Dall’alluvione alla tramvia, Campo di Marte non dimentica: «Ancora una volta ci mobilitiamo per salvare la nostra città»

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Una testimonianza diretta dell’alluvione del 1966, vissuta da una bambina di dodici anni, che oggi ritrova nelle trasformazioni di Campo di Marte una ferita profonda: quella di una città che rischia di perdere la propria identità

 

Di Maria Romana Bergamaschi

Chi abitava a Campo di Marte, come me e la mia famiglia, era stato risparmiato dall’alluvione del 1966. Avevamo il bene più prezioso: l’acqua, perché il quartiere era servito dall’acquedotto di Fiesole. Nessuno poteva immaginare il disastro che si sarebbe manifestato una volta che le acque si fossero ritirate. Tutti si prodigarono per portare aiuto a chi ne aveva bisogno. Firenze era senza luce, acqua e riscaldamento. Avevo dodici anni e frequentavo il Conservatorio: la mattina andavo a recuperare i codici musicali, trascorrendo ore a separare le pagine prima che il fango si indurisse, rendendo impossibile dividerle e inserire la carta assorbente. Prima ancora di arrivare in piazza San Marco, venivo investita da quell’odore che, per anni, sarebbe tornato alla memoria ogni volta che a Firenze pioveva forte.

Mio padre, che lavorava all’Enel, trascorreva le giornate nelle centrali elettriche per ripristinare l’energia. Ci raccontava dei ragazzi e dei militari che lavoravano giorno e notte, con lo sguardo segnato dalla fatica e dallo strazio di vedere la distruzione della nostra città. E ci raccontava della dignità con cui i fiorentini affrontavano la perdita di tutto.

Ma il ricordo che più mi è rimasto impresso è quello di un pomeriggio in via Gioberti, quando, insieme a mia madre, andammo a portare acqua e viveri. La strada non era ancora stata completamente liberata, ma davanti a ogni negozio i proprietari si affannavano a ripulire ciò che restava delle loro attività. C’era uno strano silenzio: nessun pianto, nessun lamento, nessuna voce. Eppure, quel silenzio era l’espressione di una volontà precisa: ricominciare, dimostrare che non si sarebbero arresi.

I fiorentini sono una «razza» particolare: polemici, criticoni, spesso ironici in modo non del tutto elegante. Ma si ricompattano quando la loro città è minacciata. La nostra identità è la nostra città. Non si possono scindere questi due elementi. Penso a chi oggi governa Firenze e non ha capito assolutamente nulla della nostra natura.

L’Arno aveva devastato e distrutto tutto ciò che aveva incontrato lungo il suo percorso. In pochi mesi eravamo riusciti, non dico a cancellare — sarebbe stato impossibile —, ma almeno a ricominciare a vivere. Oggi ci troviamo di fronte a un’altra devastazione, alla quale nessuno era preparato. O, per essere più precisi, c’è chi ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Purtroppo, per alcuni quartieri non c’è più speranza. La tramvia passa come l’Arno quel giorno, lasciando il deserto e portandosi via quello che era il nostro modo di vivere la strada. Entrare nei negozi era come entrare in casa di un amico; bar e caffè erano luoghi di ritrovo, dove scambiare quattro chiacchiere. Non era soltanto commercio: era una comunità, un modo di vivere, un’identità.

È rimasto solo il Q2 e, come al solito, l’assessore Giorgio non ha capito nulla. Ci considera come capre, senza una nostra opinione, incapaci di lottare per la nostra identità. Ma nessuno ci ha costretti a scendere in piazza. Lo abbiamo fatto perché vogliamo salvare il nostro quartiere, così come sessant’anni fa lo abbiamo fatto per la nostra città.

Foto: Wikimedia Commons