Affitti brevi ancora sotto attacco: ma dove sono i dati della Sapienza usati per giustificare i divieti?

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Dov’è il tanto citato studio della Sapienza sugli affitti brevi? Se il conto lo pagano i cittadini, la politica mostri almeno i numeri

 

Dopo l’annuncio della nuova delibera contro gli affitti brevi, ho cercato sul web la famosa ricerca della Sapienza sulla cui base si vuole allargare l’area di divieto degli affitti temporanei. Non l’ho trovata. E questo, permettetemi, è già un problema.

Una ricerca pagata, commissionata o comunque utilizzata da un’amministrazione pubblica per limitare l’uso economico di beni privati non può restare chiusa dentro un riassunto da conferenza stampa. Prima di chiedere nuovi sacrifici ai piccoli proprietari, sarebbe almeno doveroso rendere disponibile integralmente lo studio in nome del quale si decide di ridurre la redditività, e quindi anche il valore economico, delle loro case.  Se il conto lo devono pagare i cittadini, almeno fate vedere il conto dettagliato.

Comunque, il fenomeno dell’overtourism lo avete acceso voi e ora chiamate a spegnerlo il piccolo proprietario. Per anni la politica fiorentina ha trattato il turismo come una grande tavola imbandita. Ha acceso le luci, spalancato le porte, chiamato visitatori da ogni parte del mondo, trasformato Firenze, promosso eventi, aumentando i flussi e le presenze con orgoglio. Insomma, lo slogan è stato: avanti tutti, il turismo è ricchezza, sarà il nostro futuro. Molti cittadini ci hanno creduto.

Non parlo dei grandi fondi immobiliari, delle società che gestiscono decine di appartamenti, degli operatori professionali che trasformano i condomini in alberghi mascherati. Parlo del piccolo proprietario, spesso pensionato, come me, che possiede una sola casa in più, magari ereditata dai genitori o acquistata con anni di sacrifici, e la usa per integrare una pensione, aiutare i figli, pagare spese condominiali, manutenzioni, tasse, IMU, cedolare secca, burocrazia e tutte quelle tasserelle che messe insieme strangolano. Poi, quando il turismo è diventato troppo, quando la città ha cominciato a perdere il vero patrimonio sociale della città, residenti, negozi di vicinato, relazioni e vita quotidiana, la politica ha scoperto l’emergenza che ha creato. E qui viene il capolavoro, anzi arrivano le comiche: le colpe sono del piccolo proprietario. Non di chi ha costruito per anni la città turistica e di chi ha misurato il successo in pernottamenti, eventi, visibilità internazionale e consumo continuo. No. Il problema, improvvisamente, diventa il pensionato con una casa o la vedova con un appartamento ereditato.

Allora che venga detto chiaramente: quando una decisione politica riduce o impedisce una modalità legittima di reddito collegata a un immobile, non sta “regolando il turismo”, sta incidendo sul valore economico di quel bene. C’è scritto a chiare lettere tutto questo nella relazione della Sapienza? Una casa non vale soltanto per i metri quadrati, per la posizione o per lo stato di manutenzione. Vale anche per il reddito che può produrre. Se la politica riduce improvvisamente quella capacità reddituale, riduce anche il valore patrimoniale della casa. Questo non è un dettaglio tecnico, bensì il cuore del problema. Siamo seri, non siamo davanti a una grande battaglia contro la speculazione. Siamo davanti a un cittadino al quale viene chiesto di pagare il conto di un modello urbano che non ha deciso lui.

Il piccolo proprietario non è un fondo immobiliare. Non è una multinazionale del turismo. Non è il nemico della residenza. È spesso una persona che ha investito nel mattone perché per generazioni gli è stato detto che la casa era sicurezza, risparmio, previdenza familiare. C’è poi un altro punto che la politica evita accuratamente: se molti proprietari non vogliono affittare a lungo termine, non è solo perché l’affitto breve rende di più. È perché l’affitto lungo fa paura. Fa paura la morosità e non rientrare in possesso della propria casa quando serve. Fa paura trovare l’immobile danneggiato o affrontare anni di procedure, avvocati, spese e incertezze. Fa paura legarsi a un contratto lungo quando quella casa potrebbe servire domani a un figlio, a un nipote, a una necessità familiare, a una vecchiaia più costosa del previsto. Lo capisce anche un bimbo piccolo piccolo: la casa, per i piccoli proprietari, è una forma di previdenza privata.

Purtroppo lo abbiamo imparato a nostre spese, è più facile vietare che governare. L’amministrazione non ha il diritto morale di trasformare il risparmio familiare di una vita nel prezzo dei propri ripensamenti. È facile predicare sacrifici patrimoniali quando si amministra da una posizione economicamente protetta. Chi decide restrizioni che possono ridurre il valore di una casa o il reddito di un piccolo proprietario dovrebbe almeno avere la decenza istituzionale di misurare quell’impatto, pubblicarlo e spiegare perché quel sacrificio sarebbe necessario, proporzionato e non sostituibile con misure meno punitive.

E poi mi piacerebbe sapere se gli affitti brevi riducono l’overtourism perché le ricerche sul campo, quelle che conosco (ma forse quella della Sapienza contiene ulteriori informazioni) ci dicono che limitare gli affitti brevi al massimo può ridurre la capacità ricettiva diffusa nei condomini e può diminuire la pressione su certi quartieri, ma non riduce il numero totale di turisti se restano hotel, B&B, studentati, day tripper, crociere, escursionismo giornaliero, grandi eventi e marketing turistico aggressivo. E allora cosa dire se vediamo ex post che l’overtourism non viene contenuto? Significa che è stato ridotto il valore di un bene senza ottenere risultati. Ganzo.

E quanto tempo, di grazia, necessita per questa riduzione del turismo , così tanto per sapere. Una ricerca dovrebbe indicare anche, direi proprio, questo. Mi piacerebbe sapere se nella relazione della Sapienza c’è anche scritto in chiaro che vietare gli affitti brevi fa comparire le case a canone normale, sarebbe un miracolo. Se il Comune interviene sul modo in cui un cittadino usa un bene legittimamente posseduto, deve dimostrare che quella limitazione è necessaria, proporzionata e realmente efficace. E allora basta rendere disponibile a tutti la ricerca integrale della Sapienza dove tutto questo viene garantito, oppure la ricerca è solo ad uso interno?