Di Francesco Gorini
Prendo spunto dalla notizia dell’allestimento di due aule per il Ramadan presso l’istituto Sassetti-Peruzzi di Firenze — una per le ragazze e una per i ragazzi (e già questo punto sarebbe di per sé tragico) — per esprimere alcune riflessioni in merito.
Lo scoglio dell’art. 8 della costituzione
L’Islam rimane l’unica grande confessione a non aver sottoscritto un’Intesa con lo Stato. Tale carenza non è un ritardo burocratico, ma l’esito di precisi rilievi da parte dello stato italiano. Il mancato riconoscimento della personalità giuridica per organizzazioni come l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia) discende da riserve su legami ideologici transnazionali e sulla scarsa trasparenza dei finanziamenti esteri. Niente di illegale, ma evidentemente mancano i requisiti di affidabilità istituzionale necessari per un interlocutore dello Stato. Senza tracciabilità dei fondi e senza l’impegno vincolante a subordinare la precettistica religiosa ai principi costituzionali — quali la parità di genere, la libertà di apostasia e di critica — l’Intesa resta tecnicamente impossibile. Il mero rispetto della legge penale non equivale all’adesione ai valori fondanti della Repubblica. È quindi essenziale distinguere tra un Islam “civile”, vissuto come fede personale compatibile con l’ordinamento e tutelato dall’art. 19 della Costituzione, e un Islam “politico”, organizzato in strutture associative che rivendicano prerogative pubbliche senza accettare pienamente i vincoli costituzionali. È quest’ultimo a rendere impossibile l’Intesa.
L’asimmetria nei sistemi di valori
È necessario rilevare la distinzione sostanziale tra la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo islamico del Cairo (1990), la quale subordina i diritti civili alla legge religiosa. Non si tratta di affermare una superiorità culturale (lungi da me), quanto di riconoscere una divergenza di sistemi che incide sulla reale integrazione. La difesa della laicità dello Stato impedisce di sacrificare i pilastri della nostra civiltà in nome di un multiculturalismo di facciata che ignora queste incompatibilità di fondo.
La strumentalizzazione del termine “islamofobia”
L’uso improprio dell’accusa di islamofobia viene spesso utilizzato come scudo per sottrarsi al vaglio critico e al confronto sulle criticità esposte. Etichettare come “odio” la legittima richiesta di trasparenza sui fondi o la pretesa di una dichiarazione formale di allineamento ai valori costituzionali è un’operazione mistificatoria. Questa strategia del vittimismo mira a silenziare il dissenso e a ottenere concessioni pubbliche senza le dovute contropartite legali. Liquidare il dibattito sulla tenuta dell’ordinamento giuridico come una manifestazione di intolleranza è un atto di irresponsabilità che mina la fiducia tra cittadini e istituzioni.
L’uso improprio dell’accusa di islamofobia viene spesso utilizzato come scudo per sottrarsi al vaglio critico e al confronto sulle criticità esposte. Etichettare come “odio” la legittima richiesta di trasparenza sui fondi o la pretesa di una dichiarazione formale di allineamento ai valori costituzionali è un’operazione mistificatoria. Questa strategia del vittimismo mira a silenziare il dissenso e a ottenere concessioni pubbliche senza le dovute contropartite legali. Liquidare il dibattito sulla tenuta dell’ordinamento giuridico come una manifestazione di intolleranza è un atto di irresponsabilità che mina la fiducia tra cittadini e istituzioni.
Conclusioni sulla sovranità legale
La dignità della persona non si tutela con il relativismo giuridico, ma con la fermezza istituzionale. Non è l’ordinamento italiano a dover arretrare per fare spazio a sistemi di valori divergenti; sono le comunità che aspirano al riconoscimento pubblico a dover dimostrare di aver interiorizzato i doveri della cittadinanza. Qualsiasi altra strada non è accoglienza, ma l’accettazione di un’enclave culturale che nega, nei fatti, la sovranità della nostra Repubblica.
La dignità della persona non si tutela con il relativismo giuridico, ma con la fermezza istituzionale. Non è l’ordinamento italiano a dover arretrare per fare spazio a sistemi di valori divergenti; sono le comunità che aspirano al riconoscimento pubblico a dover dimostrare di aver interiorizzato i doveri della cittadinanza. Qualsiasi altra strada non è accoglienza, ma l’accettazione di un’enclave culturale che nega, nei fatti, la sovranità della nostra Repubblica.
Contrasto tra le due culture
A scanso di equivoci, non intendo postulare la superiorità della cultura occidentale, quanto rilevarne la divergenza profonda e, allo stato attuale, inconciliabile con quella islamica. Un ordinamento che riconosce nella Sharia la fonte suprema del diritto è strutturalmente incompatibile con un sistema fondato sulla preminenza dei diritti universali (ONU 1948) e sui principi laici. Si tratta di un’antitesi radicale che non ammette sintesi senza il sacrificio dei propri pilastri fondanti. L’attuale strategia della sinistra poggia sulla convinzione dogmatica che l’Islam, a contatto con il tessuto secolare, sia destinato a “evaporare” seguendo la parabola del cattolicesimo. Questa proiezione ignora la resilienza strutturale del dogma islamico, scambiando un desiderio per una certezza storica. Ciò che viene spacciato per “accoglienza” si configura come una sottomissione culturale: un processo asimmetrico in cui una parte abdica ai propri principi mentre l’altra permane immobile. I presupposti per il passaggio dalla sottomissione alla sostituzione culturale sono ormai evidenti.
A scanso di equivoci, non intendo postulare la superiorità della cultura occidentale, quanto rilevarne la divergenza profonda e, allo stato attuale, inconciliabile con quella islamica. Un ordinamento che riconosce nella Sharia la fonte suprema del diritto è strutturalmente incompatibile con un sistema fondato sulla preminenza dei diritti universali (ONU 1948) e sui principi laici. Si tratta di un’antitesi radicale che non ammette sintesi senza il sacrificio dei propri pilastri fondanti. L’attuale strategia della sinistra poggia sulla convinzione dogmatica che l’Islam, a contatto con il tessuto secolare, sia destinato a “evaporare” seguendo la parabola del cattolicesimo. Questa proiezione ignora la resilienza strutturale del dogma islamico, scambiando un desiderio per una certezza storica. Ciò che viene spacciato per “accoglienza” si configura come una sottomissione culturale: un processo asimmetrico in cui una parte abdica ai propri principi mentre l’altra permane immobile. I presupposti per il passaggio dalla sottomissione alla sostituzione culturale sono ormai evidenti.
Il tradimento della secolarizzazione e il controllo sociale
Nel caso della Sassetti/Peruzzi, qualcuno potrebbe obiettare che tutto sommato si tratta di dare due stanze a dei ragazzi che magari quel giorno non sarebbero andati a scuola, ecc. In realtà, oltre a sancire il principio per cui lo Stato si adegua a una religione che non ha mai sottoscritto un impegno a conformarsi ai principi costituzionali (e le deroghe a questo principio sono facilmente immaginabili), si arreca un danno ai ragazzi di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma. Si dimentica che nelle culture non occidentali l’identità è spesso un’appartenenza di gruppo prescrittiva: la pressione sociale affinché un giovane si adegui ai precetti della comunità è un vettore di forza enorme. Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito. Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione. Invece di essere il luogo dove l’origine non è un destino, la scuola diventa lo strumento che riconsegna l’individuo al controllo sociale della propria comunità, fornendo al gruppo i mezzi per monitorare e stoppare sul nascere ogni tentativo di libertà individuale.


