Ponte da Verrazzano, ora è corsa contro il tempo: ma la fretta è figlia dei ritardi dell’Amministrazione

verrazzano foto comune firenze

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La tramvia era programmata da anni, le caratteristiche del ponte erano note e le verifiche erano già state effettuate: oggi però il Comune si trova a concentrare progettazione, autorizzazioni e lavori in una corsa contro il tempo

 

C’è un aspetto della vicenda del Ponte da Verrazzano che rischia di passare in secondo piano, sommerso dai tecnicismi sulla VAL4, dalle verifiche strutturali e dalla necessità di far passare la tramvia. Ed è forse proprio quello più politico: perché ci troviamo oggi a correre contro il tempo per un intervento che, almeno in larga parte, poteva e doveva essere programmato molto prima? Perché il problema non nasce oggi. Il ponte è lì da decenni, la tramvia verso Bagno a Ripoli non è certo un fulmine caduto dal cielo e il suo passaggio sul Verrazzano è noto da anni. Le condizioni del ponte, le sue caratteristiche strutturali e la necessità di intervenire avrebbero dovuto essere affrontate con largo anticipo, evitando di arrivare nell’estate 2026 con un progetto ancora da definire compiutamente e con la prospettiva di concentrare sette mesi di lavori dentro una tabella di marcia ormai diventata una corsa contro il calendario.

Adesso, invece, scopriamo che bisogna nominare rapidamente il progettista, completare il progetto esecutivo, definire gli interventi, affrontare la questione delle terrazze, verificare gli aspetti legati alla tutela e poi mettere tutto in cantiere. Il tutto con l’obiettivo di non compromettere l’entrata in esercizio della tramvia. Una domanda sorge spontanea: ma era davvero necessario arrivare a questo punto? E quando la programmazione arriva tardi, inevitabilmente arriva anche la fretta. E quando arriva la fretta, il rischio è che a pagare il conto siano la qualità delle decisioni, il patrimonio architettonico e, soprattutto, i cittadini.

Il caso delle terrazze del Ponte è emblematico. I giornali parlano di demolizione, ma dalle stesse dichiarazioni dell’Amministrazione emerge che la soluzione deve ancora essere tradotta nel progetto esecutivo. Insomma, la decisione appare già presa nel dibattito pubblico mentre, almeno sul piano formale, il percorso progettuale deve ancora essere completato. E questo è un modo di procedere che lascia qualche perplessità. Perché quelle terrazze non sono semplicemente un pezzo qualsiasi del ponte. Fanno parte dell’idea architettonica di Leonardo Savioli e del rapporto che il progettista aveva immaginato tra il ponte, l’Arno e la città. Si può certamente arrivare alla conclusione che debbano essere rimosse. Se i tecnici dimostreranno che non esiste una soluzione diversa e che la loro eliminazione è indispensabile per garantire la sicurezza e consentire il passaggio della tramvia, sarà giusto prenderne atto. Ma proprio perché stiamo parlando di un’opera di particolare valore, prima di demolire sarebbe doveroso dimostrare che sono state valutate seriamente tutte le alternative.

E qui entra anche il ruolo della Soprintendenza. Non si tratta di chiedere alla Soprintendenza di bloccare i lavori o di trasformare ogni intervento in una guerra burocratica. Si tratta semplicemente di garantire che una scelta così invasiva venga valutata anche sotto il profilo della tutela architettonica, prima che diventi irreversibile. Il problema è che, stando alle dichiarazioni emerse finora, il progetto esecutivo non era ancora completato e la Soprintendenza non risultava ancora formalmente coinvolta sulla soluzione definitiva delle terrazze. Ed è difficile non chiedersi se non si sarebbe potuto fare tutto questo molto prima.

La tramvia è programmata da anni. Il Ponte da Verrazzano non è comparso improvvisamente sulla cartina di Firenze. Il paradosso è che oggi l’Amministrazione presenta la vicenda come una corsa contro il tempo. Ma la vera domanda è un’altra: chi ci ha portato a dover correre? Perché se il Ponte da Verrazzano era da adeguare per permettere il passaggio della tramvia, questo non lo abbiamo scoperto ieri. E se le verifiche necessarie dovevano essere fatte, potevano essere fatte prima. Adesso il rischio è che la fretta con cui si è arrivati al problema diventi anche la fretta con cui si prende una decisione irreversibile sul patrimonio della città. Ed è proprio questo che andrebbe evitato. Non è detto che le terrazze debbano essere salvate a tutti i costi. Ma è certo che, prima di demolirle, Firenze ha il diritto di sapere perché non potevano essere salvate. E soprattutto ha il diritto di sapere perché, ancora una volta, siamo arrivati a doverlo decidere di corsa.

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