Il Gruppo di lavoro “Per una Svolta Urbanistica a Firenze” denuncia la deriva che da anni ha privilegiato la rendita rispetto alla funzione sociale dei beni pubblici, e chiede una radicale inversione di rotta
Il patrimonio nato per assistere i più fragili rischia di diventare definitivamente materia di mercato. È questa la denuncia lanciata dal Gruppo di lavoro “Per una Svolta Urbanistica a Firenze”, realtà composta da studiosi, cittadini attivi, associazioni – tra cui Italia Nostra Firenze – e comitati impegnati da circa un anno nel dibattito sulle trasformazioni della città. Il documento, significativamente intitolato “Una comunità tradita”, individua nel caso Montedomini l’emblema di una deriva che, secondo i firmatari, sta progressivamente svuotando di significato sociale il patrimonio pubblico fiorentino.
Per il gruppo civico, i segnali erano già emersi con il progetto di riconversione dell’ex ospedale di San Gallo, ricordato attraverso una citazione del precedente intervento: “Dall’accoglienza dei poveri a quella dei ricchi: ne è passata di acqua sotto i ponti”. Una frase che, spiegano gli autori, sintetizzava il passaggio della struttura da luogo destinato ai bambini senza famiglia a destinazione rivolta alla classe cosmopolita globale, ma che oggi assume un valore ancora più ampio alla luce delle vicende che riguardano Montedomini, storica istituzione che riunisce realtà assistenziali come Sant’Ambrogio, Fuligno e Bigallo.
Proprio dalla tradizione del Bigallo emerge l’esempio virtuoso dell’istituto Sant’Agnese di via Guelfa, nato per offrire un’abitazione dignitosa alle donne sole e prive di sostegno economico. Una storia che gli estensori del documento indicano come testimonianza della lungimiranza delle antiche istituzioni cittadine e della loro vocazione solidaristica, sottolineando con enfasi: “Pensate alle donne sole senza possibilità di aiuto a cui viene dedicata una struttura che permetta loro di fare una vita dignitosa. Straordinario! Quanta intelligenza e dedizione della città nei confronti delle persone più fragili”. Da qui prende forma l’accusa più dura, quella di un tradimento della funzione originaria di beni costruiti grazie alla beneficenza dei fiorentini e destinati, per loro natura, a finalità assistenziali. Secondo il gruppo, “il riversamento di questi beni (…) sul mercato immobiliare di Firenze, grida vendetta”, non solo perché contrasterebbe con l’origine giuridica del patrimonio, ma anche perché avverrebbe mentre molte persone in difficoltà non trovano risposte adeguate nelle politiche sociali.
Il comunicato si conclude con una richiesta di netta inversione di rotta: fermare nuove operazioni speculative, riportare il patrimonio immobiliare pubblico al centro dell’interesse collettivo e riaffermare che “lo spazio urbano non è una merce, ma un diritto: le trasformazioni devono servire la città, non chi la sfrutta”. Per i firmatari, Firenze non necessita di ulteriori investimenti immobiliari di lusso né di operazioni di immagine, bensì di una strategia condivisa con i cittadini capace di restituire valore sociale ai suoi luoghi e alle persone che li abitano. La conclusione è un appello a una vera svolta urbanistica, nella convinzione che la crisi della città non riguardi soltanto singoli interventi edilizi, ma il modello stesso con cui Firenze immagina e governa il proprio futuro.

