Quasi due donne su tre accolte nelle Case Rifugio sono straniere: un dato che, accanto alle condizioni economiche e sociali, impone di affrontare anche il tema di certi modelli culturali nei quali la libertà femminile può essere negata o fortemente limitata
Mentre la Regione Toscana presenta il Rapporto Immigrazione 2026 e prepara il nuovo Libro Bianco sull’accoglienza, sono proprio i numeri ufficiali a mettere sul tavolo una questione difficile da eludere. Il rapporto, elaborato da Regione Toscana, Osservatorio Sociale Regionale e Anci Toscana, viene presentato il 30 settembre a Firenze e dovrebbe rappresentare la base per un nuovo percorso sulle politiche di integrazione. La Regione parla di una Toscana «accogliente, solidale e plurale» e punta a valorizzare le buone pratiche già esistenti.
Ma dentro lo stesso quadro statistico c’è un dato che merita di essere guardato con attenzione: la presenza delle donne straniere nei percorsi di protezione dalla violenza è enormemente superiore alla loro incidenza sulla popolazione femminile.
Come riporta La Verità, le donne straniere rappresentano circa il 10% della popolazione femminile residente in Toscana, ma costituiscono circa un terzo delle donne prese in carico dai Centri antiviolenza e quasi due terzi di quelle accolte nelle Case Rifugio. Il dato sulle strutture residenziali è particolarmente significativo: nel 2024, nelle 28 Case Rifugio toscane, sono state accolte 76 donne, 49 delle quali straniere, pari al 64,4% del totale. La tabella del rapporto regionale mostra inoltre che a fine anno erano presenti 66 donne, di cui 47 straniere: il 71,2%. Nel complesso, considerando le donne già presenti e quelle accolte nel corso dell’anno, le straniere sono state 90 su 134, pari al 67,2%.
Non si tratta di un dato isolato. Nel 2023 le donne straniere rappresentavano il 33,6% delle donne che avevano avviato un percorso presso i Centri antiviolenza toscani, pari a 1.103 donne, e il rapporto regionale definisce il dato «in linea con gli anni precedenti». Anche il quadro nazionale presenta una forte presenza di donne straniere nelle strutture di protezione: secondo Istat, nel 2024 oltre il 60% delle 3.148 donne ospitate nelle Case Rifugio italiane era straniera, per circa 2.000 donne. Istat precisa che non tutte erano necessariamente residenti nella regione in cui sono state accolte.
Liquidare il dato come una semplice statistica significherebbe rinunciare a comprendere le condizioni che stanno dietro quei numeri, inclusi contesti familiari e culturali nei quali la libertà della donna è spesso fortemente condizionata.
La stessa Regione riconosce, nei propri rapporti sulla violenza di genere, la presenza di specifiche condizioni di vulnerabilità per le donne straniere. E le strutture toscane hanno sviluppato strumenti specifici per affrontarle: nei dati Istat più recenti, l’88,1% delle Case Rifugio italiane dichiara di offrire mediazione linguistico-culturale e il 79% corsi di italiano. Questo rende ancora più importante una domanda: le politiche di integrazione stanno riuscendo davvero a prevenire le condizioni di vulnerabilità oppure intervengono soprattutto quando la situazione è già degenerata fino alla necessità di una protezione residenziale?
La presentazione del Rapporto Immigrazione 2026 viene accompagnata dalla volontà della Regione di costruire un nuovo Libro Bianco “Per una Toscana accogliente, solidale e plurale”, attraverso un percorso partecipato nei territori. Ma un documento sulle politiche di integrazione dovrebbe necessariamente partire anche dalle criticità che emergono dai dati, non soltanto dalle esperienze considerate positive. Perché se le donne straniere sono circa il 10% della popolazione femminile e arrivano a rappresentare il 64,4% delle donne accolte nelle Case Rifugio, la domanda non può essere rimossa semplicemente celebrando il modello esistente.

