Il generale condannato all’ergastolo per genocidio sepolto con onori militari. Ma il dato più inquietante è un altro: oltre il 70% dei giovani serbi lo considera un eroe
Dalla Serbia alla Croazia, dalla Bosnia al Kosovo passando per la Slovenia e la Macedonia. A trent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia, nazionalismi, revisionismi e memorie contrapposte continuano ad alimentare una delle ferite geopolitiche più profonde dell’Europa. Pare che l’Europa, spesso distratta, se ne renda conto solo a seguito della morte del macellaio di Srebrenica, Ratko Mladić, il generale condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità.
Trent’anni dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la memoria delle guerra fratricide, che hanno sconvolto negli anni Novanta i Balcani, continuano così ad essere trasmesse alle nuove generazioni come una storia di vittime e carnefici, a seconda della bandiera sotto cui la si racconta, e il nazionalismo torna a essere una potente arma politica.
Esistono momenti in cui la storia non ritorna. Semplicemente non se n’era mai andata.
La morte di Ratko Mladić è uno di questi. Il generale serbo-bosniaco morto all’Aja a 84 anni, mentre stava scontando l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è l’uomo che la giustizia internazionale ha riconosciuto responsabile, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono uccisi più di 8.000 bosgnacchi, e del lungo assedio di Sarajevo.
“Il macellaio di Srebrenica” in Serbia non viene consegnato alla storia come un criminale di guerra. Anzi.
Il governo serbo ha infatti disposto il funerale con onori militari. C’è di più. Il presidente Aleksandar Vučić ha criticato il trattamento riservato a Mladić dal tribunale dell’Aja che lo ha lasciato morire in galera, ma il dato che dovrebbe inquietare più di qualsiasi cerimonia funebre è che secondo una recente rilevazione citata dal quotidiano spagnolo El País, più del 70% dei serbi considera Mladić un eroe. Fermiamoci un momento su questo numero e riflettiamo.
Un uomo condannato per genocidio muore in un carcere internazionale e una grandissima parte delle nuove generazioni del suo Paese non solo lo considera uno dei propri generali ma continua a guardarlo come un eroe.
È questo il vero fallimento e non soltanto della Serbia ma della memoria europea. La condanna giudiziaria non è bastata e la sentenza dell’Aja non ha cancellato il racconto politico e identitario costruito attorno a Mladić se per molti serbi egli continua a essere il comandante che “difese il popolo serbo” e non l’uomo che guidò forze responsabili di alcune delle peggiori atrocità commesse in Europa dopo la Seconda guerra mondiale e quando il carnefice viene trasformato in eroe, il problema non è più soltanto il passato.
È il presente ed è il futuro perché i giovani che lo celebrano non hanno combattuto quella guerra ne l’hanno vissuta da bambini.
Non erano a Srebrenica, non erano a Sarajevo. Non hanno vissuto la dissoluzione della Jugoslavia e non sono stati profughi, eppure stanno ereditando le narrazioni di quei drammatici anni.
La guerra dei Balcani non è finita nei libri di storia
La tragedia jugoslava anche se pare lontana nel tempo è una ferita recente e non rappresentò una semplice guerra. Fu una gigantesca carneficina civile incendiata da memorie storiche sopite per troppo tempo sotto la tirannia socialista.
Serbi, croati, bosgnacchi, sloveni, kosovari, macedoni e montenegrini non sono mai stati in realtà “fratelli” come voleva far credere il sanguinario dittatore Tito che riuscì a tenerli insieme per anni col terrore e le purghe di Stato fino a quando tornarono liberi di ridefinire la propria identità.
La Jugoslavia si dissolse come neve al sole e le repubbliche diventarono Stati, i confini cambiarono, ma le memorie non si sono dissolte. Mai.
Anzi, sono state progressivamente nazionalizzate.
Gli studiosi parlano proprio di una “rinazionalizzazione della memoria” nello spazio post-jugoslavo: il passato comune viene reinterpretato attraverso le identità nazionali e utilizzato per costruire nuovi racconti collettivi e così ogni Paese ha costruito il proprio album fotografico della guerra con i propri martiri, i propri eroi, le proprie vittime e spesso i propri carnefici.
Approfondiamo la realtà in ogni ex repubblica della Jugoslavia.
Serbia: Mladić, Karadžić e il mito della Serbia assediata
Ratko Mladić e Radovan Karadžić continuano a essere celebrati da una parte della società come difensori degli interessi serbi. La narrazione è quella di un popolo circondato, aggredito, costretto a difendersi. Le responsabilità per le atrocità vengono minimizzate, negate oppure inserite in un racconto nel quale le violenze commesse dagli altri diventano la giustificazione di quelle serbe.
È il meccanismo perverso del nazionalismo: la propria violenza diventa sempre una risposta, quella degli altri diventa sempre un’aggressione. La morte di Mladić ha riaperto esattamente questa frattura.
In Serbia sono comparsi messaggi celebrativi e figure politiche come Milorad Dodik e Vojislav Šešelj hanno reso omaggio alla sua figura, mentre in Bosnia le vittime e i sopravvissuti hanno reagito ricordando i crimini per i quali era stato condannato. Due memorie e due verità della stessa guerra.
Bosnia-Erzegovina: un Paese ancora prigioniero di Dayton
Poi c’è la Bosnia-Erzegovina. Forse il luogo nel quale il fallimento della riconciliazione appare più evidente.
La pace di Dayton del 1995 fermò le armi, ma costruì uno Stato estremamente complesso, fondato anche sulla divisione territoriale ed etnica prodotta dalla guerra.
La Republika Srpska continua a rappresentare il centro politico dell’identità serbo-bosniaca e il nome di Mladić, in questa parte della Bosnia, non è soltanto memoria è ancora politica. Il risultato è paradossale: l’Europa ha costruito un sistema istituzionale per impedire che la guerra tornasse, ma non è riuscita a costruire una memoria condivisa della guerra stessa.
Le comunità continuano spesso a commemorare separatamente i propri morti e anche il patrimonio memoriale della Seconda guerra mondiale viene reinterpretato secondo linee identitarie e divisive.
Studi recenti mostrano come monumenti che nella Jugoslavia socialista erano stati pensati per rappresentare una memoria comune siano diventati in Bosnia strumenti di divisione e conflitto simbolico.
Croazia: quando il passato ustascia torna nel presente
Sarebbe un errore approfondire questa storia soltanto guardando a Belgrado. Il revisionismo non è un’esclusiva serba.
In Croazia il tema è altrettanto delicato, anche se riguarda una storia diversa. Qui il fantasma è quello degli ustascia, il movimento fascista che durante la Seconda guerra mondiale governò lo Stato indipendente di Croazia, alleato delle potenze dell’Asse e responsabile di persecuzioni e massacri.
Negli ultimi anni il revisionismo sul ruolo degli ustascia e sulla natura del regime è tornato a essere un tema politico e culturale rilevante.
Una recente analisi di Balkan Insight ha definito il revisionismo storico sulla responsabilità degli ustascia una presenza ormai radicata nella politica croata contemporanea.
Il meccanismo è speculare a quello serbo: da una parte la narrazione della persecuzione subita dai croati e della necessità di costruire uno Stato nazionale, dall’altra il rischio di minimizzare o relativizzare la natura fascista e criminale del regime ustascia. Anche qui la storia diventa identità e l’identità diventa politica.
Slovenia: il nazionalismo più silenzioso
Poi c’è la Slovenia e il caso sloveno è apparentemente molto diverso. Siamo nel Paese che ha attraversato la dissoluzione jugoslava con un conflitto relativamente breve ed è diventato membro dell’Unione europea fin dal 2004 ma anche qui la costruzione della memoria nazionale ha prodotto una rilettura del passato jugoslavo.
La ricerca sulla memoria slovena mostra come, soprattutto dopo l’indipendenza e con l’alternanza politica, il passato socialista e quello della Seconda guerra mondiale siano diventati terreno di una crescente contrapposizione politica. Il nazionalismo sloveno è diverso da quello serbo o croato; è meno rumoroso e meno militarizzato, ma questo non significa che la costruzione identitaria sia scomparsa.
Anche qui il passato viene selezionato, reinterpretato e utilizzato per definire chi appartiene alla nazione e quale storia debba essere trasmessa alle generazioni successive.
Kosovo: la ferita ancora aperta
Nel Kosovo la dissoluzione jugoslava non è soltanto memoria ma è ancora una questione geopolitica contemporanea.
Serbia e Kosovo continuano a non riconoscersi reciprocamente e il tema del Kosovo rimane uno dei pilastri dell’identità nazionale serba.
Per molti kosovari albanesi, invece, la guerra del 1998-1999 rappresenta la lotta per la liberazione dal controllo serbo.
Due narrazioni inconciliabili, due memorie nazionali e ancora una volta la storia diventa politica estera.
Montenegro e Macedonia del Nord: identità più che guerre
Anche Montenegro e Macedonia del Nord hanno sviluppato proprie dinamiche identitarie. In Montenegro il rapporto con l’identità serba, l’indipendenza del 2006 e la contrapposizione tra filoserbi e indipendentisti continua a essere una questione politica importante.
In Macedonia del Nord, invece, la questione identitaria si intreccia con quella linguistica e nazionale soprattutto nei rapporti con Bulgaria e Grecia e nella complessa presenza della minoranza albanese.
Sono tutte situazioni differenti, ma hanno una cosa in comune: la dissoluzione della Jugoslavia non ha prodotto soltanto nuovi Stati, ha prodotto nuove identità nazionali che ancora oggi cercano continuamente di definirsi attraverso il rapporto con gli altri.
Ed è qui che la vicenda Mladić diventa una questione europea perché non possiamo limitarci a dire: “é un problema dei Balcani”. Non lo è. È un problema dell’Europa.
La storia europea del Novecento ci ha già insegnato cosa succede quando le identità nazionali vengono costruite sulla paura, sulla vittimizzazione permanente e sulla demonizzazione dell’altro.
Non esistono popoli colpevoli e popoli innocenti. Esistono responsabilità individuali e collettive che devono essere riconosciute, ma nei Balcani questo principio non è ancora diventato patrimonio comune.
Ogni comunità tende a ricordare le proprie vittime, molto meno volentieri quelle degli altri ed è proprio questa memoria selettiva che permette a un uomo condannato per genocidio di diventare un eroe per una parte delle nuove generazioni.
La domanda che l’Europa non può ignorare non è se la Serbia debba onorare un generale ma cosa significa onorare un uomo condannato per genocidio mentre una parte crescente delle nuove generazioni lo considera un eroe.
E poi c’è una domanda che deve interessare tutta l’Europa: che cosa abbiamo insegnato ai ragazzi dei Balcani sulla guerra degli anni Novanta?
Non solo: oltre a Belgrado bisogna guardare anche a Zagabria, Sarajevo, Banja Luka, Pristina, Lubiana, Podgorica e Skopje perché ogni capitale ha il proprio modo di raccontare la dissoluzione della Jugoslavia e troppo spesso quel racconto comincia con: “noi siamo stati vittime.” e finisce con: “gli altri sono stati i carnefici.”
Trent’anni dopo Srebrenica, Sarajevo e Dayton, i Balcani vivono una pace reale ma una riconciliazione incompleta anche se le armi hanno taciuto, i confini sono stati ridisegnati e le nuove generazioni sono nate dopo la guerra.
Peccato che il nazionalismo ha trovato un nuovo campo di battaglia: la memoria.
La morte di Ratko Mladić avrebbe potuto rappresentare la chiusura simbolica di una delle pagine più nere della storia europea contemporanea e invece rischia di diventare l’ennesima occasione per riaprire le vecchie ferite: da una parte Srebrenica e dall’altra il mito del generale.
E allora forse la vera domanda non è più se i Balcani abbiano superato la guerra degli anni Novanta.
La domanda è molto più inquietante. Cosa succederà quando la generazione che ha combattuto quella guerra sarà scomparsa e a raccontarla saranno soltanto i figli e i nipoti che hanno ereditato le sue memorie nazionali?
Perché una guerra può finire con un accordo di pace, con la deposizione delle armi e con la morte dei suoi protagonisti, ma se i suoi miti sopravvivono nelle nuove generazioni, allora la guerra non è ancora davvero finita ed è questo il vero allarme che arriva oggi dai Balcani.
Non il funerale di un vecchio generale-macellaio, ma il rischio che l’Europa abbia dimenticato perché, negli anni Novanta, quei Balcani bruciarono.
Focus: la lunga storia dei Balcani
«A Est c’è sempre stata una polveriera». Me lo ripeteva mia nonna, friulana, cresciuta con la consapevolezza che appena oltre i confini orientali dell’Italia la storia avesse sempre lasciato qualcosa in sospeso.
Non era una lezione di geopoliticara, era solo una frase tramandata dalla memoria di chi aveva imparato che, da quelle parti, confini, popoli, imperi e nazionalismi non hanno mai smesso davvero di contendersi lo stesso pezzo di terra.
E basta scorrere brevemente la storia per capire da dove nasceva quella sensazione.
Per secoli gran parte dei Balcani è stata dentro l’orbita dell’Impero ottomano, mentre a nord e a ovest avanzavano gli Asburgo.
Nel XIX secolo l’Impero ottomano cominciò a perdere progressivamente il controllo dei suoi territori europei e iniziarono a crescere i movimenti nazionali serbo, greco, bulgaro, rumeno e altri, mentre Russia, Austria-Ungheria e le altre potenze europee cercano di sfruttare quel progressivo vuoto di potere.
Il Congresso di Berlino del 1878 ridisegnò profondamente la regione riconoscendo l’indipendenza o l’autonomia di diversi Stati e mettendo sotto amministrazione austro-ungarica la Bosnia-Erzegovina ma la nuova carta politica non risolve il problema. Lo spostò semplicemente perché i nuovi confini non coincidevano con quelli delle comunità etniche, linguistiche e religiose. Una costante questa che ritroveremo ancora un secolo dopo.
La crisi esplode nuovamente con le Guerre balcaniche del 1912-1913 quando Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro si coalizzano contro l’Impero ottomano e ne conquistano gran parte dei territori europei. Poi, però, i vincitori cominciano a combattersi tra loro per la spartizione delle conquiste: la Bulgaria attacca Serbia e Grecia e scoppia la Seconda guerra balcanica.
È una delle prime dimostrazioni di una regola che tornerà continuamente nella storia della regione: quando cade un impero, non arriva automaticamente la pace ma arriva la lotta per decidere chi erediterà ciò che quell’impero lascia dietro di sé.
Poi arriva il 28 giugno 1914. A Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo viene assassinato da Gavrilo Princip, un giovane nazionalista serbo-bosniaco.
L’attentato non è da solo la causa della Prima guerra mondiale: dietro ci sono rivalità imperiali, alleanze, militarizzazione e tensioni accumulate in tutta Europa, ma Sarajevo diventa la scintilla.
L’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, le alleanze si attivano e l’Europa precipita nella Prima guerra mondiale.
Ancora una volta, un conflitto locale diventa internazionale.
La Prima guerra mondiale distrugge gli imperi austro-ungarico e ottomano e nel 1918 nasce il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che nel 1929 assumerà il nome di Jugoslavia.
L’idea è ambiziosa: riunire in un unico Stato diversi popoli slavi meridionali, ma nasce anche il problema che accompagnerà tutta la storia jugoslava: come si costruisce una nazione comune quando dentro lo stesso Stato convivono identità nazionali, religiose e storiche differenti?
Serbi, croati, sloveni, bosniaci, montenegrini e macedoni non hanno la stessa storia e soprattutto non hanno la stessa idea di quale debba essere il rapporto tra centro e periferia.
La Seconda guerra mondiale porta la situazione all’estremo. Nel 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle potenze dell’Asse e il territorio viene smembrato.
In Croazia nasce lo Stato indipendente di Croazia, controllato dagli ustascia, alleati dei nazisti. Serbi, ebrei, rom e oppositori vengono perseguitati e uccisi. Contemporaneamente si sviluppano la resistenza comunista guidata da Josip Broz Tito e il movimento cetnico monarchico serbo.
La guerra contro gli occupanti diventa anche una guerra civile tra gruppi jugoslavi. È un’altra ferita destinata a rimanere nella memoria collettiva.
Dalla guerra emerge Tito e nasce la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, uno Stato composto da sei repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia. All’interno della Serbia vengono inoltre create due province autonome: Kosovo e Vojvodina.
Tito riesce a tenere insieme il Paese attraverso una combinazione di autorità politica, federalismo, repressione del nazionalismo e soprattutto attraverso una nuova identità sovranazionale: “fratellanza e unità”.
Per decenni la Jugoslavia rimane una sorta di eccezione nel blocco comunista. Non è né sovietica né occidentale. È socialista, ma indipendente da Mosca e soprattutto riesce a tenere sotto controllo le rivalità nazionali, ma il problema è che il nazionalismo non viene cancellato ma solo congelato.
Il 4 maggio 1980 Tito muore e con lui viene meno il principale elemento di equilibrio della Federazione.
La Jugoslavia entra in una fase di crescente crisi economica e politica. Le repubbliche iniziano a difendere con sempre maggiore forza i propri interessi.
In Serbia cresce una nuova stagione nazionalista.
Nel 1989 Slobodan Milošević consolida il proprio potere e utilizza anche la questione del Kosovo come uno dei principali strumenti della mobilitazione nazionalista serba. Il nazionalismo torna così al centro della politica.
Nel 1989-90 con il crollo del comunismo nell’Europa orientale accelera tutto.
Slovenia e Croazia chiedono maggiore autonomia e poi l’indipendenza. La Serbia, sempre più orientata verso una visione centralista, si oppone. Nel 1991 Slovenia e Croazia dichiarano l’indipendenza.
In Slovenia la guerra dura appena dieci giorni, in Croazia invece il conflitto è molto più lungo e sanguinoso. La Jugoslavia che Tito aveva costruito comincia a dissolversi.
Nel 1992 la tragedia assume la sua dimensione più terribile. La Bosnia-Erzegovina è il mosaico più complesso della Federazione: bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici vivono mescolati sullo stesso territorio e quando Sarajevo proclama l’indipendenza, la componente serbo-bosniaca si oppone e comincia la guerra e il conflitto diventa rapidamente una guerra di assedi, deportazioni, pulizie etniche e massacri.
Sarajevo viene assediata per quasi quattro anni e nel luglio 1995 arriva Srebrenica. Più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi vengono uccisi. La giustizia internazionale riconoscerà il massacro come genocidio e condannerà Ratko Mladić per il suo ruolo nella campagna criminale.
Nel 1995 gli accordi di Dayton mettono fine alla guerra di Bosnia. È la pace, ma non è ancora la riconciliazione.
La Bosnia-Erzegovina viene organizzata in una struttura istituzionale estremamente complessa, nella quale la divisione tra comunità rimane profondamente incorporata nel sistema politico. La guerra finisce ma le memorie contrapposte restano.
Quando sembra che il capitolo delle guerre jugoslave sia finalmente chiuso, esplode un’altra crisi. E’ in Kosovo dove cresce il conflitto tra autorità serbe e popolazione albanese esplode fino a quando nel 1998-1999 scoppia la guerra. La Nato interviene militarmente contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e nel giugno 1999 le forze serbe si ritirano dal Kosovo, ma la questione non viene risolta. Ancora oggi il Kosovo rappresenta una delle ferite geopolitiche più profonde dell’area.
Anche la Macedonia, che aveva conquistato l’indipendenza senza una vera guerra nel 1991, non rimane immune dalle tensioni. Nel 2001 esplode un conflitto tra le forze dello Stato e l’insurrezione armata albanese. Gli accordi di Ohrid fermano le ostilità e garantiscono maggiori diritti alla minoranza albanese. Un altro conflitto locale, un altro equilibrio costruito per evitare che la crisi degeneri.
Nel 2006 il Montenegro proclama la propria indipendenza dopo un referendum. È il passaggio definitivo.
La Jugoslavia non esiste più nemmeno formalmente. Lo Stato che era nato nel 1918 per riunire gli slavi del Sud è ormai soltanto storia. ma le sue guerre, le sue vittime e soprattutto le sue memorie continuano a vivere.
E allora la frase di mia nonna acquista un valore diverso: “A Est c’è sempre stata una polveriera.” Forse non perché i Balcani siano condannati alla guerra, ma perché qui, per secoli, si sono incontrati e scontrati imperi, religioni, popoli, confini e grandi potenze.
Ottomani e Asburgo, Cristianesimo ortodosso, cattolicesimo e islam. Nazionalismi ottocenteschi. Le guerre balcaniche. La Prima guerra mondiale. La Seconda guerra mondiale. Il comunismo. La Jugoslavia e la sua dissoluzione e oggi una nuova generazione che rischia di ereditare non una memoria comune, ma sei, sette, otto memorie nazionali differenti e spesso incompatibili.
È questo il vero filo rosso che conduce da Sarajevo 1914 a Sarajevo 1992, da Srebrenica al Kosovo, fino alla morte di Mladić.
La Jugoslavia aveva cercato di tenere insieme quelle differenze. Tito ci riuscì per quasi quarant’anni, ma quando il collante venne meno, riemersero le vecchie identità, questa volta armate di Stati, eserciti e nuovi nazionalismi.
Oggi il pericolo non è necessariamente che tornino le guerre degli anni Novanta. Il pericolo è più sottile: è che torni la cultura che le rese possibili.
La convinzione che il proprio popolo sia sempre vittima, che la propria storia sia più importante di quella degli altri, che i propri morti meritino memoria e quelli degli altri possano essere dimenticati e che un criminale possa diventare un eroe semplicemente cambiando la bandiera sotto la quale viene ricordato.
È per questo che la morte di Ratko Mladić non è soltanto la fine della vita di un generale. È un nuovo capitolo della battaglia per la memoria e forse è proprio questa la polveriera che l’Europa non può permettersi di ignorare.


