Consiglio di Quartiere 5: l’opposizione condanna il “metodo Ferraro”, la maggioranza PD attacca i cittadini e ribalta le colpe.

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Tra minimizzazione e contrattacco: il Consiglio di Quartiere 5 non chiude il caso Ferraro e lascia aperta la frattura con i cittadini

 

Il primo consiglio di Quartiere 5 dopo il caso Ferraro non ha segnato alcuna vera assunzione di responsabilità da parte della maggioranza, ma il tentativo trasparente di ribaltare il piano del confronto: da un presidente che insulta e minaccia i cittadini a cittadini e opposizioni trasformati in colpevoli di “macchine del fango” sui social. Le frasi pronunciate da Filippo Ferraro a Lady Radio sono ormai note: l’evocazione della “testata” come risposta a chi “butta in caciara”, il “vaffa…” in chiusura, gli ascoltatori etichettati come “vannacciani”, “di fuori”, protagonisti della “sagra delle bischerate”. Solo dopo 72 ore e un comunicato istituzionale Ferraro ha formulato scuse formali, ribadendo di “respinger[e] ogni forma di violenza, anche verbale”, ma senza mai mettere in discussione il proprio modo di stare nello spazio pubblico.

Nel consiglio di ieri sera la prima a prendere la parola è stata la consigliera Franca Innocenti Barocchi (Futuro Nazionale), che ha riportato il dibattito al suo punto essenziale: un presidente di quartiere che evoca la violenza fisica come risposta al dissenso tradisce la natura stessa di un’istituzione di prossimità. Innocenti ha ricordato che il Quartiere è il luogo dove il cittadino dovrebbe sentirsi al sicuro nel portare problemi concreti – dal marciapiede al parco – e ha denunciato non solo la “testata”, ma anche l’uso disinvolto dell’epiteto “neofascisti” verso esponenti di opposizione, senza alcun fondamento in atti o sentenze, come arma retorica per delegittimare invece di rispondere nel merito. Nella sua richiesta di una mozione di condanna netta, la consigliera ha messo in fila il punto politico: non è il singolo “scivolone”, ma uno stile reiterato, incompatibile con chi presiede un organo democratico.

A seguire, la consigliera Cristina Menci (Fratelli d’Italia, e anche a nome del consigliere Alvaro Ringressi) ha insistito sul dovere di chi ricopre un incarico di rappresentanza di mantenere un comportamento “sopra le parti”. Ha ricordato come molti cittadini, pur non avendo votato Ferraro, continuino a riconoscerlo come presidente del loro quartiere e proprio per questo si siano sentiti profondamente feriti dalle sue parole. Menci ha sottolineato che non si tratta di un episodio isolato, ma di un comportamento che “spesso si ripete”, nei consigli, sui social e nei rapporti diretti, e ha chiesto che le scuse non restino un freddo comunicato stampa, ma vengano rivolte in aula e ai cittadini, per rispetto delle istituzioni e di chi è stato offeso. In altre parole, le prime due consigliere di opposizione hanno chiarito chi siano le vere vittime di questa vicenda: i cittadini e gli amministrati, non il presidente, e chi ne chiede conto lo fa nel pieno esercizio del proprio mandato, non per alimentare odio.

La consigliera Lara Arbo (Firenze Democratica), pur dall’opposizione, ha scelto una linea più prudente, riconoscendo le scuse pubbliche del presidente e ribadendo l’importanza del rispetto per chi la pensa diversamente. Ha richiamato la necessità di una presidenza “disponibile ad ascoltare tutte e tutti” e di una collaborazione tra gruppi consiliari nell’interesse del quartiere, ma senza arrivare a quella condanna esplicita che Innocenti e Menci hanno chiesto con chiarezza. Un posizionamento che, pur apprezzabile nel richiamo al rispetto, rischia di restare a metà strada se non si traduce in un giudizio netto su quanto accaduto.

Il vero salto di qualità – in negativo – è arrivato con l’intervento del consigliere di maggioranza Niccolò Coppi (PD). La sua comunicazione ha provato a spostare completamente il fuoco dal nodo politico–istituzionale sollevato dalle opposizioni a un presunto “clima d’odio” alimentato sui social, parlando di “macchina del fango”, “propaganda becera”, “teatrino social”, fino ad accusare esplicitamente alcune forze politiche di nutrirsi di insulti e di non avere argomenti. Il problema non sarebbero più le parole del presidente – dette in una trasmissione istituzionale, in qualità di presidente del Q5 – ma i cittadini e i consiglieri che hanno osato criticarle con durezza. Così, mentre Innocenti e Menci hanno parlato di cittadini feriti, di linguaggio violento, di ruolo istituzionale tradito, Coppi ha costruito il copione opposto: chi denuncia diventa il problema, chi si indigna sui social viene ridotto a “brontolone” o a parte di un’onda indistinta di odio, il tutto senza mai pronunciare una condanna chiara delle frasi del presidente, che vengono retrocesse a “dichiarazioni poco piacevoli e sbagliate nel linguaggio” e archiviate come passaggi da non ripetere, ma quasi inevitabili. Mentre le opposizioni – anche in Consiglio comunale – si sono assunte la responsabilità di interventi duri ma circoscritti ai fatti e al profilo istituzionale, Coppi ha scelto la strada della generalizzazione: la colpa non è di chi ha detto “testata” e “vaffa…”, bensì di chi, a partire da quei fatti, ha costruito una critica pubblica.

Il filo rosso che lega il silenzio del PD in Consiglio comunale, la difesa minimalista dell’assessore Bettarini e la chiusura di Coppi in Quartiere è uno soltanto: evitare di guardare in faccia il “metodo Ferraro” e spostare sempre altrove la responsabilità. In Aula, di fronte a un’opposizione compatta che ha parlato di “fallimento istituzionale” e del dovere di un linguaggio all’altezza di Firenze, la maggioranza si è trincerata dietro il mantra “ha chiesto scusa, basta così”, senza mai nominare il cuore del problema: un presidente che ride, sbeffeggia, etichetta e minaccia chi solleva il tema sicurezza. Nel consiglio di Quartiere, anziché prendere atto del disagio reale di un pezzo di cittadinanza – ascoltato, raccolto e riportato da chi siede nei banchi dell’opposizione – il PD fiorentino, per voce di Coppi, ha preferito la via più comoda: additare i cittadini che protestano, derubricare le critiche a “macchina del fango”, insinuare che tutto sia il prodotto di qualche regia politica interessata allo scontro.

È un copione noto, ormai nel DNA di un partito che da anni fatica a riconoscere i propri errori: mai un “abbiamo sbagliato”, mai una presa di distanza chiara, solo la ricerca di un nemico esterno a cui attribuire ogni responsabilità. In questo quadro, l’assenza di una condanna netta da parte dei vertici del PD fiorentino non è un dettaglio ma un messaggio: il problema non è il presidente che parla di “testata”, ma il cittadino che si azzarda a dire che non è accettabile. Chi difende il diritto a essere ascoltato viene trattato come disturbatore, chi chiede decoro istituzionale viene accusato di alimentare odio, e chi rivendica il rispetto del dissenso viene liquidato come “anti-politico”. Il punto, però, resta quello indicato con lucidità dalle prime due consigliere di opposizione: un presidente di quartiere rappresenta tutti, anche e soprattutto chi non lo vota e chi lo critica. Quando quel presidente usa il microfono per insultare e minacciare, non sono i social a sporcare il dibattito: è l’istituzione stessa che perde credibilità. E finché la maggioranza – dal Quartiere a Palazzo Vecchio – continuerà a difendere l’indifendibile e a incolpare “gli altri”, la cesura tra cittadini e istituzioni non potrà che allargarsi.