Ci sono più pratesi che votano o cinesi che non votano? A Prato in maggioranza i cinesi non votano. Dovrebbero anche smettere di parlare cinese?
Il tetto agli stranieri che non parlano italiano rischia l’effetto contrario: spingere verso nicchie o cortocircuiti formativi, dimenticando che il Mediterraneo ha sempre vissuto di contaminazioni (scuole francesi in Libano, italiane ad Alessandria d’Egitto, cattoliche un po’ ovunque, il Liceo di Galata dove ha insegnato Garibaldi), soprattutto nei porti.
A proposito: e se il Pecci fosse affidato a una governance mista sino-italiana? Forse sarebbe una grande opportunità. Per Prato, per l’arte, per il Pecci che è rimasto un incompiuto. A Venezia lo hanno capito (vedi Capsule Shanghai). Nessuna provocazione, solo logica: Prato è l’unica città italiana con oltre cento nazionalità e una comunità che qui è nata, ha studiato, fa impresa.
Esasperare il campanilismo museale! Perché non immaginare il Pecci come il primo centro sino-italiano per l’arte contemporanea in Europa? Non “dare” il museo, ma costruire un ponte con governance condivisa. Tre vantaggi: sostenibilità, pubblico reale, unicità continentale. Prato smetterebbe di inseguire Firenze (senza negare i ponti) e sarebbe ciò che è: la città più internazionale della Toscana. Anche se Firenze ha il TIAC!
Ora immagina un pratese di radici cinesi che ti spiega la Val di Bisenzio in dialetto e un investitore di Shanghai che a Prato si sente a casa.
In copertina: Centro Pecci di Prato (Michela Osteri – Wikimedia Commons)


