FOCUS LFCV | 100 alberi donati alla città, 5 anni di abbandono: il bosco dei bambini diventa il simbolo di una Firenze senza futuro

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Il Comune si sciacqua la bocca con “forestazione urbana” e promette una Firenze più verde e resiliente. Ma che fine ha fatto il bosco donato alla città da un privato?

Quando l’amministrazione comunale parla di forestazione urbana e mitigazione climatica, fa benissimo. Il verde è indispensabile per il futuro di una città e ormai la parola d’ordine dovrebbe essere proprio mitigazione climatica. Gli alberi sono una delle risposte più concrete alle isole di calore, all’inquinamento, agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici e alla tutela della salute pubblica.

Ma c’è una domanda che viene spontanea: come tratta questa amministrazione la forestazione urbana che già esiste e che, per di più, è stata donata alla città da un privato? Prima di “sostituire” gli alberi e annunciare nuovi grandi progetti verdi per sviare l’attenzione dall’albericidio in atto, figlio di un progetto tramviario obsoleto e vecchio di quarant’anni, forse sarebbe opportuno prendersi cura di quelli che già ci sono.

La storia del Bosco dei bambini di via del Guarlone è, ahimè, sotto questo profilo, tutt’altro che edificante.

Era il 22 settembre 2020 quando, dopo una campagna promozionale mirata, arrivò il primo sponsor privato per gli interventi di forestazione urbana. L’idea era semplice e bella: coinvolgere i privati per accrescere il patrimonio arboreo della città. Il Centro di procreazione assistita Demetra fu il primo a rispondere all’appello e decise di contribuire alla crescita del patrimonio verde cittadino finanziando la messa a dimora di 100 nuovi alberi. Fra tutte le aree disponibili indicate dal Comune, Demetra individuò quella di via del Guarlone, accanto al Lumen, con l’obiettivo di realizzare un vero bosco urbano. Un progetto che aveva anche un significato simbolico fortissimo. Gli alberi, come spiegava il comunicato stampa dell’epoca, “saranno riconoscibili grazie ad apposite targhette con il logo del Centro, che celebra il 25esimo anno di attività e rende così omaggio ai bambini nati grazie al lavoro svolto”. “Un bellissimo binomio per il futuro della città tra nuovo verde urbano e bambini nati – dichiarò l’assessore all’Ambiente Cecilia Del Re… un segnale importante che va nella direzione intrapresa per rendere la nostra città sempre più verde, resiliente e sostenibile per il futuro di tutti”. Parole importanti. Parole che oggi, due assessorati all’Ambiente dopo e con Cecilia Del Re all’opposizione, devono essere rilette alla luce di quello che è accaduto a quel bosco e assumono il sapore di una promessa non mantenuta: un’offesa al privato che ha investito e ai molti bambini, adesso anche grandi, che quel bosco doveva rappresentare. Il significato dell’iniziativa era stato spiegato anche dalla responsabile del Centro Demetra, la dottoressa Claudia Livi: *“Quest’anno (2020) abbiamo festeggiato i nostri primi 25 anni di attività e con il nostro lavoro, nato, cresciuto e sviluppato a Firenze, hanno visto la luce in questi anni moltissimi bambini. Un albero che cresce, si sviluppa e mette radici ci è sembrata la metafora più bella per festeggiare tutti i bimbi del Demetra, che hanno messo radici nella vita. È per questo che abbiamo aderito subito al progetto del Comune di Firenze”. Difficile immaginare una metafora più bella. Un bambino che nasce, cresce e mette radici nella vita. Un albero che nasce, cresce e mette radici nella terra e, insieme, cento alberi a formare un piccolo bosco urbano, capace di trasformare un’area abbandonata in uno spazio di vita.

il giorno dell’inaugurazione, era il 9 marzo 2021

Il 9 marzo 2021 quel boschetto urbano venne inaugurato. Al posto di un’area abbandonata era nato un bosco che raccontava, anche attraverso pannelli con QR Code collocati accanto ad alcuni alberi, le storie dei bambini nati grazie alla procreazione assistita. Simbolicamente era, ed è, il bosco dei bambini. Un grande frutteto donato alla città, realizzato su un’area di circa quattro ettari, nella quale erano stati messi a dimora cento alberi. Prevalentemente alberi da frutto: albicocchi, peschi, meli, peri e ciliegi, ma anche cipressi, salici e lecci. A servizio del bosco era stato realizzato e finanziato dallo stesso sponsor anche un impianto di irrigazione a goccia. Insomma, non si trattava semplicemente di piantare qualche albero. C’era un progetto, c’erano soldi privati, c’era un significato commovente e profondo, c’era un’idea di città del futuro e, soprattutto, c’era qualcuno che aveva creduto in Firenze.

I problemi, però, sono sorti quasi subito. Il primo sponsor privato che aveva finanziato la crescita del patrimonio arboreo cittadino non è stato trattato particolarmente bene. Perché quel frutteto, proprio per il suo significato profondo, avrebbe dovuto essere custodito come un piccolo gioiello. Invece, spente le luci delle telecamere sull’inaugurazione del marzo 2021, già nel luglio dello stesso anno il frutteto di via del Guarlone si presentava tristemente trasformato. Un’area invasa da ortiche, forasacchi, avena e graminacee da prato, tanto da assomigliare più a una giungla che a un bosco urbano. I residenti del Gignoro, che avevano accolto con favore il recupero di quell’area e la nascita del bosco, segnalarono l’incuria, ma c’era un ulteriore paradosso: il boschetto non era nemmeno accessibile al pubblico. Un bosco urbano realizzato per la città, finanziato da un privato, pensato per diventare patrimonio collettivo e, di fatto, chiuso.

Parliamo di 15 mila euro spesi da un privato per finanziare albicocchi, peschi, meli, peri, ciliegi, cipressi, salici e lecci. 15 mila euro per trasformare un’area abbandonata in un luogo anche simbolico eppure, dopo appena pochi mesi, quell’area era tornata ad avere l’aspetto di un luogo dimenticato. Cancello chiuso, lucchetto, rifiuti, sterpaglie ed erbacce. Una vegetazione che sembrava più adatta all’Amazzonia che a un progetto di forestazione urbana. I residenti avevano persino inviato una mail al Centro Demetra per segnalare la situazione. Alle promesse di intervento da parte del Comune, però, è seguito il nulla cosmico. Eppure l’amministrazione aveva promesso che il parco sarebbe stato aperto al pubblico il 16 luglio 2021. Sono passati cinque anni…

Ogni tanto, ma davvero ogni tanto, vengono effettuati degli sfalci, ma oggi, settembre 2026, il cancello è ancora chiuso, il lucchetto è sempre lì, sempre più arrugginito. All’ingresso, l’erbaccia e i rifiuti aumentano, le targhette con i QR Code che raccontavano le storie dei bambini nati grazie alla procreazione assistita si stanno deteriorando e quello che doveva essere un simbolo di vita, crescita, futuro e speranza rischia di diventare l’ennesimo monumento all’incuria.

Ed è qui che la vicenda diventa politica. Perché mentre si annunciano nuovi interventi di forestazione urbana, si parla di mitigazione climatica, si piantano nuovi alberi — in sostituzione di quelli abbattuti, sia ben chiaro — e si presenta il verde come una delle grandi strategie per il futuro della città, un bosco già realizzato e finanziato da un privato viene lasciato marcire nell’incuria?

È difficile non vedere una contraddizione. Non si può chiedere ai cittadini, alle aziende e ai privati di credere nella forestazione urbana e poi dimostrare di non essere in grado di prendersi cura di quella già realizzata. Non si può parlare continuamente di sostenibilità e poi lasciare un bosco chiuso dietro un cancello. Non si può parlare di futuro mentre si lascia deteriorare ciò che quel futuro avrebbe dovuto rappresentare e, soprattutto, non si può chiedere ai privati di investire nella città se poi la città non dimostra di avere la capacità di custodire ciò che riceve.

Lo stato di abbandono del Bosco dei bambini non è soltanto una brutta fotografia dell’amministrazione fiorentina. È una mancanza di rispetto nei confronti di chi quel progetto lo ha finanziato. È una mancanza di rispetto nei confronti delle famiglie e dei bambini le cui storie avrebbero dovuto essere raccontate attraverso quegli alberi ed è, soprattutto, un colpo simbolico alle speranze dei fiorentini che questa amministrazione abbia davvero cura del verde.

Perché se questo è il modo in cui viene trattato un progetto che aveva tutti gli ingredienti per diventare un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato, viene spontaneo chiedersi cosa accadrà ai nuovi alberi che oggi vengono piantati in nome della lotta ai cambiamenti climatici. Chi li curerà tra cinque anni? Chi controllerà che crescano? Chi garantirà che non vengano lasciati soffocare dalle erbacce? Chi si occuperà della manutenzione?

A questo punto, sul boschetto dei bambini sono tante le domande inevitabili. Chi si prende cura del boschetto di via del Guarlone? Chi è responsabile della sua manutenzione e della sua incuria? Perché il parco non è mai stato realmente aperto al pubblico, nonostante l’annuncio del 2021? Che fine ha fatto l’impianto di irrigazione finanziato dal privato? Perché le targhette con i QR Code che raccontano le storie dei bambini sono lasciate deteriorarsi? E soprattutto: perché un progetto nato per rappresentare il futuro della città è stato trasformato in un’area che sembra raccontare l’esatto contrario?

Domande che, ancora una volta, rischiano di rimanere sospese nel vuoto, proprio come quel cancello. Chiuso e con il lucchetto ormai arrugginito, dietro il quale ci sono cento alberi e le storie di quei bambini che oggi, invece, raccontano soprattutto quanto poco questa amministrazione sembri prendersi cura del futuro di Firenze.