Il ricorso sul terzo mandato non riguarda solo Prato: riguarda il limite che ogni potere deve riconoscere sopra di sé.
di Filippo Boretti (architetto)
Da ieri mattina, dopo la conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati, il cosiddetto Biffoni-ter smette definitivamente di essere una vicenda soltanto pratese, per diventare una questione politico-costituzionale: riguarda il rapporto tra potere e limite, tra consenso e regole, tra vittoria elettorale e legalità della candidatura, tra forza di un sistema politico e diritto dei cittadini a chiedere che quel sistema venga sottoposto a verifica.
Nessun potere può comportarsi come se la propria forza elettorale lo rendesse automaticamente superiore alle leggi dello Stato. Ed è esattamente qui che la vicenda pratese diventa nazionale.
Il 22 aprile, quando fu reso pubblico il parere pro veritate richiesto da Jonathan Targetti al professor Federico Tedeschini, il tema era già chiaro: secondo quella lettura, la candidatura di Matteo Biffoni dopo due mandati pieni da sindaco, dal 2014 al 2024, non poteva essere considerata pacificamente legittima. La breve parentesi della sindacatura Bugetti, durata circa dodici mesi, non sarebbe bastata, secondo i promotori del ricorso, a interrompere davvero la continuità politica e amministrativa necessaria per superare il limite dei mandati. Allora molti minimizzarono. Si disse che era una forzatura, propaganda, un cavillo. Che il voto avrebbe risolto tutto.
Le regole di uno Stato di diritto non sono cavilli. Sono ciò che impedisce alla forza di trasformarsi in dominio. Sono ciò che consente alla democrazia liberale di non ridursi alla semplice conta dei voti. Nessuno contesta che Biffoni abbia vinto le elezioni. Il punto è un altro: si chiede se chi ha ricevuto quei voti avesse, al momento della candidatura, tutti i requisiti per chiederli.
Questa è la differenza tra propaganda e Stato di diritto. Il consenso non sana tutto. Il voto non cancella automaticamente ogni vizio. Un’elezione non può essere trasformata in una lavatrice politica capace di rendere irrilevante ogni dubbio precedente sui requisiti di candidabilità o di eleggibilità. E qualsiasi cittadino ha diritto di chiederne conto, usando gli strumenti che la legge prevede.
Se le regole valgono, valgono prima del voto. Non dopo. Non a seconda del risultato. Non se vince chi ci piace. Non se perde chi non ci piace. Il 18 giugno, nel primo Consiglio comunale, il voto contrario di Targetti alla convalida degli eletti ha avuto questo significato politico: non accettare che una questione così rilevante venisse chiusa nella liturgia del “tutto regolare, andiamo avanti”. Nessun altro consigliere ha fatto lo stesso. Legittimo. Ma va compreso.
Poi è arrivato il ricorso al Tribunale di Prato, presentato il 26 giugno e firmato da Brenno Bianchi, cittadino che ha scelto di attivare uno strumento previsto dall’ordinamento non per bloccare la città, ma per chiedere che la città non venga governata sopra una zona d’ombra. Il ricorso non è un atto contro la democrazia. È un atto dentro la democrazia. Non cancella un voto: chiede di verificare se quel voto si sia svolto dentro un perimetro pienamente legittimo.
Nessun potere è superiore alla legge. Nessun partito è proprietario di una città. Nessun sindaco è indispensabile al punto da poter chiedere alla comunità di chiudere un occhio. Nessuna vittoria elettorale può trasformarsi in assoluzione preventiva da ogni verifica.
Naturalmente esiste una tesi opposta
C’è chi sostiene che la sindacatura Bugetti, anche se breve, abbia comunque interrotto la consecutività dei mandati. C’è chi ritiene che, in assenza di una soglia temporale espressamente prevista dalla legge, la candidatura fosse legittima. È una posizione giuridica che esiste e che dovrà essere valutata. Ma proprio l’esistenza di due letture qualificate rende ancora più grave la minimizzazione politica.
Perché davanti a un dubbio serio non si reagisce con arroganza. Si risponde nel merito. Si accetta la verifica. Si riconosce che la città ha diritto a sapere se il proprio sindaco è stato eletto dentro un quadro limpido o dentro una forzatura interpretativa.
La conferenza stampa alla Camera serve a questo: togliere il caso di Prato dalla dimensione provinciale e collocarlo sul terreno nazionale dell’alternanza democratica. Perché se passasse il principio che una breve interruzione, anche solo formale, può bastare ad aggirare il limite dei mandati, allora il problema non riguarderebbe più solo Biffoni. Riguarderebbe tutti i Comuni italiani. Riguarderebbe ogni amministratore forte. Riguarderebbe ogni sistema locale capace di organizzare pause, staffette, ritorni e continuità sostanziali mascherate da discontinuità formali.
È qui che il caso di Prato diventa la battaglia delle battaglie. Perché da questa vicenda dipende il modo in cui intendiamo il limite del potere. Il limite dei mandati non nasce per punire i sindaci popolari. Nasce per impedire che il rapporto tra un amministratore, la macchina comunale, il consenso organizzato, le reti territoriali, le partecipate, gli interessi economici, le associazioni, le categorie e l’apparato politico diventi un blocco troppo forte per essere davvero contendibile. Nasce per proteggere l’alternanza. Per evitare che la democrazia si trasformi in permanenza. Per ricordare che governare non significa occupare.
Per questo il ricorso di Brenno Bianchi e la battaglia portata avanti da Targetti a Prato e dai Radicali a livello nazionale non vanno liquidati come un fastidio. Vanno presi sul serio. Anche da chi non ne condivide la tesi giuridica. Anche da chi ha votato Biffoni. Anche da chi ritiene che il centrosinistra abbia vinto legittimamente.
Una città matura non ha paura delle verifiche
Non dice: ormai abbiamo votato, basta parlarne. Dice: proprio perché abbiamo votato, dobbiamo essere certi che tutto fosse pienamente regolare.
Prato viene da una stagione pesantissima: commissariamento, inchieste, fratture politiche, crisi di fiducia, emergenze sociali, distretto parallelo, sistema delle partecipate, problemi di legalità e governo del territorio. In questo contesto, il ritorno di Biffoni è stato raccontato come il ritorno della stabilità. Ma la stabilità senza chiarezza non è stabilità. È rimozione. E se la stabilità viene costruita chiedendo alla città di non guardare troppo da vicino le regole, allora non siamo davanti a un atto di responsabilità. Siamo davanti all’ennesima dimostrazione di un potere che pretende di decidere da solo anche la propria legittimità.
Nessuno contesta che Biffoni abbia vinto le elezioni. Il punto è se avesse tutti i requisiti per chiederne i voti.


