Giani giù nei sondaggi: la crisi toscana pesa sul consenso del presidente regionale che crolla al 42%
La nuova classifica SWG per ANSA di Maggio 2026 fotografa un’Italia regionale a due velocità, con una sorpresa non proprio positiva per la Toscana. In testa continuano a comandare i governatori del Nordest leghista: Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) vola al 65% e Alberto Stefani in Veneto si conferma a un solido 58%. Bene anche Roberto Occhiuto in Calabria (53%) e Antonio Decaro in Puglia (51%), mentre sale Roberto Fico in Campania. Più giù, però, emerge chiaramente la frenata di Eugenio Giani. Il presidente toscano crolla al 42%, perdendo cinque punti pesanti in pochi mesi e scendendo all’ottavo posto, superato da De Pascale in Emilia-Romagna e dalla Proietti in Umbria (entrambi al 45%). Non si tratta di un normale assestamento: è il primo calo netto dopo anni di consensi relativamente stabili, e arriva in un momento in cui Giani dovrebbe invece dimostrare di saper governare davvero il secondo mandato.
Dopo la riconferma del 2025, Giani sembra aver perso contatto con una parte significativa dell’elettorato. La Toscana sta attraversando una crisi industriale evidente – moda, meccanica, manifattura – e la Regione non è riuscita a dare risposte convincenti e rapide. Anziché alleggerire il carico su imprese e famiglie, si è scelto di aumentare l’IRPEF, una mossa che ha irritato ceti produttivi e medi, rafforzando la percezione di una giunta più attenta a far quadrare i conti che a risollevare l’economia reale. Problemi di infrastrutture, sicurezza, decoro urbano e ritardi su temi strategici stanno emergendo con forza. La sensazione diffusa è che le promesse del primo mandato si siano in gran parte diluite nel burocratese e nella gestione ordinaria, senza quella spinta innovativa di cui la Toscana, regione storicamente dinamica, avrebbe bisogno. Il secondo mandato sta mostrando i classici limiti: logorio del potere, minore freschezza, autoreferenzialità. Giani appare oggi più in difesa che all’attacco, e questo si paga in termini di consenso.
Il confronto con il voto del 2025 rende il dato ancora più amaro. Giani era stato riconfermato con il 53,9% contro il 40,9% del centrodestra. Un risultato apparentemente buono, ma ottenuto con un’affluenza disastrosa (sotto il 48%). Molti toscani avevano scelto la continuità più per paura dell’alternativa che per entusiasmo. Oggi quel consenso di bandiera si sta sgretolando: il gradimento reale sull’operato quotidiano è sceso nettamente sotto il 50%, segnale che l’effetto “meno peggio” non basta più. Mentre Fedriga e Stefani mantengono alto il consenso nel Nordest e alcuni governatori del Sud dimostrano di saper capitalizzare visibilità e gestione dei fondi, il centrosinistra del Centro-Nord (Giani incluso) appare in difficoltà. In Toscana la situazione è particolarmente delicata: una regione che è stata rossa per decenni è diventata contendibile, e cinque punti persi in pochi mesi rischiano di trasformarsi in un trend.
Servono fatti concreti su lavoro, imprese e infrastrutture, non comunicati e annunci. I toscani stanno diventando sempre più disincantati: pretendono risultati, non giustificazioni. Il 42% non è un tracollo, ma è un segnale chiaro che la luna di miele è finita da un pezzo e che il presidente deve dimostrare, finalmente, se è in grado di meritare ancora la fiducia degli elettori. Al momento, quella fiducia sta scivolando via.

