Vincere le elezioni dà il diritto di governare, non quello di ignorare le conseguenze delle proprie decisioni su residenti, commercianti e territorio
Mi sembra che si stia stravolgendo completamente il significato del mandato elettorale, arrivando a sostenere che una vittoria alle urne autorizzi un’amministrazione a realizzare qualsiasi opera, indipendentemente dalle conseguenze per i cittadini. Nessuno contesta la legittimità della vittoria elettorale. Ma gli 82.254 voti ricevuti non sono altrettante autorizzazioni ad abbattere centinaia di alberi, sconvolgere la viabilità, eliminare parcheggi e mettere a rischio la sopravvivenza delle attività commerciali.
È come se un condominio eleggesse un amministratore e questi, forte della maggioranza ottenuta, decidesse di demolire le scale, chiudere i garage e murare per anni gli ingressi dei negozi al piano terra. E quando i condomini protestano, rispondesse: «Mi avete eletto, quindi posso procedere». Ma siamo sicuri che sia questo il significato della democrazia?
Un programma elettorale indica una direzione politica, non descrive necessariamente tutte le conseguenze concrete di ogni intervento. Ed è proprio quando i progetti diventano realtà, quando i cittadini scoprono che cosa accadrà davanti alle loro case e ai loro negozi, che il confronto diventa indispensabile. Ed è proprio adesso che le opinioni della popolazione dovrebbero essere prese nella massima considerazione. Perché soltanto ora, con i progetti che prendono forma, diventano concretamente percepibili i vincoli, i limiti e le conseguenze della realizzazione della tramvia: gli alberi destinati all’abbattimento, i parcheggi che scompariranno, le modifiche alla viabilità, i disagi per i residenti e le possibili ripercussioni sulle attività commerciali. Aspetti che, al momento delle elezioni, erano difficilmente valutabili nella loro reale portata dalla maggior parte dei cittadini.
Non si può pretendere che il consenso espresso prima di conoscere pienamente le conseguenze di un progetto renda irrilevanti le opinioni espresse dopo averle conosciute. È proprio questo il momento in cui ascoltare diventa particolarmente importante. Non si può liquidare la protesta di migliaia di persone contrapponendole semplicemente al numero dei voti ottenuti. Sono due cose completamente diverse e torniamo di nuovo a confondere le mele con le pere. È un vizio!
Chi protesta non sta necessariamente contestando il risultato delle elezioni, né è necessariamente contrario alla tramvia. Può essere contrario a quel tracciato, a quelle modalità di realizzazione e ai sacrifici che gli vengono richiesti, soprattutto se ritiene che esistano alternative meno dannose per lui, per l’ambiente e per la collettività. Il consenso elettorale dà il diritto di governare, non quello di smettere di ascoltare, specie se le decisioni prese potrebbero danneggiare i cittadini. E soprattutto non trasforma automaticamente ogni decisione della maggioranza in una buona decisione.
A questo punto, però, vorrei fare una domanda, anzi un appello: ma a Firenze non c’è un giurista, un costituzionalista, un esperto di diritto amministrativo che abbia voglia di intervenire e spiegare quali siano i limiti del mandato elettorale e quali i diritti dei cittadini di fronte a trasformazioni così radicali del loro territorio, del valore delle loro case e dei servizi di vicinato? Perché a me, quando frequentavo l’università, avevano insegnato che il potere pubblico doveva essere esercitato nel rispetto di regole, procedure, interessi collettivi e diritti dei cittadini. Che il consenso elettorale non cancellava il dovere di motivare le scelte e valutarne le conseguenze.
Ma forse nel frattempo hanno cambiato le leggi e nessuno si è ricordato di avvertirmi. Oppure hanno introdotto una nuova materia: Diritto amministrativo secondo il principio «Abbiamo vinto noi, quindi si fa come diciamo noi».
La democrazia non è un contratto con cui i cittadini, una volta ogni cinque anni, rinunciano al diritto di discutere di ciò che accade nel frattempo sotto le loro finestre. Perché altrimenti non avremmo eletto un’amministrazione comunale. Avremmo nominato un padrone di casa in casa nostra.



