Dal 24 settembre al 29 novembre Spazio Marameo, all’interno dell’Hotel Torre Guelfa, ospita la personale dell’artista aretino a cura di Elisa Perissinotti. In mostra otto opere realizzate appositamente per lo spazio, tra pittura, incisione e scultura. Il 24 settembre l’inaugurazione sarà accompagnata dalla performance del duo Stefania Menestrina e Sofia Galvan.
Un alfabeto che non deve necessariamente essere decifrato. Segni che sembrano provenire da un passato remoto, tracce di un linguaggio di cui non resta più alcuna voce, forme che oscillano tra reperto archeologico e invenzione. È attorno a questa ambiguità che si sviluppa “Alfabeto immaginario”, la nuova mostra personale di Bernardo Tirabosco, curata da Elisa Perissinotti, in programma dal 24 settembre al 29 novembre 2026 negli spazi di Spazio Marameo, all’interno dell’Hotel Torre Guelfa di Firenze.
La mostra riunisce un nucleo di otto opere realizzate appositamente per l’esposizione, tre composizioni su tavola lignea e cinque lavori su tessuto cerato. Un progetto in cui Tirabosco prosegue la propria ricerca sulla materia e sulla possibilità che la superficie di un’opera possa diventare il luogo di conservazione di una memoria, reale o immaginata.
Il punto di partenza è il gesto artistico inteso quasi come un’operazione archeologica. Le superfici vengono sottoposte a processi di impressione e sottrazione attraverso matrici in piombo, lasciando emergere segni e forme che assumono l’aspetto di frammenti provenienti da un sistema sconosciuto. Non si tratta però della ricostruzione di un codice realmente esistito. L’artista costruisce piuttosto un sistema di segni plausibile, capace di evocare la presenza di un linguaggio senza mai offrirne una chiave definitiva.
È proprio questa sospensione a costituire uno degli elementi centrali del progetto. I segni sembrano lettere, simboli o iscrizioni, ma non corrispondono a un alfabeto riconoscibile. Rimangono così in una zona intermedia tra immagine e scrittura, tra rappresentazione e materia. Più che chiedere allo spettatore di tradurli, le opere lo invitano a stabilire connessioni, individuare ricorrenze e costruire possibili relazioni tra le diverse forme.
La differenza tra i supporti diventa parte integrante della ricerca. Nelle cinque opere realizzate su tessuto cerato le tracce mantengono una dimensione prevalentemente bidimensionale e fragile, quasi fossero impronte rimaste sulla superficie di un reperto. Nelle tre tavole lignee, invece, il segno acquisisce corpo e profondità. La superficie si trasforma in un vero e proprio paesaggio plastico, dove la bidimensionalità viene interrotta dalla presenza di rilievi e innesti.
È soprattutto il retro delle tavole a introdurre un ulteriore livello nella lettura della mostra. Attraverso piccoli innesti realizzati a coda di rondine compaiono maschere grottesche, caratterizzate da espressioni istrioniche e deformate. Elementi che potrebbero apparire inizialmente ornamentali diventano invece presenze autonome, quasi reliquie di una cultura sconosciuta. Tirabosco guarda in questo caso anche all’eredità dell’iconografia rinascimentale, riappropriandosi di forme del passato per trasformarle in elementi perturbanti, sospesi tra il reperto e la creatura fantastica.
La materia, dunque, non è soltanto un supporto. È il luogo attraverso cui l’artista costruisce una riflessione sul rapporto tra permanenza e trasformazione, dissoluzione e riemersione, memoria e invenzione. Cera, legno, ferro, sapone e piombo sono alcuni dei materiali che ricorrono nella ricerca di Tirabosco e che gli permettono di mettere in relazione linguaggi differenti, dalla pittura alla scultura, dall’installazione alla grafica e all’incisione.
In questo senso, Alfabeto immaginario rappresenta una nuova tappa di una ricerca che considera la materia come depositaria di una memoria potenziale. Le opere sembrano conservare qualcosa che non è immediatamente identificabile: una storia, un’immagine, un sistema di simboli o semplicemente la traccia di un gesto. È lo spettatore a completare questo processo, confrontandosi con forme che non offrono una narrazione univoca ma lasciano spazio all’interpretazione.
L’incontro tra arti visive e performance
Il progetto espositivo mantiene inoltre quella relazione tra arti visive e performance che caratterizza la programmazione di Spazio Marameo. Durante l’inaugurazione, giovedì 24 settembre alle ore 19.30, sarà presentato OTOTEMAN_What if, intervento performativo del duo formato dalle danzatrici e performer Stefania Menestrina e Sofia Galvan.
Le due artiste, formatesi presso il centro coreografico Opus Ballet di Firenze e successivamente parte della Compagnia Opus Ballet, lavorano tra danza, teatro e musica. Il loro percorso comune è iniziato nel 2021 con Afterimage, vincitore del primo premio alla Opus1 Dance Competition. Nel 2022 hanno sviluppato OTOTEMAN, progetto successivamente presentato in diversi festival e rassegne, fino alla realizzazione della versione estesa OTOTEMAN_What if, debuttata nel 2023 al Teatro Comunale di Vicenza.
La performance si inserisce così all’interno del progetto espositivo senza limitarsi a esserne un accompagnamento. Il rapporto tra corpo, spazio e materia diventa un ulteriore elemento attraverso cui affrontare il tema della trasformazione e della costruzione di un immaginario.
Bernardo Tirabosco
Nato ad Arezzo nel 1991, Bernardo Tirabosco ha una formazione iniziale nella pittura, sviluppando successivamente una pratica che attraversa scultura, installazione, grafica e incisione. La sua ricerca si concentra in particolare sulle proprietà fisiche e simboliche di materiali come cera, sapone, legno, ferro e piombo, utilizzati per mettere in discussione il rapporto tra ciò che permane e ciò che è destinato a trasformarsi.
Nel 2019 ha fondato Sottofondostudio, laboratorio personale successivamente evolutosi in uno spazio espositivo indipendente nel centro di Arezzo. Tra il 2021 e il 2023 è stato assistente di studio dell’artista Giulia Cenci. Ha esposto, tra gli altri, a Palazzo Collicola e alla Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Arezzo, oltre che in diversi spazi indipendenti italiani.
Tra i riconoscimenti più recenti figurano la selezione come finalista alla 16ª edizione del Premio Nocivelli e alla 13ª edizione del Premio Francesco Fabbri. Nel 2026 è inoltre tra gli artisti selezionati per Futuri Emergenti Italiani, progetto promosso dal Gruppo BCC Iccrea nell’ambito di BCC Arte&Cultura 2026.
Spazio Marameo
Nato nel 2025, Spazio Marameo occupa gli ambienti della vecchia sala d’attesa dell’Hotel Torre Guelfa, in Borgo Santi Apostoli. La sua particolare configurazione mette in relazione la dimensione privata dell’hotel con quella pubblica della città: una vetrina affacciata sulla strada consente una fruizione diretta delle opere dall’esterno, mentre l’ingresso allo spazio avviene attraversando la reception dell’albergo.
Fondato da Gianluca Braccini, Cristoforo Maria Lippi, Jonathan Soliman Awadalla e Corso Zucconi, Marameo si propone quindi come uno spazio inserito nella vita dell’hotel, più vicino all’idea di una stanza aperta che a quella di una galleria separata dal contesto. Una scelta che porta l’esposizione dentro un luogo di passaggio e di ospitalità, creando un rapporto diretto tra la ricerca degli artisti e la quotidianità dell’edificio.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo curato dall’associazione culturale Eterotopie e da Elisa Perissinotti, in collaborazione con l’associazione culturale Osservatoriomaree. La pubblicazione, dedicata alle opere realizzate per Alfabeto immaginario, sarà inizialmente disponibile in un’edizione a tiratura limitata e sarà presentata insieme a un incontro pubblico con l’artista.
“Alfabeto immaginario”
Bernardo Tirabosco
A cura di Elisa Perissinotti
Spazio Marameo – Hotel Torre Guelfa
Borgo Santi Apostoli 8, Firenze
24 settembre – 29 novembre 2026
Opening: 24 settembre, ore 18.00
Performance OTOTEMAN_What if: ore 19.30
Info: eterotopiedissidenti@gmail.com – +39 388 8925693

