“Centinaia di CIN falsi” a Firenze: Bernabò Bocca lancia l’allarme, ma il numero non risulta agli atti pubblici

Bernabò Bocca

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Il presidente di Federalberghi sostiene che a Firenze siano stati scoperti “centinaia di CIN fasulli”, ma nell’unico bilancio dettagliato dei controlli della Polizia municipale reso pubblico — gennaio-maggio 2025 — emerge un solo caso. La domanda è inevitabile: da dove arriva quel numero?

 

Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, torna all’attacco degli affitti brevi. Nulla di nuovo: da anni la battaglia della categoria contro questo comparto è uno dei cavalli di battaglia dell’associazione. Stavolta, però, in un’intervista all’Adnkronos ripresa da TTG Italia il 25 agosto, Bocca aggiunge un dato preciso: «A Firenze sono stati scoperti centinaia di Cin fasulli, con appartamenti che utilizzavano il codice di un’altra struttura».

Se fosse confermato, sarebbe un dato clamoroso. Centinaia di strutture scoperte con codici identificativi falsi non sarebbero un dettaglio da intervista: sarebbero comunicati della Polizia municipale, del Comune, del Ministero del Turismo, e prima pagina su tutti i quotidiani cittadini. Invece, nell’unico bilancio dettagliato dei controlli fiorentini reso pubblico, quel numero non c’è.

Il bilancio è quello reso noto dalla Nazione il 31 maggio 2025, relativo ai controlli della municipale dal 1° gennaio al 25 maggio 2025: 275 strutture ricettive passate al setaccio, 1.135 violazioni amministrative, 79 imprenditori che non avevano mai pagato la Tari, 220 keybox sequestrate, venti gestori denunciati per check-in da remoto. Sui codici identificativi, secondo quel resoconto, due sole righe: un host trovato con un Cin falso; e, in un caso, un host che con un unico Codice di Identificazione pubblicizzava quattro attività diverse.

Vale la pena fermarsi su quest’ultimo dato, perché è la fattispecie più prossima a quella che Bocca descrive: se un solo codice copre quattro attività, tre di quelle espongono un codice che non è il proprio. A Firenze, agli atti, quel caso riguarda quattro annunci riconducibili a un solo gestore. Non centinaia. Quattro. Merita una nota anche il modo in cui quel bilancio fu titolato: «denunce per i Cin falsi», al plurale, sopra un testo che ne descriveva uno. È il tipo di scarto da cui un numero comincia a gonfiarsi passando di bocca in bocca, fino a diventare “centinaia” quindici mesi dopo.

Va aggiunta una distinzione che nel dibattito salta sempre: “assenza di CIN”, “CIN non verificato” e “CIN falso” sono tre cose diverse. Le prime due sono illeciti amministrativi — da 800 a 8.000 euro la mancanza del codice, da 500 a 5.000 la mancata esposizione o indicazione, per ciascuna unità. Usare il codice di un’altra struttura è un’altra cosa: produce denunce, non verbali. È il motivo per cui un numero a tre cifre, se esistesse, non potrebbe restare invisibile.

Dunque una domanda molto semplice a Bocca e a Federalberghi: dove sono queste centinaia di CIN falsi? Quanti sono esattamente? Quando sono stati scoperti? Da quale autorità? Quante denunce sono state presentate? Quanti appartamenti sono stati sanzionati? Il dato si riferisce al Comune di Firenze o alla Città metropolitana? Perché qui non si tratta di difendere gli affitti brevi, né di negare che esistano irregolarità. Si tratta di una cosa molto più elementare: i numeri, soprattutto quando vengono usati per sostenere una battaglia politica e di categoria, devono essere verificabili.

Federalberghi è legittimamente portatrice degli interessi degli albergatori. Ma proprio per questo dovrebbe evitare che una battaglia commerciale contro la concorrenza si trasformi in una gara a chi lancia l’allarme più grosso. Se Bocca ha ragione, ci dica dove sono queste “centinaia”. Se invece quel numero non è documentabile, siamo davanti a qualcosa di molto meno nobile: propaganda travestita da dato.