sono né di destra né di sinistra. Sono una questione industriale, ambientale, economica e sanitaria e, soprattutto, sono una questione di responsabilità politica.

È proprio qui che la vicenda diventa politicamente interessante. Il campo largo toscano può continuare a raccontarsi come una coalizione capace di tenere insieme ambientalismo, progressismo, riformismo e Movimento 5 Stelle, ma prima o poi dovrà spiegare quale modello di gestione dei rifiuti vuole per la Toscana. Perché non basta dire “no alle discariche”, non basta dire “no agli inceneritori”, non basta dire “rifiuti zero” e non basta neppure dire “chiudiamo il ciclo”. Servono numeri, impianti, tempi, localizzazioni, investimenti e soprattutto una decisione politica.

Altrimenti accade quello che sta già accadendo: il rifiuto viene prodotto in Toscana, raccolto in Toscana, pagato dai cittadini toscani e poi spedito altrove. Con buona pace dell’economia circolare e con un paradosso che dovrebbe far riflettere proprio quella sinistra che da anni ha fatto della sostenibilità una delle proprie bandiere: se per gestire i nostri rifiuti abbiamo bisogno degli impianti degli altri, non siamo ancora autosufficienti.

Alla fine la questione è semplice. La Regione Toscana, ad oggi, ha fallito e non si sa se il campo largo riuscirà a trasformare le proprie differenze in una strategia comune oppure resterà prigioniero delle proprie contraddizioni. Perché sui rifiuti non c’è più molto tempo per rinviare. La Toscana ha un Piano approvato, obiettivi ambiziosi, risorse europee e regionali da investire e una serie di progetti sul tavolo. La Regione ha appena rilanciato anche nuovi contributi per impianti di trattamento e recupero, con l’obiettivo dichiarato di arrivare entro il 2035 al 65% di riciclo effettivo e a meno del 10% di conferimento in discarica. Adesso, però, arriva la parte più difficile: decidere. E quando si decide, il campo largo rischia di scoprire che il vero problema non è stare insieme per vincere le elezioni. È riuscire a stare insieme quando bisogna scegliere dove mettere un impianto. E sui rifiuti, in Toscana, quella scelta sembra essere appena iniziata.