Commissione Covid: domande e timori

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È possibile che l’apparato dello Stato abbia ignorato nel 2020 l’esistenza di precise norme contro la pandemia?

 

Si è trattato della più grande svista della storia della Repubblica e nessuno ha sentito il dovere di farlo presente? O è stata una scelta politica precisa? E in tal caso si potrebbe parlare di colpo di Stato nel quale la politica ha scavalcato le leggi della Repubblica? Sono domande naturali alla luce delle evidenze emerse in appena un mese di indagini.

In realtà, poiché l’ignoranza della legge non è ammessa, è successo che un responsabile a Roma abbia cercato di farlo presente ai massimi organismi dello Stato, nella speranza di correggere l’indirizzo. Professore universitario ed ex dirigente ISPESL poi INAIL, autore di molti protocolli contro la biocontaminazione: si tratta di Roberto Lombardi. E quei protocolli furono scritti, da Lombardi e da altri, per gli ospedali e per le lavanderie industriali affinché tutte le aziende avessero dei documenti di riferimento per lavorare in sicurezza.

Uno di questi è appunto «Criteri di indirizzo per la gestione del rischio biologico in una lavanderia industriale – Metodologia PH 2010», a firma Lombardi, Ledda e Curini per ISPESL, Tarchiani e Maestripieri per Laundry Supplies, Nuti, Marrangoni e Modi per PH S.r.l.

Un documento già completo dieci anni prima del Covid che prevedeva l’applicazione del Decreto Legislativo 81 del 2008, separazione totale tra zona contaminata e zona non contaminata, flussi unidirezionali, obbligo di Dispositivi di Protezione Individuale (guanti EN 374), camici (CE EN 14126), facciali filtranti CE per agenti biologici, procedure di vestizione e svestizione, ricambi d’aria con filtri, Clean Room, validazione del ciclo con laboratorio Accredia secondo ISO 14698, controllo di acqua, reflui, polvere e superfici solo per fare alcuni esempi.

Sistema validato sperimentalmente contaminando deliberatamente con altissime cariche batteriche (tra cui Escherichia coli e Staphylococcus aureus) il campione, verificandone l’azzeramento durante il transito nel sistema. In più, si prevedeva già allora la classificazione di agenti di gruppo 2 e 3, dall’HIV al Mycobacterium tuberculosis.

Un quadro di rigorosa prevenzione tecnica che trovava, del resto, le sue fondamenta storiche e strutturali negli standard già definiti dall’ISPESL sin dal dicembre 2009 per la progettazione e gestione dei reparti operatori: linee guida che imponevano una rigida suddivisione in zone a contaminazione controllata, percorsi separati per contaminato e pulito, e impianti di ventilazione con filtrazione assoluta (HEPA) in grado di mantenere gradienti di pressione differenziale capaci di impedire la diffusione dei patogeni.

Ma il paradosso di questo oblio istituzionale si spinge oltre. L’apparato statale disponeva persino di un testo ancor più stringente e operativo, redatto nel 2015 dal Ministero della Salute in collaborazione con l’INMI Spallanzani e l’Ospedale Sacco di Milano: il «Documento tecnico sulle misure di protezione per la tutela della salute nelle operazioni di trasporto e gestione extraospedaliera di pazienti infetti o potenzialmente infetti da agenti biologici di classe IV».

Questo documento definiva in modo chirurgico la gestione dei grandi afflussi e il trasporto in alto biocontenimento: triage a distanza di sicurezza (1-2 metri), tracciamento immediato dei contatti stretti, percorsi dedicati, sanificazioni e un uso estremamente mirato e regolamentato dei DPI (con aree di vestizione e svestizione dedicate, supervisione obbligatoria di osservatori addestrati o tramite il controllo reciproco a coppie, identificazione nominale e di ruolo ben visibile sulla tuta, e protocolli di svestizione rigorosi intervallati da disinfezione con ipoclorito di sodio allo 0,5%). Direttive di controllo delle infezioni già codificate per fronteggiare patogeni ad altissima letalità, che richiedevano inoltre che ogni prodotto o apparecchiatura di disinfezione fosse validato da organismi terzi indipendenti in conformità al D.Lgs. 81/2008. Regole ben note al Ministero, alle Forze Armate e alla Croce Rossa, eppure clamorosamente accantonate all’esplodere dell’emergenza.

Si sussume che, per tutti gli ambienti a rischio biologico minore ovvero tutte le aziende di ogni tipo, la documentazione già operativa per quelli a rischio contaminazione elevato fosse di riferimento per RSPP e loro consulenti esterni.

La redazione ha ricevuto, inoltre, tutte le comunicazioni inviate dal Prof. Lombardi all’Istituto Superiore di Sanità nel 2020 per richiamare l’applicazione di tale quadro e le ha trasmesse alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, presieduta dal Senatore Lisei (Fratelli d’Italia). Una verità che rimette in dubbio tutta la narrazione sulla pandemia e getta nuove ombre sulla gestione.

A proposito, chi scrive ha più volte chiesto lumi sul comportamento di un avvocato del Foro di Milano nei nostri confronti. All’Ordine nazionale a Roma abbiamo posto il seguente quesito se ritengano «tecnicamente possibile» che un avvocato «possa assurgere ai vertici dello Stato» e «pretendere di ottenere dai colleghi» iscritti all’Ordine «di mantenere la riservatezza circa una comunicazione della sua intenzione di sospendere il valore delle leggi e sostituirle con i DPCM».

In copertina: Wikimedia Commons