Meloni nuova Merkel? Sì, è un tema nazionale, ma l’attenzione per la premier e leader di Fratelli d’Italia – partito con il quale la redazione di La Firenze che vorrei sta tentando un dialogo nell’ambito dei lavori della Commissione Covid – da parte del governativo Times merita una riflessione anche nella più anglofila delle città italiane, Firenze, con i suoi piccoli potentati autoreferenziali, i suoi salottini buoni decaduti, le sue schiacciatine. Il paragone è intrigante, ma va data una lettura profonda.
Il successo di Giorgia Meloni sta proprio nell’essere cresciuta nelle sezioni di partito (e che partito!), sangue & merda, soprattutto per una bella donna (madre di una bambina amatissima, avuta con il più immaturo dei maschietti d’Italia), nel portare nel mondo liquido di oggi un frammento, non enorme ma sostanziale, del mondo di ieri. È antica quanto basta, ma è anche contemporanea. La fiamma c’è, perché le radici non seccano, ma Fiuggi c’è stata e la prosecuzione di quella parabola è l’esperienza di governo, che molto probabilmente proseguirà. Vannacci, per quanto molto adatto ai social, è un esperimento più arretrato.
Angela Merkel, figlia del pastore protestante Kasner, il quale fa uno strano passaggio dalla anseatica e anglofila – anche lei! – Amburgo al Brandeburgo in piena DDR, tutto questo non lo ha mai fatto (e non avrebbe mai potuto fare). Il suo ingresso in politica è tardivo, resta sostanzialmente indifferente alle proteste che travolgono la claudicante DDR (quelle scandite dal Wir sind das Volk), scala la CDU più per merito degli scandali che travolgono Kohl e frenano l’ascesa di Schäuble e Merz – facile il parallelismo con Tangentopoli – che per meriti propri. È una Mutti, una “mammina” rassicurante, più o meno abile nel mantenere l’esistente, incapace di creare o di fare politica. «Keine Experimente», per riprendere il celebre slogan di Adenauer (si parva licet componere magnis).
Giorgia Meloni rappresenta un modello che in un contesto non semplice per l’Italia, tra parametri di stabilità e vincoli esterni, permette di utilizzare i pochi spazi di manovra. La solidità interna diventa l’unica chiave per una solida proiezione esterna. E nel Mediterraneo l’Italia è tornata a esserci. In Tunisia, supportandone la stabilizzazione dopo il disastro delle Primavere arabe, e nel Medio Oriente, con il tentativo di risparmiare al Libano altri lutti, mentre ha sviluppato una promettente sinergia militare-industriale con la Turchia. E se il governativo Times certifica il suo apprezzamento dalle parti della City, Meloni se l’è cavata anche con il New York Times, in un’intervista tutt’altro che in ginocchioni (come quelle di certa carta stampata nostrana).
Amerikana la Kasner/Merkel (Merkel è il cognome del primo marito, più adatto per fare breccia nell’elettorato della ex Germania Ovest), americana sì, Meloni, ma ha saputo anche dire di no agli americani quando ha potuto. Si ricordino, invece, le irsute critiche di Merkel a Schröder (uno statista di vecchio stampo, erede di quella politica tedesca in equilibrio tra Est e Ovest inaugurata da Bismarck e proseguita fino a Rapallo, passando per Brest-Litovsk, prima del disastro del nazionalsocialismo), quando disse niet all’invasione dell’Iraq. Europeista, Meloni, ma per un’Europa che non può essere, come era per Merkel, una proiezione di una debordante potenza economica che si traduce in vassallaggio. E, poi, questa potenza economica tedesca è tutta da valutare oggi.
E, poi, questa Meloni non sbaglia un outfit, un po’ perché bella, un po’ perché sa stare al mondo. E quello lo si impara non nelle polverose aule di un’università tecnica (ambiente particolarmente caro alla Stasi), ma sui marciapiedi polverosi di Garbatella. Risparmiamo ai nostri «venticinque lettori» il paragone con le fotografie di Angela Dorotea Kasner alias Merkel al Festival di Bayreuth, dedicato al pesantissimo e tedeschissimo Wagner; Meloni, di contro, non sbaglia nemmeno in costume da bagno. E sa stare con i potenti, Meloni, anche con il linguaggio del fisico. Ci piace ricordare, invece, come un vecchio arnese dei servizi, Vladimir Putin, come in un interrogatorio alla povera Mutti Merkel, abbia fatto leva sulla sua paura dei cani.
Questa è la politica. Avvisati i potentati locali: Meloni non passa, le pastette non basteranno a lungo. Ma avvisata anche Fratelli d’Italia. Meloni non può essere sola. La politica si fa nelle aule sì ma anche nelle sedi di partito. E quella della piazza dedicata al patriota Oberdan deve tornare, come chiedono in molti, non ultimo l’ex coordinatore cittadino Jacopo Cellai, operativa al 100%.

