Per anni Firenze ha puntato sul turismo di massa e sulla trasformazione del centro storico. Ora la soluzione proposta è restringere ulteriormente la libertà dei proprietari
Di Simone Margheri
«La casa è un diritto, non un prodotto finanziario». Detta da Dario Nardella, la frase suona bene in un’intervista tv, come manifesto elettorale. Applicata alla Firenze reale, racconta invece il paradosso di una classe politica che per anni ha lasciato che il centro storico diventasse una gigantesca macchina turistica e oggi pretende di rimediare imponendo sempre nuovi vincoli a chi possiede un appartamento. Nardella esulta perché la Commissione europea ha presentato l’Affordable Housing Act e la racconta come una vittoria: Bruxelles avrebbe finalmente dato ragione ai sindaci sui limiti agli affitti brevi. Peccato che si tratti, per ora, di una proposta che deve ancora passare da Parlamento europeo e Consiglio, e che la Commissione stessa chiarisca di non imporre alcun divieto automatico: fissa un quadro comune per individuare le aree sotto pressione abitativa e lascia alle autorità locali la scelta delle misure. Nardella non aspetta che il regolamento diventi legge per intestarsi la battaglia. Del resto fu lui, da sindaco, a introdurre nel 2023 il blocco delle nuove locazioni turistiche brevi nell’area UNESCO, misura poi ripresa dalla Regione Toscana e dalla giunta Funaro.
Ed è qui che il ragionamento comincia a scricchiolare. Se la casa è davvero un diritto, bisognerebbe chiedere a chi ha amministrato Firenze negli ultimi dieci anni che cosa abbia prodotto un modello urbanistico che ha trasformato il cuore della città in una vetrina per turisti. Non sono stati i piccoli proprietari a inventare il turismo di massa. Non sono stati loro a decidere che Firenze dovesse diventare una delle mete più fotografate d’Europa. Eppure, quando gli effetti di quella scelta diventano evidenti, la risposta della sinistra è sempre la stessa: comprimere la libertà di chi possiede un immobile. È una scorciatoia, non una soluzione. Lo ammette persino la Commissione europea, che definisce gli affitti brevi «una parte del problema in molte città», non la causa della crisi abitativa. Lo stesso commissario Dan Jørgensen ha riconosciuto che le nuove misure, da sole, non risolvono nulla. Il nodo vero è l’offerta: servono case, non altri regolamenti.
E qui arriva il caso che rende questa contraddizione ancora più difficile da ignorare: Montedomini. Mentre il centrosinistra fiorentino spiegava ai privati che affittare ai turisti è un problema sociale, un ente pubblico legato al welfare cittadino gestiva parte del proprio patrimonio immobiliare esattamente allo stesso modo: sul mercato degli affitti brevi, con la stessa amministrazione Funaro che quella pratica condannava pubblicamente. Non un piccolo proprietario che arrotonda la pensione con una stanza su Airbnb, ma un patrimonio pubblico, nato per finalità sociali, finito nel circuito turistico proprio mentre il Comune costruiva la propria narrazione politica sulla battaglia contro gli affitti brevi. Se il problema fosse davvero ideologico, cioè se il bersaglio fosse la “rendita speculativa” in quanto tale, Montedomini avrebbe dovuto essere il primo caso da chiudere, non da gestire con circospezione istituzionale. Invece la risposta è arrivata in ritardo, sotto pressione mediatica, con la solita sequenza: normare, censire, promettere verifiche.
Il paradosso più duro da digerire è questo: chi accusa i cittadini di trattare la casa come un prodotto finanziario si è trovato a gestire, con il patrimonio pubblico, proprio quella stessa logica di mercato. La Costituzione riconosce e garantisce la proprietà privata e affida alla legge il compito di stabilirne i limiti per assicurarne la funzione sociale. Ma funzione sociale non equivale a proprietà subordinata all’umore dell’amministratore di turno. Anche il Parlamento europeo, nella sua risoluzione sulla crisi abitativa, chiede di conciliare la disponibilità di alloggi con il diritto di proprietà, la certezza giuridica dei proprietari e un turismo sostenibile, ricordando che le misure devono essere necessarie, adeguate e proporzionate. Proporzionate: è proprio la parola che a Firenze si continua a dimenticare. Il centro storico non ha bisogno di diventare un dormitorio per turisti. Ma non ha nemmeno bisogno di trasformarsi in un laboratorio di pianificazione statalista del patrimonio immobiliare, tanto meno gestito da chi, come dimostra il caso Montedomini, non è riuscito a dimostrare quella coerenza tra principi proclamati e gestione del patrimonio pubblico che pretende dai cittadini.
Che cosa serve davvero? Più offerta abitativa. Meno burocrazia. Regole semplici e proporzionate. Recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, a partire proprio da quello di enti come l’ASP Montedomini. Incentivi veri alla locazione residenziale. Una politica urbanistica che produca case, non comunicati stampa. Perché una cosa è difendere il diritto alla casa. Un’altra è usarlo come pretesto per decidere dall’alto come gli altri debbano utilizzare la propria, mentre il patrimonio pubblico viene gestito con logiche che assomigliano a quelle del mercato che si condanna a parole. Il centro di Firenze non è diventato un parco turistico ieri. È successo anche, e soprattutto, negli anni in cui Nardella prima e Funaro poi amministravano la città. E il caso Montedomini dimostra che, quando si è trattato di scegliere tra coerenza e convenienza, la coerenza è rimasta troppo spesso nelle dichiarazioni, mentre le conseguenze delle scelte sono ricadute sulla città e sui suoi proprietari.
Originariamente pubblicato su Ad Hoc News il 12 Settembre 2026


