Fra gli ecomostri urbani sotto forma di cubi, cilindri, parallelepipedi e altre amenità della “nuova urbanistica”, ecco i buchi neri dimenticati da Palazzo Vecchio
Il consigliere del Quartiere 2, Simone Sollazzo, raccoglie il testimone dell’oggi europarlamentare Francesco Torselli e riporta all’attenzione dell’opinione pubblica – troppo spesso distratta dalle discutibili scelte della nuova urbanistica, fatta di ecomostri tra cubi, cilindri, parallelepipedi e altre amenità che continuano a riempire Firenze di cemento e asfalto – il caso ventennale dell’abbandono dell’ex deposito del tramvai di via De André, nella zona di Rovezzano (Q2).
Una vicenda che torna d’attualità proprio mentre Firenze continua a battere record di caldo, tanto da essere anche in questi giorni tra le poche città italiane con il bollino rosso per il rischio sanitario. Evidentemente, però per l’amministrazione comunale che si vanta di depavimentare lo zero virgola della città ma massacra gli alberi senza spiegarne il perché ai fiorentini per far posto al cemento e il ferro della tramvia progettata oltre quarant’anni fa, le priorità sono altre.
La storia dell’ex deposito del tramvai di via De Andrè è lunga e complessa. Chi scrive la conosce bene, avendola seguita fin dal 2015, quando sollecitò alcuni consiglieri comunali di opposizione a occuparsene. Tra questi la consigliera civica Cristina Scaletti – oggi sindaca di Fiesole e, di fatto, passata nell’area politica della maggioranza che governa Firenze e la Toscana – e il consigliere Francesco Torselli, che raccolse la segnalazione e iniziò a interessarsi del caso.
Vale la pena ricostruire le tappe di questa vicenda. L’edificio, realizzato alla fine dell’Ottocento come deposito del tramvai, è stato utilizzato fino al 2008 da una carrozzeria. Alla chiusura dell’attività è iniziata una lenta ma inesorabile discesa nel degrado.
Per un periodo si parlò della possibilità che l’immobile diventasse la nuova moschea della comunità islamica. La proposta suscitò un acceso dibattito politico, ma alla fine, nel 2015, l’edificio fu acquisito all’asta dalla concessionaria Bi Auto, che presentò un’offerta di un milione e trecentomila euro, superando quella di circa cinquecentomila euro avanzata dalla comunità islamica. Sembrava l’inizio della rinascita. La presenza di una concessionaria lasciava immaginare un intervento di recupero capace almeno di mettere in sicurezza l’area e restituire dignità a un immobile storico. Invece non accadde nulla.
Nel frattempo il degrado aumentava. L’edificio divenne rifugio di spacciatori e persone dedite ad attività criminali. In quella zona una giovane denunciò anche di aver subito una violenza sessuale da parte di uno degli occupanti dell’ex deposito, successivamente arrestato. Nemmeno questo bastò a smuovere le istituzioni.
Nel 2017 andai personalmente nella sede della proprietà, a Sesto Fiorentino, per chiedere chiarimenti. Credo di essere stata una delle poche persone a riuscire a parlare direttamente con il proprietario prima che scegliesse il silenzio. Ricordo ancora come definì quell’acquisto: “un cattivo affare”. Gli anni passavano. La prima giunta Nardella lasciava il posto alla seconda, ma il “buco nero” di Rovezzano, sulle rive dell’Arno, rimaneva esattamente dov’era: abbandonato, occupato e sempre più degradato.
Nel 2021 sembrò riaccendersi una speranza. Il nuovo Piano Operativo prevedeva infatti il recupero del complesso privato con opere di riqualificazione a beneficio del quartiere. Anche questa volta, però, tutto è rimasto sulla carta. Dagli uffici comunali risulta che la proprietà sia ancora nelle mani della stessa società e, nel frattempo, il muro di silenzio continua.
L’assessore alla sicurezza Andrea Giorgio lo scorso settembre dichiarò a La Repubblica “Ne parleremo al Cosp (il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica riunito dal prefetto, ndr), proporremo di convocare anche la proprietà, perché ha la responsabilità di gestire la struttura in modo che sia sicura e non utilizzata”. Ma, ancora una volta, niente è successo.
Oggi il caso torna nuovamente d’attualità. Dopo diverse segnalazioni, il consigliere di Quartiere Simone Sollazzo (FdI) ha effettuato un sopralluogo, verificando che l’ex deposito è nuovamente occupato. Al suo interno alcune persone hanno ricavato veri e propri dormitori, mentre parte dell’area è stata trasformata in una discarica dove vengono accumulati rifiuti ed elettrodomestici dismessi, dai quali recuperare materiale metallico. Passando davanti all’edificio, colpisce il contrasto tra le impalcature di tubi innocenti, ormai in parte arrugginite su un lato dell’edificio, il tetto sfondato da cui filtra la luce e il grande cartello con la scritta “edificio pericolante”, quasi fosse il simbolo di vent’anni di immobilismo amministrativo.
Dopo oltre un decennio di promesse mancate, è inevitabile interrogarsi sull’incapacità delle amministrazioni fiorentine – prima le due giunte Nardella e oggi quella guidata da Sara Funaro – di affrontare il recupero di uno degli edifici storici più significativi di questa parte della città. Ma c’è anche un’altra domanda, forse ancora più urgente. L’amministrazione che ama definirsi “dalla parte degli ultimi” ritiene davvero accettabile che decine di persone vivano all’interno di un edificio dichiarato pericolante, circondate da rifiuti e con il rischio concreto che la struttura possa cedere?
Dall’altra parte della città si costruiscono cubi e cilindri scintillanti destinati ad attrarre investitori internazionali. Qui, invece, sopravvive una Firenze storica lasciata marcire nell’indifferenza di Palazzo Vecchio. Per questo il consigliere Simone Sollazzo chiede che il Comune verifichi fino in fondo se esistano ancora strumenti giuridici per tutelare l’interesse pubblico. Se gli impegni assunti con gli atti di vendita non sono stati rispettati, è doveroso capire se vi siano le condizioni per riportare l’immobile nella disponibilità comunale. Qualora ciò fosse possibile, l’area dovrebbe essere candidata ai fondi europei e regionali destinati alla rigenerazione urbana e al recupero dell’archeologia industriale. “Si potrebbe realizzare, ad esempio, un grande polo dedicato ai giovani”, propone Sollazzo.
Una cosa, però, è certa: qualcosa va fatto, e in fretta. Perché non possono esistere due Firenze. Quella vetrina del turismo internazionale, dei grandi investimenti e delle architetture d’effetto, e quella dimenticata, lasciata da oltre quindici anni al degrado, all’abbandono e all’indifferenza di chi amministra la città.


