Firenze al rallentatore: dal +1% del 2025 allo 0,5% del 2026, tra shock geopolitici e miopia amministrativa
Il Rapporto 2026 sullo stato dell’economia della provincia di Firenze, curato dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio, dipinge un quadro di transizione fragile: dopo una moderata ripresa nel 2025 (+1% circa del PIL locale), il 2026 si profila all’insegna della stagnazione, con una crescita stimata allo +0,5% in scenario base e il rischio concreto di scivolare in territorio recessivo se le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente dovessero aggravarsi.
I dati sono chiari e preoccupanti. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha fatto schizzare il prezzo del petrolio vicino ai 100 dollari al barile, riattivando l’inflazione e comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie. I consumi interni, che nel 2025 avevano segnato un +1,3%, si fermano intorno allo 0,7%. Il manifatturiero tradizionale (moda, pelletteria, meccanica) mostra segnali di affaticamento una volta depurati gli effetti distorsivi del farmaceutico e del frontloading verso gli USA. Il turismo tiene (intorno ai 13 milioni di presenze ufficiali), ma resta sotto i livelli pre-pandemia e risente dell’incertezza sui voli e sui costi. La demografia d’impresa, pur con un saldo positivo nel 2025, evidenzia una dicotomia preoccupante tra terziario resiliente e manifattura in difficoltà.
Fin qui, le responsabilità globali: guerra in Medio Oriente, protezionismo americano, shock energetico. Ma ridurre tutto a fattori esterni sarebbe un comodo alibi per chi governa la città. A questo quadro va aggiunto come l’amministrazione comunale di Firenze stia contribuendo attivamente a frenare quella crescita che pure sarebbe possibile.
Da anni si parla di semplificazione amministrativa, di attrazione degli investimenti, di modernizzazione della città. Eppure i report della CamCom restituiscono l’immagine di un tessuto produttivo che deve combattere non solo contro il caro-energia ma contro una macchina comunale lenta, opaca e spesso ostile allo sviluppo. Regolamenti su regolamenti, permessi edilizi farraginosi, piani urbanistici che ostacolano la riconversione di aree dismesse, una tassazione locale (IMU, TARI, addizionale IRPEF) che resta tra le più elevate del Centro-Nord senza corrispondere a servizi efficienti. Mentre Milano e Bologna corrono su digitalizzazione della PA e attrazione di talenti tech, Firenze sembra ancora ancorata a una visione turistico-museale che penalizza la diversificazione produttiva.
Il risultato? Le società di capitali fiorentine mostrano solidità nei bilanci passati, ma le prospettive per il 2026-2027 parlano chiaro: stagnazione degli investimenti, compressione dei margini, difficoltà a reperire manodopera qualificata aggravata da una politica abitativa che rende la città inaccessibile per i giovani lavoratori. Il tanto decantato “labor hoarding” delle imprese (mantenimento del personale con cassa integrazione) rischia di trasformarsi in un tappo strutturale se non arriva ossigeno fresco dall’esterno.
L’amministrazione ha puntato tutto su un turismo di massa che, pur importante, mostra ormai i suoi limiti: sovraffollamento del centro storico, costi sociali elevati, ritorno economico decrescente una volta saturati gli alberghi. Nel frattempo, si è trascurata la vera manifattura di qualità, l’artigianato di eccellenza, le startup innovative, la logistica intelligente.
Invece di una vera politica industriale locale – incentivi mirati alla transizione green e digitale, partnership pubblico-privato per formazione professionale, riduzione selettiva della pressione fiscale per chi investe e assume – si è preferito il consueto mix di annunci, bandi complicati e clientele. Il Rapporto CamCom lo dice senza mezzi termini: il futuro dipende dalla capacità delle imprese di adattarsi, ma serve un contesto abilitante che il Comune non sta fornendo.
Mentre il mondo corre verso reshoring e intelligenza artificiale, Firenze rischia di rimanere prigioniera di un immobilismo burocratico che trasforma shock esterni in crisi locali permanenti. Il rallentamento del 2026 non è solo “colpa di Hormuz”. È anche il frutto di anni di politiche miopi che hanno preferito la conservazione del consenso a breve termine alla visione di medio-lungo periodo. Se non si inverte la rotta – semplificando davvero le procedure, investendo su infrastrutture digitali e fisiche, rendendo la città attrattiva per chi produce ricchezza e non solo per chi la visita – il rischio è che la “tenuta” di oggi si trasformi nella stagnazione di domani.
Firenze ha tutte le carte in regola per essere molto di più di una cartolina per turisti: ha storia, bellezza, imprese eccellenti, università, posizione strategica. Meriterebbe un’amministrazione all’altezza di questa vocazione, non un freno a mano.

