Il Bacco di Caravaggio si è salvato, ma l’acqua entrata agli Uffizi riaccende il dibattito sulla tutela

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Quando la pioggia arriva fino al Caravaggio: un’infiltrazione indebita che mette a nudo le priorità degli Uffizi

 

Ieri 17 settembre 2026, circa 45 millimetri di pioggia sono bastati perché l’acqua si infiltrasse sotto il lucernario di una sala degli Uffizi, raggiungendo la teca esterna del Bacco di Caravaggio e di altri sei dipinti del Seicento. Nessun danno alle opere, ci rassicura il museo: le verifiche lo escludono e la sala dovrebbe riaprire già oggi. Ma l’episodio è davvero un brutto segnale.

Un museo che custodisce capolavori di questa portata non può permettersi che l’acqua piovana arrivi a lambire le protezioni di un Caravaggio. Non perché il rischio zero esista (non esiste), ma perché la manutenzione degli involucri edilizi, dei lucernari e delle tenute idrauliche dovrebbe essere parte integrante della responsabilità di tutela. Quando un evento assai prevedibile (i nubifragi intensi ormai non sono certo eccezioni in Toscana)  produce un’infiltrazione in una sala di tale importanza, la domanda deve essere: “perché non è stato prevenuto?”. Le strutture storiche richiedono controlli costanti, interventi programmati e, soprattutto, priorità chiare.

Questo episodio si colloca in un quadro più ampio. Sotto la direzione di Simone Verde (in carica dal gennaio 2024) le Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti e Boboli sono al centro di un ambizioso programma di riallestimenti e restauri. Sale rinnovate, Botticelli riposizionati, progetti di valorizzazione, investimenti importanti. Ma la direzione di un complesso di questa dimensione si misura anche – e forse soprattutto – su ciò che non si vede: la tenuta dei tetti, lo stato dei lucernari, la gestione del verde monumentale.

A Boboli, giardino sotto giurisdizione delle Gallerie degli Uffizi, non sono mancate le polemiche. Nel 2025 l’abbattimento di un filare di ippocastani ottocenteschi e di un cedro del Libano ultracentenario nel Prato dei Castagni ha sollevato critiche durissime. Le Gallerie hanno spiegato che si trattava di piante vecchie, malate o pericolanti, rimosse per tutelare l’incolumità dei visitatori. Ma l’impressione diffusa, e non solo sui social, è stata quella di un intervento che ha alterato un paesaggio storico senza alcuna comunicazione preventiva adeguata e senza un piano di reintegrazione del tessuto vegetale immediatamente leggibile. Il nome del direttore, “Verde”, ha alimentato ironia amara: verde di nome, non di fatto?  

Qui emerge il nodo delle responsabilità. Un direttore di museo non è solo un curatore di mostre e riallestimenti: è il responsabile ultimo della conservazione materiale di tutto ciò che gli è affidato, dagli affreschi ai tetti, dalle teche agli alberi secolari. Quando l’acqua entra da un lucernario e quando alberi monumentali scompaiono, il pubblico ha diritto di sapere se si tratta di eventi isolati o di sintomi di una priorità sbilanciata verso la “rigenerazione” visibile a scapito della manutenzione ordinaria e straordinaria. Le riforme museali degli ultimi anni hanno dato autonomia e poteri decisionali forti ai direttori. Bene, benissimo. Ma autonomia senza trasparenza e senza un costante controllo di qualità sulla conservazione rischia di trasformarsi in discrezionalità, e rischia di portare al Caravaggio “bagnato” di ieri.

Non vogliamo l’immobilismo. Si chiede che le scelte – anche quelle difficili, come l’abbattimento di piante pericolanti – siano motivate con perizie pubbliche, cronoprogrammi chiari e un orizzonte di lungo periodo che metta al centro la tutela, non solo l’esperienza del visitatore o il numero di ingressi. Si chiede che i lucernari di una sala che ospita Caravaggio siano a prova di bomba d’acqua, e quantomeno sottoposti a verifiche periodiche rigorose. Si chiede che Boboli resti un giardino storico, non un cantiere permanente in cui il disegno vegetale originale viene progressivamente eroso in nome della sicurezza o della fruizione.

L’infiltrazione del 17 settembre non ha danneggiato il Bacco. Per fortuna. Ma un’istituzione come gli Uffizi non può permettersi di trattenere il fiato ogni volta che il cielo si oscura.