La capogruppo di Firenze Democratica Cecilia Del Re ricostruisce il regolamento della “Commissione immobili” e i bandi pubblicati sul sito dell’ASP, tra assegnazioni mai rese note e immobili venduti con l’assenso del Comune
Non si tratta di un singolo immobile finito su Airbnb, ma di un intero sistema che, a leggere le carte, sembra funzionare secondo una logica tutta sua: la capogruppo di Firenze Democratica Cecilia Del Re ha ieri depositato in Consiglio comunale una domanda di attualità che mette in fila una serie di elementi difficili da liquidare come casi isolati, a partire dal “Regolamento per l’assegnazione di beni immobili destinati alla locazione di proprietà dell’Asp Firenze Montedomini”, pubblicato sul sito dell’ente, che affida le decisioni a una “Commissione immobili” composta da Presidente, Direttore e “un membro designato dall’assessorato al sociale”, un dettaglio che lega direttamente la Giunta Funaro alle scelte gestionali sul patrimonio abitativo dell’ASP; il regolamento prevede anche, all’articolo 8, che le assegnazioni debbano essere pubblicate sul sito, ma Del Re nota che “non si trovano pubblicate né le graduatorie e né le aggiudicazioni decise dalla Commissione immobili di Montedomini per i famosi immobili di via Guelfa, né per altri immobili per i quali era stato pubblicato un avviso pubblico” — un buco di trasparenza che, in un ente pubblico che gestisce case in piena emergenza abitativa, pesa molto più di una semplice dimenticanza. Nella stessa domanda di attualità, Del Re chiede inoltre alla Sindaca e alla Giunta se la polizia municipale sia già stata inviata presso gli immobili di via Guelfa 81, dopo aver letto sia le dichiarazioni di acquisto del CIN da parte del gestore sia una clausola contrattuale inserita da Montedomini “in violazione delle normative vigenti”
A complicare il quadro arriva poi la scoperta che Montedomini non si limita ad affittare, ma vende, e per farlo — trattandosi di patrimonio pubblico — necessita dell’assenso del Comune: è il caso di un immobile in Via Vittorio Emanuele, il cui bando di alienazione scade il 26 luglio, l’ennesimo tassello di un processo di dismissione che secondo Del Re merita di essere quantificato, tanto che il gruppo consiliare ha già depositato un accesso agli atti per avere contezza della possibile dimensione di un danno erariale e di una evidente distorsione dell’uso del patrimonio pubblico.
Ma il passaggio più duro del comunicato riguarda via Faenza 38, dove il 18 aprile 2023 l’ASP ha bandito la locazione di un appartamento al secondo piano con un canone posto a base d’asta di 1.150 euro mensili, impegnandosi a contribuire ai lavori di ristrutturazione fino a 49.000 euro, somma poi recuperata scomputando il canone per i primi tre anni e dimezzandolo per i successivi quattordici mesi — un meccanismo che, nella sostanza, ha reso l’affitto quasi gratuito per l’aggiudicatario nei primi anni; nel frattempo, però, sulle piattaforme di affitti brevi compare un appartamento allo stesso indirizzo, stesso piano, pubblicizzato a 212 euro a notte, e se si trattasse davvero dello stesso immobile — scrive Del Re — “bastano solo sei notti di prenotazioni per incassare più del canone mensile posto a base della gara, che per i primi 4 anni non viene nemmeno pagato dall’aggiudicatario”.
Non è un caso isolato: già nei giorni scorsi erano emerse altre vicende simili, e Del Re osserva che “in una città che vive una grave emergenza abitativa, è doveroso chiedersi se sia questa la destinazione che deve avere il patrimonio pubblico”; il rovescio della medaglia riguarda invece chi il patrimonio lo occupava per finalità sociali: la casa famiglia per persone con disabilità intitolata a M. C. Ogier, il cui inquilino sarebbe stato invitato a lasciare l’immobile nel maggio 2024 “per la necessità di aumentare il canone di locazione”, con l’appartamento che risulterebbe da allora non più rioccupato — un dettaglio che, se confermato, racconta più di ogni tabella quale gerarchia di priorità stia orientando davvero la gestione del patrimonio.
Sullo sfondo, Del Re rimette in fila anche la questione delle nomine ai vertici degli enti partecipati, ricordando come il suo gruppo avesse contestato fin dall’inizio la nomina di Frittelli alla presidenza di Montedomini e quella di Paccosi alla presidenza di Casa Spa, decise dalla Sindaca “senza il rispetto delle (pur minime, rispetto ad altri comuni) procedure di pubblicità e di coinvolgimento preventivo del consiglio”, in un contesto in cui entrambi avevano già ricoperto altri incarichi di nomina comunale, in violazione del principio per cui il Comune non dovrebbe nominare due volte la stessa persona; Paccosi, oggi presidente di Casa Spa, era stato presidente dell’ASP Montedomini nel mandato precedente e risulterebbe tuttora presidente della Fondazione Montedomini onlus (così, almeno, da visura camerale odierna), ente parallelo nato per raccogliere fondi a sostegno dell’ASP, mentre l’attuale presidente del collegio dei revisori di Montedomini sarebbe stato il mandatario elettorale della Sindaca, dato emerso — ricorda Del Re — dall’accesso agli atti sui finanziamenti elettorali richiesto dai consiglieri di centrodestra, e Frittelli presiederebbe inoltre l’associazione “Punto su Firenze”, da anni motore di raccolta fondi per le campagne elettorali di Nardella; una rete di incarichi che per Del Re “confermano la continuità fortemente perseguita da Nardella con Funaro”, e che il suo gruppo aveva già provato a scardinare presentando atti — bocciati dalla maggioranza — per rendere il regolamento comunale sulle nomine più simile a quello di Genova, Milano o Bologna, città dove commissioni esterne valutano le candidature sulla base dell’esperienza comprovata.
A inizio anno la commissione controllo aveva anche promosso un seminario con legali esperti in materia, che avrebbero consigliato di rafforzare le procedure fiorentine; unico risultato concreto rivendicato da Del Re, lo scorso anno, l’aver evitato che il presidente di una partecipata restasse contemporaneamente consigliere comunale, situazione priva di precedenti che avrebbe fatto coincidere controllore e controllato, risolta solo con le dimissioni del consigliere “il giorno prima dell’arrivo del parere protocollato del Ministero dell’interno che dichiarava la sua incompatibilità” — un epilogo che, più di ogni altro dettaglio, dice quanto la vigilanza su questi enti sia arrivata finora sempre un passo in ritardo rispetto ai fatti.




