Stadio Franchi, spunta la concessione da 1,5 miliardi. Le opposizioni all’attacco: “Un blitz contabile consegna lo stadio ai privati per due generazioni”
Un’operazione finanziaria da oltre un miliardo e mezzo di euro, capace di legare il destino dello stadio Artemio Franchi a un soggetto privato per i prossimi sessant’anni, introdotta non attraverso un dibattito aperto alla città, ma blindata e quasi mimetizzata all’interno di un adempimento tecnico di routine.
È questo il cuore del terremoto politico che sta scuotendo Palazzo Vecchio, sollevando un’ondata di durissime reazioni da parte di opposizioni che, pur muovendo da sponde ideologiche diametralmente opposte, si trovano oggi unite nel denunciare quello che definiscono un vero e proprio “blitz contabile” della Giunta comunale.
Il casus belli è emerso nelle ultime ore tra le pieghe della delibera sugli equilibri di bilancio, un atto formale che il Consiglio è chiamato a ratificare con scadenze serratissime. All’interno degli allegati tecnici, precisamente nel programma triennale degli acquisti di beni e servizi, è comparsa la “Concessione dei servizi di gestione dell’impianto sportivo comunale”. Dietro la dicitura burocratica si nascondono cifre da capogiro: una durata di 720 mesi — ovvero due generazioni di fiorentini — e un valore economico stimato in 1.504.131.904 euro, con la previsione di un’iniezione di 55 milioni di euro di capitale privato nel 2027 per sbloccare il completamento dei lavori di riqualificazione dello stadio e blindare la candidatura di Firenze agli Europei 2032. In altre parole: a fronte di 55 milioni di euro dati dal privato, è prevista una concessione pari a 60 anni, con una stima di ricavi di 1,5 miliardi per i 60 anni di concessione.
La prima forte criticità sollevata dalle opposizioni riguarda il metodo e la trasparenza democratica. La scelta di far transitare un’operazione di tale portata all’interno della salvaguardia di bilancio — un binario contabile accelerato e tradizionalmente liquido — ha di fatto evitato una discussione tematica approfondita, escludendo dal confronto sia il Consiglio Comunale che il Consiglio del Quartiere 2, il territorio che ospita l’impianto di Campo di Marte. Una manovra che i consiglieri interpretano come la volontà di far passare la scelta politica “sotto traccia”, riducendo al minimo il rischio di attriti politici e la partecipazione pubblica di fronte a decisioni liquidate in Commissione come “meri passaggi burocratici”.
Al di là del metodo, è il paradosso economico complessivo a incendiare il dibattito cittadino. Per anni la città è stata teatro di uno scontro logorante sulla natura pubblica del restyling, con l’avvio di un cantiere monumentale da circa 200 milioni di euro interamente finanziato con risorse collettive (fondi PNRR e PNC). Se l’esito finale della vicenda è comunque la cessione della gestione e dei relativi ricavi commerciali a un privato per i prossimi sessant’anni, l’interrogativo politico diventa ineludibile: che senso ha avuto immobilizzare una mole così imponente di risorse pubbliche che avrebbero potuto rigenerare il tessuto dei quartieri o lo sport minore, quando la stessa ACF Fiorentina si era detta storicamente pronta a realizzare l’opera a proprie spese, in tempi rapidi e con capitali interamente privati?
L’intera impalcatura del partenariato pubblico-privato sembra così configurarsi come una soluzione d’emergenza, dove la collettività rischia di pagare due volte: prima erogando i soldi per avviare il cantiere, e poi cedendo i frutti finanziari a un privato nel tentativo di “salvare il salvabile” di fronte alla mancanza cronica delle coperture pubbliche residue per completare i lotti.
Sullo sfondo restano le fragilità giuridiche di un rapporto mai risolto tra l’amministrazione e il club viola, con la Giunta costretta a scartare le iniziali formule di accordo per il rischio di violare le stringenti normative europee sulla concorrenza. Firenze si trova così davanti a un bivio epocale, con le decisioni più rilevanti sul proprio patrimonio che maturano nelle stanze riservate, mentre la città scopre dai faldoni del bilancio di aver già ipotecato il proprio stadio fino alle soglie del prossimo secolo.


