Oriana Fallaci, una donna, una maledetta toscana: Firenze ricorda la giornalista che non ebbe mai paura di dire ciò che pensava

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A vent’anni dalla morte, Firenze torna a interrogarsi su una delle sue figlie più celebri, controverse e internazionali. Si intitola “Oriana Fallaci. Una donna, una maledetta toscana” l’incontro in programma il 9 settembre alle ore 17 alla Fondazione Franco Zeffirelli Onlus, in piazza San Firenze 5. Un appuntamento che vuole ricordare la giornalista e scrittrice fiorentina non attraverso una celebrazione semplicemente nostalgica, ma attraverso il confronto su una personalità che ancora oggi continua a suscitare discussioni, passioni e opinioni profondamente diverse.

L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi per studi di Politica, Economia e Storia, con il patrocinio del Ministro per lo Sport e i Giovani. Interverranno Anna Paola Concia, Edoardo Perazzi, Riccardo Mazzoni e Riccardo Nencini, mentre a moderare l’incontro sarà Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti.

Vent’anni dopo, Oriana Fallaci è ancora una presenza ingombrante

Sono trascorsi vent’anni dal 15 settembre 2006, quando Oriana Fallaci morì a Firenze. Era nata nella stessa città il 29 giugno 1929 e nella sua città natale aveva costruito le fondamenta di una personalità destinata a oltrepassare rapidamente i confini italiani.

La ricorrenza del ventennale offre dunque l’occasione per tornare a parlare di una donna che non può essere facilmente confinata dentro una sola definizione. Fallaci è stata giornalista, inviata di guerra, scrittrice, intervistatrice, opinionista e autrice di libri diventati bestseller internazionali. Ma soprattutto è stata una protagonista del dibattito pubblico del Novecento e dei primi anni del nuovo millennio.

Il titolo dell’incontro, “Una donna, una maledetta toscana”, è particolarmente significativo perché richiama proprio quell’identità fiorentina che Fallaci non considerò mai un semplice dato biografico. La Toscana, Firenze, il carattere diretto, polemico, orgoglioso e spesso impetuoso sono elementi che attraversano la sua vita e la sua scrittura.

Non è casuale, del resto, che la presentazione dell’incontro descriva Fallaci come una donna “fiorentina fino al midollo”, capace di passare dalla Resistenza alla cronaca, dal giornalismo di guerra alle interviste ai grandi protagonisti della politica internazionale, fino alla narrativa e alle battaglie culturali degli ultimi anni della sua vita.

Una ragazza fiorentina dentro la Storia

Per comprendere Oriana Fallaci bisogna tornare agli anni della sua adolescenza. Suo padre Edoardo era un antifascista e coinvolse la figlia giovanissima nelle attività della Resistenza. L’Archivio del Consiglio regionale della Toscana ricorda proprio questo passaggio come uno degli elementi fondamentali della sua formazione personale e politica: ancora adolescente, Fallaci svolse attività di staffetta, entrando in contatto diretto con la realtà della guerra e dell’antifascismo.

È un’esperienza che aiuta a comprendere una caratteristica destinata a rimanere centrale nella sua personalità: il rifiuto della passività.

Fallaci cresce in un’Italia attraversata dalla dittatura, dalla guerra, dalla Resistenza e dalla ricostruzione. E cresce imparando molto presto che la Storia non è qualcosa che accade soltanto nei libri, ma qualcosa che entra nelle case, nelle famiglie e nelle vite delle persone.

Dopo il conflitto comincia a dedicarsi al giornalismo. Ancora giovanissima collabora con il quotidiano fiorentino Il Mattino dell’Italia centrale, occupandosi inizialmente di cronaca e costume. Successivamente la sua carriera prende una dimensione sempre più internazionale.

È l’inizio di un percorso professionale straordinario, in un’epoca nella quale il giornalismo era ancora dominato prevalentemente dagli uomini.

Dalla cronaca ai potenti della Terra

Il nome di Oriana Fallaci diventa progressivamente sinonimo di giornalismo d’inchiesta, reportage internazionale e interviste.

Come inviata de L’Europeo, Fallaci incontra e intervista alcuni dei più importanti protagonisti della politica e della cultura internazionale. La sua tecnica non è quella dell’intervistatrice accomodante. Le sue domande sono spesso dirette, incalzanti, talvolta provocatorie.

La sua forza sta anche nella capacità di trasformare l’intervista in un racconto. Non si limita a registrare le risposte: descrive gli ambienti, i gesti, le pause, gli atteggiamenti dei suoi interlocutori. Il personaggio intervistato diventa così parte di una scena narrativa.

È una caratteristica che contribuirà a rendere celebri i suoi incontri con figure politiche come Henry Kissinger, Indira Gandhi, Yasser Arafat, Golda Meir, Muammar Gheddafi e molti altri protagonisti della storia contemporanea.

La sua attività giornalistica è oggi documentata anche attraverso un patrimonio archivistico di enorme valore. Il Fondo Oriana Fallaci, conservato presso l’Archivio storico del Consiglio regionale della Toscana, comprende infatti documenti relativi alla sua attività professionale dagli anni Cinquanta fino alla morte: manoscritti, dattiloscritti, appunti, fotografie, rassegne stampa, corrispondenza e soprattutto numerosi nastri audio utilizzati per le interviste, oggi digitalizzati.

È un archivio che permette di entrare non soltanto nella biografia pubblica della scrittrice, ma anche nel suo metodo di lavoro.

La guerra raccontata da vicino

Uno dei capitoli più importanti della carriera di Fallaci è quello legato ai conflitti internazionali.

Nel 1967 arriva in Vietnam come corrispondente di guerra per L’Europeo. Tornerà più volte nel Paese nel corso degli anni successivi, raccontando la guerra dal punto di vista di chi si trova sul terreno e non semplicemente attraverso i comunicati ufficiali.

La guerra diventa per Fallaci una forma estrema di giornalismo: stare sul posto, vedere, ascoltare, parlare con i soldati e con i civili, assumersi il rischio di raccontare ciò che accade.

Ma il suo lavoro non si limita al Vietnam. Seguirà anche altri scenari internazionali e costruirà progressivamente una reputazione che la porterà a essere considerata una delle grandi giornaliste italiane del Novecento.

In questa fase si definisce anche il suo stile: personale, letterario, emotivo, spesso aggressivo. Un modo di scrivere che rompe deliberatamente con l’idea di un giornalista completamente invisibile rispetto alla realtà che racconta.

Fallaci non vuole scomparire dal proprio racconto. Al contrario, la sua presenza diventa parte della narrazione.

La scrittrice oltre la giornalista

Parallelamente al giornalismo, Fallaci sviluppa una importante attività letteraria.

Tra i suoi libri più celebri ci sono “Penelope alla guerra”, “Lettera a un bambino mai nato”, “Un uomo” e “Insciallah”. La sua produzione narrativa si intreccia continuamente con le esperienze personali e professionali maturate durante i viaggi e gli incontri internazionali. Treccani ricorda inoltre il successo dei suoi reportage e di opere come Il sesso inutile e Intervista con la storia.

In Fallaci giornalismo e letteratura non sono mai mondi completamente separati.

La sua prosa giornalistica ha spesso una forza narrativa quasi romanzesca, mentre i suoi romanzi sono attraversati da esperienze, paure, passioni e conflitti che appartengono alla sua esperienza personale.

È anche per questo che la sua figura ha superato il semplice perimetro della professione giornalistica.

Una voce sempre più divisiva

La Fallaci degli ultimi decenni è però anche una Fallaci profondamente diversa da quella degli anni Sessanta e Settanta.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la sua riflessione sul rapporto tra Occidente, Islam, terrorismo e identità europea assume toni sempre più radicali.

Nel 2001 pubblica “La rabbia e l’orgoglio”, seguito nel 2004 da “La forza della ragione”. Sono libri che provocano un enorme dibattito pubblico e che trasformano Fallaci in una figura ancora più divisiva.

Da una parte ci sono coloro che ne apprezzano il coraggio, la capacità di parlare senza mediazioni e la difesa dei valori occidentali; dall’altra chi contesta duramente alcune delle sue posizioni, giudicandole generalizzanti o apertamente ostili nei confronti dell’Islam.

È proprio in questa fase che la figura di Fallaci assume una dimensione politica e culturale ancora più marcata.

E qui emerge uno degli aspetti più interessanti dell’incontro fiorentino: ricordare Fallaci significa necessariamente confrontarsi anche con le sue contraddizioni.

Non è possibile raccontarla soltanto come una grande giornalista senza parlare delle sue battaglie degli ultimi anni. Allo stesso modo, ridurla esclusivamente alle sue posizioni sull’Islam significherebbe cancellare decenni di giornalismo, letteratura, reportage e lavoro internazionale.

Una donna che non chiedeva il permesso

Forse il filo conduttore più efficace per attraversare l’intera esistenza di Oriana Fallaci è proprio la sua ostinata indipendenza.

Era una donna che entrava in ambienti nei quali le donne erano spesso una minoranza, intervistava uomini potenti, attraversava territori di guerra e trasformava la propria esperienza in libri letti in tutto il mondo.

Il suo carattere non era semplicemente una componente della sua personalità: era diventato parte del suo modo di fare giornalismo.

Fallaci non cercava necessariamente di piacere al proprio interlocutore e, soprattutto, non sembrava interessata a costruire un’immagine rassicurante di sé.

Questo atteggiamento le procurò ammiratori e avversari, ma contribuì anche a renderla riconoscibile. In un panorama mediatico nel quale molti personaggi finiscono per assomigliarsi, Fallaci costruì invece una voce immediatamente identificabile.

Firenze e la memoria di Oriana

Il rapporto con Firenze resta uno degli elementi più importanti della sua biografia.

Non soltanto perché qui nacque e morì, ma perché la città rappresentò una sorta di matrice culturale e sentimentale della sua personalità.

Oggi Firenze conserva una parte significativa della sua memoria attraverso il Fondo Fallaci. Il patrimonio custodito dall’Archivio storico regionale comprende materiali capaci di raccontare l’intero percorso professionale della scrittrice: dalle prime attività giornalistiche ai reportage, dalle interviste alla preparazione dei libri, fino alla rassegna stampa che documenta il rapporto spesso conflittuale con il pubblico e con la critica.

Nel Fondo sono presenti anche le diverse stesure e correzioni di numerosi libri. È un particolare prezioso perché permette di vedere la scrittrice al lavoro, seguire il processo di revisione e comprendere quanto fosse importante per lei la costruzione della frase e della pagina.

La memoria, dunque, non passa soltanto attraverso le celebrazioni pubbliche. Passa anche attraverso le carte, gli appunti, le registrazioni e gli oggetti che restituiscono concretamente il lavoro di una persona.

Un incontro per discutere, non soltanto per ricordare

È in questo contesto che assume particolare significato l’appuntamento alla Fondazione Franco Zeffirelli.

Il titolo “Una donna, una maledetta toscana” non sembra voler trasformare Fallaci in un monumento intoccabile. Al contrario, suggerisce l’idea di una personalità da discutere.

La presenza di interlocutori con percorsi differenti può infatti offrire prospettive diverse su una figura impossibile da racchiudere in una definizione univoca. Anna Paola Concia, Edoardo Perazzi, Riccardo Mazzoni e Riccardo Nencini saranno chiamati a confrontarsi su una donna che ha attraversato giornalismo, letteratura, politica e storia contemporanea. A guidare il confronto sarà Andrea Cangini.

E forse è proprio questo il modo più interessante per ricordare Oriana Fallaci nel 2026: non chiedersi semplicemente se fosse una grande giornalista, una grande scrittrice o una figura controversa, ma capire perché, a vent’anni dalla sua morte, continuiamo ancora a discutere di lei.

Perché Fallaci appartiene a una generazione nella quale il giornalismo poteva ancora diventare una forma di testimonianza personale e la scrittura poteva entrare direttamente nel dibattito politico e civile.

Una voce che continua a dividere

A vent’anni dalla morte, il tempo non sembra avere reso Oriana Fallaci più semplice.

Anzi, sotto molti aspetti l’ha resa ancora più interessante.

La sua opera continua a essere ristampata, studiata, discussa. Le sue interviste rimangono documenti preziosi della storia del Novecento. Il suo archivio permette oggi agli studiosi di ricostruire il metodo di lavoro di una giornalista che ha attraversato alcuni degli eventi più drammatici del suo tempo. E le sue prese di posizione continuano a essere oggetto di discussione.

È questa la caratteristica delle personalità realmente ingombranti: non si lasciano archiviare facilmente.

Oriana Fallaci è stata una donna del suo tempo, ma anche una donna capace di entrare violentemente nel tempo degli altri. Ha raccontato guerre, incontrato presidenti e rivoluzionari, scritto di amore e maternità, costruito romanzi e reportage, discusso di identità e civiltà.

E lo ha fatto mantenendo sempre una caratteristica fondamentale: la volontà di parlare con la propria voce.

A Firenze, vent’anni dopo la sua morte, quella voce torna dunque al centro della scena.

Non necessariamente per trovare un giudizio definitivo.

Piuttosto per ricordare che alcune figure della cultura non smettono di interrogarci proprio perché non hanno mai cercato di essere comode.

E forse nessuna definizione riesce a riassumere meglio questo rapporto fra la giornalista e la sua città di quella scelta per l’incontro del 9 settembre: una donna, una maledetta toscana.