Firenze ostaggio dei cassonetti “smart”: milioni spesi per l’ennesimo bidone

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Controllano i cittadini, ma non i rifiuti: il paradosso dei cassonetti elettronici a Firenze

 

Di Vincenzo Freni

A Firenze abbiamo finalmente il cassonetto del futuro. Peccato che il futuro non avesse previsto il presente. L’idea, sulla carta, era magnifica. Il cittadino virtuoso, quello che esiste soprattutto nei rendering progettuali e nei convegni sull’innovazione urbana, si avvicina con passo leggero al contenitore, estrae con eleganza la chiavetta elettronica, apre lo sportello corretto, differenzia responsabilmente e contribuisce al futuro sostenibile del pianeta. Qualcuno, in qualche ufficio, ha immaginato questa scena e ha detto wow, allora finanziamo.

Poi però è arrivata Firenze, quella vera composta da umani. Gli obiettivi dichiarati erano comprensibili: controllare i conferimenti, ridurre gli abusi, responsabilizzare gli utenti e preparare la strada alla tariffazione puntuale. Una teoria pulita, quasi elegante. Il problema nasce quando la teoria incontra nella pratica il marciapiede. E il marciapiede ha risposto con sacchi abbandonati fuori dai cassonetti, sportelli forzati, perni interni spostati per un’apertura senza chiave, materiali edili, barattoli di vernice, vecchi mobili e rifiuti di ogni genere infilati nei contenitori aperti abusivamente. Il vecchio cassonetto, rozzo e democratico, è diventato un passato da rimpiangere.

E qui entra in funzione la legge sociologica del primo sacco; appena compare il primo rifiuto fuori dal contenitore, il secondo arriva subito, poi il terzo, poi il quarto. È un meccanismo studiato da decenni dalla sociologia urbana: il degrado visibile (scritte sui muri, scarsa illuminazione, rifiuti e odori sgradevoli…) modifica il comportamento collettivo. Una strada sporca tende a diventare ancora più sporca, perché il cittadino percepisce istintivamente che il controllo sociale si è allentato. Così la tecnologia, invece di prevenire il degrado, rischia di accelerarlo.

Ma c’è anche un costo molto concreto. Il vecchio cassonetto aveva un difetto imperdonabile: funzionava senza elettronica. Quello nuovo richiede chiavi elettroniche, software, database, manutenzione, assistenza tecnica, aggiornamenti di sistema, controlli periodici, riparazioni. La parte più affascinante è che questi costi non finiscono mai. La tecnologia urbana è una rendita perpetua travestita da innovazione. Nel frattempo il contribuente che paga regolarmente la TARI osserva stupito che spende di più, perde più tempo, vede più degrado e continua comunque a trovare sacchi abbandonati fuori dai cassonetti.

Poi ci sono quei piccoli dettagli che nessun project manager della PA ha previsto: una società di anziani, per esempio. Firenze è una città con una forte presenza di ultra sessantenni. E da decenni la sociologia urbana studia le difficoltà create dai sistemi elettronici nelle città che invecchiano. Eppure qualcuno sembra aver progettato tutto immaginando una popolazione composta esclusivamente da venticinquenni appassionati di tecnologia. La realtà invece è fatta anche di: persone sole, anziani con difficoltà motorie, cittadini poco alfabetizzati digitalmente, persone che vogliono semplicemente buttare la spazzatura senza interagire con un computer travestito da bidone.

E poi c’è il dettaglio più clamoroso di tutti: Firenze non è una città come tante altre. È una città investita da un turismo enorme, continuo, mobile, internazionale. Milioni di persone che restano pochi giorni, vivono in affitti brevi, non conoscono il sistema, non possiedono chiavi elettroniche, producono rifiuti continuamente. Pensare di governare una città simile con il modello del “cassonetto personale controllato elettronicamente” significa ignorare la natura stessa di Firenze. E poi esistono gli invisibili: chi non ha un’utenza regolare, chi vive in situazioni precarie, chi semplicemente non vuole essere identificato mentre smaltisce certi materiali. Per loro il cassonetto elettronico non è un incentivo alla legalità. È soltanto un ostacolo da aggirare.

Il punto più interessante sempre dal vista sociologico, però, è forse un altro. Dietro tutta questa elettronica c’è un messaggio implicito molto chiaro: la pubblica amministrazione non si fida più del cittadino. Non basta più chiedere collaborazione civica. Occorre identificare, tracciare, registrare, monitorare. Il cassonetto non è più un semplice contenitore urbano. È un terminale di sorveglianza applicato all’atto più banale della vita quotidiana. E il paradosso è che più aumenta il controllo tecnologico, più proliferano, almeno da parte di una quota minoritaria, i comportamenti di aggiramento. Si finisce per confondere la tracciabilità con la soluzione del problema: il sistema raccoglie dati, ma la città non diventa necessariamente più pulita né più vivibile.

C’è infine qualcosa di quasi commovente in tutta questa vicenda. Questi sistemi vengono progettati immaginando un cittadino ideale: ordinato, disciplinato, digitalmente alfabetizzato e desideroso di passare parte della propria serata dialogando produttivamente con un bidone elettronico. Il vecchio cassonetto, rozzo, immediato, accessibile a tutti, aveva un pregio che nella fretta dell’innovazione si è dimenticato: era compatibile con gli esseri umani. La vera domanda, prima di spendere milioni su milioni, non era dunque se il cassonetto fosse intelligente. La domanda era: Firenze è compatibile con quel cassonetto? Perché nelle città vere vige una legge antichissima che nessun software cancellerà mai: se un sistema complica la vita, qualcuno lo aggirerà; sempre.