L’intervento riprende principi dell’urbanismo tattico – permeabilità, eliminazione di barriere, multifunzionalità – ma ripropone lo stesso schema già criticato a Piazza Nannotti: verde in vaso, scarsa ombra, rischio di non-luogo
Ieri si è ufficialmente inaugurato quello che ora ha preso il nome di “Giardino Mandela” sull’area storicamente nota come Terza Piazza, davanti al punto vendita Unicoop di Piazza Leopoldo, sotto il grande murale dedicato al leader sudafricano realizzato nel 2018. L’intervento, costato quasi 3,2 milioni di euro e interamente finanziato e realizzato da Unicoop Firenze in collaborazione con l’Amministrazione comunale, è stato presentato come una rigenerazione urbana capace di trasformare un luogo marginalizzato in uno spazio aperto, sicuro e inclusivo.
Funaro ha parlato di “scommessa sul tessuto sociale del quartiere” e di “vera e propria piazza di quartiere”; Daniela Mori, presidente del consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze, ha esaltato un luogo “aperto, fruibile e polifunzionale”; la vicesindaca Paola Galgani ha sottolineato la “sinergia virtuosa tra pubblico e privato”. Il progetto prevede quattro zone funzionali: una piazza centrale di 550 metri quadrati liberata dai vecchi muri perimetrali e dalle aiuole rialzate; un’area ludica per bambini dai tre anni in su; una palestra calistenica outdoor; un’”area benesser”e di circa 35 metri quadrati destinata a yoga, corpo libero e parkour. A completare l’opera, nuovi arredi, fontanelli, illuminazione a LED su tutta la superficie e un impianto di irrigazione alimentato da una vasca di recupero delle acque piovane da 170 metri cubi. Gli alberi esistenti sono stati mantenuti solo dove non insiste il parcheggio interrato; altrove le nuove alberature sono state inserite in vasche fuori terra.
Considerando che l’intera superficie grava sul garage sotterraneo della Coop, non esiste suolo naturale disponibile per radici profonde, e creare un sistema permeabile e autoportante di verde urbano sarebbe stato costoso e complesso. Il risultato è un piazzale ampiamente pavimentato, e chiamarlo “giardino” è azzardato. I commenti social che hanno accompagnato le immagini dell’inaugurazione sono stati, nella stragrande maggioranza, di netto rifiuto: “Giardino dove?”, “Tutto cemento”, “Un piazzalone di pietre”, “Rigenerazione calorifera non certo climatica”. Non si tratta di purismo estetico. Si tratta di valutare se 3,2 milioni di euro abbiano prodotto uno spazio capace di offrire ombra reale, comfort climatico e resilienza nel tempo, o se abbiano semplicemente rimosso muri e infiltrazioni restituendo una superficie più controllabile e più adatta alla fruizione commerciale del supermercato adiacente, cosa che comunque – se riuscisse – sarebbe molto apprezzabile.
Il costo è cresciuto nel tempo: da 1,75 milioni annunciati nel 2024 a 2,3 milioni nel 2025 fino ai 3,2 finali. Ma la Terza Piazza non è diventata un giardino: è diventata un piazzale in pietra con verde contenitorizzato, sedute e giochi. L’eliminazione degli angoli bui e la risoluzione delle infiltrazioni strutturali costituiscono miglioramenti concreti. Non bastano, però, a giustificare l’enfasi celebrativa né a garantire che lo spazio resista alle dinamiche di degrado che già in passato lo avevano trasformato in un non-luogo.
La piazza riprende alcuni dettami apprezzabili dell’urbanismo tattico: apertura, permeabilità, multifunzionalità, eliminazione di barriere fisiche che favorivano l’isolamento e la marginalità. Sono scelte intelligenti sul piano della fruibilità e della sicurezza percepita. Restano però troppi metri quadrati esposti senza protezione al sole e alla pioggia, e troppo pochi alberi capaci di generare ombra e microclima. Si ripete, con variazioni minime, la situazione già documentata su queste pagine a proposito di Piazza Nannotti: un altro spazio costruito sopra un parcheggio interrato, riqualificato con costi elevati, dove il verde esiste solo in vasche e dove, a distanza di anni e di ulteriori investimenti, continua a mancare un sistema arboreo vero. In entrambi i casi il vincolo strutturale viene assunto come alibi per una soluzione povera, mentre le tecnologie di suolo strutturale e di copertura a verde su soletta esistono e sono praticate da decenni in contesti analoghi.
La storia recente di Firenze insegna che i tagli del nastro non bastano. Senza manutenzione costante, senza presenza sociale e senza controllo effettivo, gli spazi pubblici attrezzati tornano rapidamente a essere contesi o abbandonati. L’appello della sindaca alle associazioni del territorio affinché “usino” e “riempiano di vita” la piazza è, in questo senso, tanto necessario quanto rivelatore: ammette implicitamente che il progetto, da solo, non può risolvere il problema della tenuta nel tempo.
La critica urbanistica non nega il miglioramento rispetto alla situazione precedente. Contesta l’ipertrofia comunicativa, la discrepanza tra promesse e vincoli strutturali, e il rischio concreto che, a pochi mesi dall’inaugurazione, resti un piazzale ben illuminato e poco ombreggiato, più adatto a essere attraversato che abitato.

