Tra improbabili fioriere, blocchi di cemento e proteste dei commercianti, una domanda all’amministrazione: perché non verificare sul campo gli effetti degli interventi urbani, a distanza di mesi dall’inaugurazione?
Confesso di essere sempre stato attratto dalle inaugurazioni. Mi piace quell’atmosfera cordiale, carica di attesa: gli abbracci, i baci, le strette di mano, le congratulazioni. Se poi ci sono tartine, dolcini e un buon vinello, il pubblico aumenta e gli applausi sono assicurati, soprattutto quando la claque dà il segnale.
A Firenze si inaugura di tutto. L’importante è far vedere che qualcosa si muove.
Io di inaugurazioni ne ho viste tante. Ricordo quella degli Uffizi Center, nell’ex cinema Capitol, con tante aspettative e negozi che avevano creduto e investito nell’iniziativa. Dopo poco, tutto chiuso. Ho visto inaugurare piazze che promettevano di migliorare la vivibilità dei quartieri e che, passato l’entusiasmo iniziale, mostravano già tutti i loro limiti. Ovviamente, di verde non se ne parla mai.
E come dimenticare la celebre pensilina di Toraldo di Francia, davanti alla stazione di Santa Maria Novella? Un’opera che avrebbe dovuto rappresentare un esempio di architettura moderna, trasformata negli anni in un luogo di degrado, fra bivacchi, sporcizia e attività illegali. Alla fine, venne demolita. Forse anche quella demolizione avrebbe meritato una bella inaugurazione, vista l’incazzatura dei fiorentini.
Potrei continuare a lungo, ma lascio volentieri a chi mi legge il piacere di aggiungere nei commenti altre perle della nostra storia cittadina. C’è però un aspetto di queste cerimonie che mi lascia sempre più perplesso e che trovo assai meno divertente. Talvolta si festeggiano interventi profondamente invasivi, capaci di modificare la vita di una strada, le abitudini dei suoi abitanti, gli equilibri economici e sociali di un intero quartiere. Eppure si taglia il nastro, si brinda e si applaude, come se il successo fosse già dimostrato. Ma che cosa stiamo festeggiando, se non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze? E soprattutto, prima di progettare e realizzare questi interventi, qualcuno si è davvero preoccupato di conoscere la realtà economica e umana sulla quale si stava intervenendo?
Dietro la saracinesca di un negozio non c’è soltanto un’attività commerciale. C’è una vita. Ci sono anni di sacrifici, risparmi investiti, la volontà e il coraggio di fare impresa, una famiglia che vive di quel lavoro. Ci sono rapporti umani costruiti giorno dopo giorno, clienti che si conoscono per nome, relazioni che contribuiscono a dare identità e vitalità a una strada. Un negozio che chiude non è soltanto un numero in meno nelle statistiche commerciali. È una storia che finisce, un investimento umano che rischia di andare perduto, un pezzo di vita sociale che scompare. Naturalmente, le attività possono chiudere per tante ragioni. Ma se un intervento pubblico le mette in difficoltà senza che quei rischi siano stati adeguatamente studiati e affrontati, il problema non è soltanto economico o urbanistico. Diventa una questione morale.
E questo mi porta a via Pacinotti. Il 16 giugno scorso è stata inaugurata in pompa magna la sua nuova veste urbana, ispirata alle Superilles di Barcellona, un esperimento di quella che viene definita urbanistica tattica. Naturalmente, non è mancato il brindisi. Sono passato recentemente da quella strada in occasione della manifestazione contro l’abbattimento degli alberi. Ho osservato le piante, i colori già sbiaditi e abbrutiti, gli arredi e quei blocchi di cemento che, almeno ai miei occhi, fanno male alla vista più che abbellire il paesaggio. Ricordavo una strada vivace, commercialmente attiva. Mi è apparsa una strada sofferente.
Sbaglio? Può darsi. Una passeggiata non è un’indagine sociologica e le impressioni non sono statistiche. Ma proprio per questo vorrei capire. Leggo che alcuni commercianti protestano contro le barriere e le fioriere. E allora perché non approfondire seriamente la questione? Com’era la situazione commerciale prima dell’intervento? Come sono cambiati gli incassi, la clientela, l’accessibilità e la frequentazione della strada?
Sono domande alle quali sarebbe interessante dare risposte documentate. Nella mia ingenuità, continuo a pensare che chi inaugura un’opera pubblica dovrebbe assumersi anche il dovere morale di tornare, dopo qualche mese e qualche anno, per vedere come stanno realmente le cose.
Non sarebbe bello se chi ha inaugurato via Pacinotti tornasse a fare una semplice passeggiata, questa volta senza fotografi, senza discorsi ufficiali e magari senza fascia tricolore? Entrare nei negozi, parlare con i commercianti, ascoltare i residenti e i passanti. «Come va? Siete contenti? Si lavora meglio? La strada è più vivibile? Questo intervento ha migliorato davvero la vostra vita?» Domande semplicissime, alle quali potrebbero arrivare risposte meno semplici.
E magari, perché no, sarebbe anche opportuno chiedere scusa se qualcosa non ha funzionato come promesso. Perché le persone non possono essere considerate comparse di un esperimento urbanistico, né le attività commerciali sacrificabili sull’altare di una qualche idea creativa di città.
Ecco allora la mia modesta proposta: per ogni inaugurazione, prevediamo anche una verifica pubblica dei risultati, con la stessa visibilità, lo stesso impegno e possibilmente le stesse persone che avevano applaudito al taglio del nastro. Quando si utilizzano risorse pubbliche, e per me dovrebbe essere la regola, il vero risultato non è ciò che si inaugura, ma ciò che rimane e funziona dopo che gli invitati sono tornati a casa.

