Palazzo Vecchio si chiude nel palazzo: la protesta dei cittadini lasciata fuori dalla porta
Mentre tra le mura solenni della Sala d’Arme di Palazzo Vecchio si discuteva di “sicurezza democratica” presentando il libro di Franco Gabrielli, a pochi passi di distanza, in Piazza Santa Maria Novella, la voce della città reale prendeva un’altra forma.
È difficile non leggere una nota di calcolo politico nella scelta di far coincidere, il 13 maggio 2026, questo evento istituzionale con la manifestazione dei comitati cittadini. Il sospetto che la presentazione sia servita da “alibi perfetto” per evitare un confronto diretto e scomodo è più che lecito: un modo per giustificare l’assenza dell’assessore alla sicurezza urbana, Andrea Giorgio, proprio alla piazza alla quale era stato invitato. L’assessore, tuttavia, non è rimasto del tutto estraneo alla serata. Essere avvistato poco dopo le 20 in zona, quasi a voler controllare l’andamento della protesta quando ormai i giochi erano fatti, lascia un retrogusto amaro. Sa più di monitoraggio che di partecipazione, come se la voce dei residenti fosse un fenomeno da osservare al microscopio piuttosto che un grido da accogliere con una presenza ufficiale.
Dall’interno del Palazzo, le parole della Sindaca Funaro e dell’assessore Giorgio sono risuonate ancora una volta come un disco rotto. A quasi due anni dall’insediamento, la narrazione non muta: la colpa è sistematicamente del governo che “non manda la polizia necessaria”. Sebbene il tema degli organici sia reale, non può diventare l’unico paravento dietro cui nascondere l’assenza di una strategia locale incisiva. Anche la proposta di dividere la città in 79 aree di osservazione per incrociare dati e percezioni rischia di apparire come un ulteriore esercizio burocratico distante dai problemi urgenti delle strade.
Ma è sul concetto di dialogo che la distanza si fa incolmabile. Affermare, come fatto da Giorgio, di non essere contrario ai comitati purché “collaborino con l’amministrazione” per essere “utili”, rivela una visione preoccupante. Tradotto: il dissenso è legittimo solo se si mette al servizio del racconto del potere.
Questo non è ascolto, è gestione del dissenso; non è partecipazione, è il tentativo di trasformare la critica in un supporto logistico alle mancanze amministrative. C’è un’urgenza di realtà che non può più essere contenuta dai cerimoniali o da una presentazione editoriale usata come scudo. Questa comunità chiede una politica che non tema le piazze e che smetta di considerare i cittadini come “utili idioti” della propria narrazione, riconoscendoli invece come interlocutori con cui scontrarsi, se necessario, ma da rispettare sempre. Perché la paura non si batte con i manifesti, ma con la fiducia; e la fiducia rinasce solo quando chi governa smette di cercare alibi e comincia a farsi trovare dove la città chiama.
