Non è solo una nomina contestata. Non è solo un voto segreto. È una domanda che pesa come un macigno quella posta dal presidente Eugenio Giani: “Dobbiamo vergognarci di fare politica?”
Una frase che voleva chiudere la polemica e che invece la riapre. Perché, se la politica sente il bisogno di difendersi dalla vergogna, forse il problema non è chi critica, ma ciò che viene fatto. Una parola solitamente usata in politica come arma accusatoria viene ribaltata da Giani in chiave difensiva e identitaria.
Il ri-governatore della Toscana, con un vero e proprio salto carpiato tra le norme, ha fatto di tutto per rendere possibile col voto segreto l’elezione della persona da lui indicata come garante dell’infanzia, in nome – dicono i maligni – di un patto elettorale tra gentiluomini per ridare un ruolo a un ex consigliere regionale bocciato alle urne.
Lo ha fatto scegliendo, in aula, di essere l’unico a parlare per la maggioranza. E nel suo discorso ha usato la parola chiave su cui è necessario riflettere: “vergognarsi”. Una parola che, in politica, non può essere neutra, perché storicamente serve a spostare il piano dal merito al giudizio morale e a delegittimare l’avversario senza entrare davvero nel merito. Anche dal punto di vista linguistico, “vergognarsi” appartiene alla sfera morale. E se un presidente di Regione arriva a chiedere pubblicamente in aula se bisogna “vergognarsi di fare politica”, significa che il problema non è più soltanto una nomina contestata: è il rapporto tra cittadini e classe dirigente a essere entrato in crisi.
L’elezione di Stefano Scaramelli, di professione bancario e quindi figura considerata da molti avulsa rispetto al ruolo da ricoprire, emersa dopo il voto segreto, è diventata il simbolo di una gestione opaca della Regione Toscana.
Qualcuno, sottovoce, va oltre e la considera una delle pagine più brutte dell’aula da quando esistono le Regioni; altri la leggono come l’ennesima dimostrazione di un presidente debolissimo ostaggio di quella fascia di sua invenzione che ama sfoggiare nelle occasioni pubbliche e di equilibri interni e promesse fatte in campagna elettorale.
Il voto a scrutinio segreto, anche se formalmente legittimo perché previsto dal regolamento per le cariche monocratiche, ha tolto trasparenza proprio su una nomina delicatissima, che dovrebbe garantire imparzialità e tutela dei minori. Un paradosso difficile da ignorare.
Per l’opposizione è stato un modo per blindare accordi di maggioranza lontano dalla luce pubblica; per Giani, una garanzia di libertà di coscienza e rispetto dei regolamenti. E “vergognarsi” è proprio la parola chiave che sposta il piano: non si discute più se Scaramelli sia la persona giusta, ma se sia lecito mettere in discussione una procedura.
A rendere ancora più fragile la difesa della “forzatura” del presidente non sono solo le opposizioni, ma ciò che accade dentro la sua stessa maggioranza. A far riflettere è l’astensione dell’ex assessora alle politiche sociali e al welfare Serena Spinelli.
Non un dettaglio tecnico, ma un segnale politico. Spinelli, scegliendo di non votare, ha voluto marcare distanza. Un’astensione che pesa molto e che, sul piano politico, si legge come una valutazione critica sul profilo del candidato e sulla scelta di calare una decisione dall’alto. Il gesto non apre una crisi nel Partito Democratico, ma è un segnale forte: su alcune nomine la maggioranza non è un blocco compatto, e scegliere il voto segreto non basta a coprire i mal di pancia.
Ribadiamo che, in politica, le parole hanno un peso preciso. E quel “vergognarsi” è un giudizio morale: serve a dire che c’è chi rispetta le regole e chi, secondo chi parla, le strumentalizza. Una classica mossa della comunicazione di crisi: si sposta il fuoco dal merito al comportamento, dall’uomo alla procedura, allontanando ancora di più il cittadino dalla politica.
E questo accade mentre una nomina sensibile viene decisa senza tracciabilità del voto. Perché il garante dell’infanzia non è una figura qualunque: è la voce istituzionale di chi non vota, non ha lobby, non sciopera.
Un ruolo che in Toscana è stato occupato da figure importanti del terzo settore e del mondo accademico, e che oggi, con l’arrivo di un bancario, riapre una domanda di fondo: che cosa cerchiamo davvero in un garante? Competenza tecnica, conoscenza del sistema o mera rappresentanza?
A ventiquattro ore dal voto, il caso Scaramelli dice molto più di una nomina. Dice che la politica non dovrebbe vergognarsi di esistere, ma nemmeno pretendere di sottrarsi al giudizio.
Perché quando una nomina passa attraverso un voto segreto, tra tensioni e distinguo interni, il problema non è la vergogna è la fiducia. E quella, a differenza delle parole, non si difende: si costruisce.
La frase di Giani dice anche un’altra cosa: nel 2026 basta una parola per far saltare il confine tra spiegazione e chiusura del dibattito.
