Lo studentato di Viale Morgagni nel degrado più totale. Tra muffa, blatte e acqua assente, ecco il volto del “diritto allo studio” a Firenze
All’interno del Calamandrei, mentre Firenze si vanta di essere cosmopolita e “universitaria”, centinaia di giovani vivono in condizioni che dovrebbero far vergognare chi governa il diritto allo studio. Il racconto che viene da viale Morgagni non è una narrazione di disservizi minori, ma l’immagine di una Regione e di un’Azienda per il Diritto allo Studio (Dsu/Ardsu) che hanno abdicato ai loro compiti fondamentali: garantire spazi dignitosi dove studiare, riposare e costruire il proprio futuro. Muri scrostati, muffa onnipresente, acqua assente da giorni, infestazioni di blatte e topi: pericoli concreti per la salute e per il percorso accademico di chi paga una retta — economica e sociale — per ricevere istruzione.
La risposta rituale — promesse di interventi in diciotto giorni, tavoli convocati entro l’8 giugno, investimenti annunciati sui “quattro milioni di utili” — suona come una musica stonata rispetto all’urgenza che gli studenti vivono ogni giorno. Per diciotto giorni senza acqua, per corridoi impregnati di muffa che danneggia la salute respiratoria, per scale in cui si rischia di trovare secchi e taniche invece di manutenzione: la procrastinazione è complicità. Per chi studia, perdere lezioni, correre fra la casa e la mensa per rifornirsi d’acqua, o valutare l’abbandono degli esami per rientrare a casa, è già una sconfitta pratica e politica.
E qui si inserisce, con responsabilità precisa, il ruolo dell’assessora regionale all’Università e alla Ricerca, Cristina Manetti. Non tanto per l’incontro in sé, che sarebbe la routine istituzionale, ma per la gestione complessiva della politica del diritto allo studio che il suo assessorato dovrebbe dirigere e riformare. È insufficiente presentarsi dopo che la situazione è degenerata, elencare interventi tampone e rivendicare un impegno futuro: la politica si valuta sulle priorità scelte prima della crisi, sulle risorse allocate, sulle ispezioni preventive e su una comunicazione trasparente con gli studenti. La sua ammissione che “bisogna migliorare la comunicazione” è un ammissione di fallimento tecnico e morale: la comunicazione non sostituisce i lavori, non cura la muffa, non rimpiazza la manutenzione periodica né la pianificazione degli investimenti. Le critiche non sono personali per il gusto di attaccare: sono oggettive e fondano su tre punti precisi. Primo, la sottovalutazione della manutenzione ordinaria e della prevenzione. Le residenze non sono beni da saccheggiare e dimenticare: richiedono piani di controllo, risorse dedicate e appalti trasparenti. Secondo, la scarsa capacità di programmazione finanziaria dell’Ardsu, che dichiara necessità di 12–15 milioni per la ristrutturazione completa mentre conta su risorse insufficienti. Se la programmazione è debole, la politica deve scegliere: tagliare altrove o mettere il diritto allo studio al centro. Terzo, la comunicazione tardiva e incongrua: gli studenti scoprono dalle cronache che potrebbero essere trasferiti temporaneamente — non dai loro gestori — e questa è una ferita alla fiducia democratica e istituzionale. La rabbia degli studenti non è isteria; è la reazione giusta a un sistema che penalizza i più fragili. Chi proviene da fuori regione, chi vive con borse di studio, chi studia con fatica e sacrificio non può essere costretto a scegliere tra la salute e il diritto allo studio. Quando lo spazio universitario diventa privilegio di chi può permettersi affitti privati, allora il sistema fallisce la sua missione sociale.
Serve una risposta netta: stanziamenti straordinari immediati per le emergenze igienico-sanitarie, un cronoprogramma vincolante con scadenze e verifiche pubbliche, un piano pluriennale per la ristrutturazione e l’adeguamento sismico del Calamandrei, e la riforma dell’Ardsu per renderlo più efficiente e trasparente. Ma soprattutto serve una scelta politica chiara: considerare il diritto allo studio come investimento prioritario. Le promesse in conferenza stampa non bastano più.
Firenze vanta atenei di eccellenza; non può tollerare che alle loro porte si consumi lo spreco più grottesco: giovani costretti a vivere in condizioni indegne mentre la città si racconta al mondo. L’assessora Manetti e la Regione non possono limitarsi a foto di circostanza o a scuse rituali. Devono trasformare la crisi in cambiamento reale, assumendosi responsabilità concrete e misurabili. Ogni giorno di inazione è un altro giorno in cui lo Stato abbandona chi studia e costruisce il futuro della comunità. Non è più tollerabile.
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