Certificati «anti-Cpr», l’inchiesta arriva in Toscana: perquisiti medici a Firenze e Livorno

polizia

Condividi sui social

L’indagine, partita da Ravenna, si allarga alla Toscana. Nel mirino presunti certificati medici falsi per impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei Cpr

 

La vicenda partita da Ravenna di otto medici finiti al centro di un’inchiesta giudiziaria su cosiddetti certificati «anti-Cpr» da stamani si è allargata in altre città italiane assumendo dimensioni nazionali e coinvolgendo soprattutto la Toscana.

La Polizia di Stato, attraverso il Servizio Centrale Operativo e la Squadra Mobile di Ravenna, ha eseguito una serie di perquisizioni locali, personali e informatiche nei confronti di 23 medici nelle città di: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.

Computer, telefoni cellulari, documentazione e altri dispositivi sono stati acquisiti dagli investigatori alla ricerca di elementi utili a ricostruire una possibile rete di professionisti e soprattutto, per verificare la presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false destinate, secondo l’ipotesi investigativa, a impedire il trattenimento di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri.

La maggior parte dei medici coinvolti nelle perquisizioni non risulta iscritta nel registro degli indagati. Secondo le informazioni diffuse oggi soltanto l’infettivologo Nicola Cocco risulta formalmente indagato. La Procura contesta nei suoi confronti l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri; le altre posizioni sono ancora al vaglio.

La Toscana è protagonista di questa brutta vicenda: Firenze e Livorno sono dentro la mappa dell’operazione. Un dato che, al di là delle contrapposizioni politiche e ideologiche, merita di essere osservato con attenzione.

In Toscana, allo stato delle informazioni rese pubbliche oggi, è dunque possibile affermare che sono state effettuate perquisizioni nei confronti di medici a Firenze e Livorno è invece necessario attendere gli sviluppi dell’inchiesta per stabilire quali siano le singole posizioni, quali certificazioni siano state eventualmente rilasciate e soprattutto se vi siano responsabilità penalmente rilevanti.

Il nuovo capitolo nasce come accennato da un’inchiesta già aperta nei mesi scorsi a Ravenna, dove otto medici, all’epoca in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati ritenuti falsi dagli investigatori. Secondo l’accusa, quei certificati avrebbero attestato condizioni sanitarie tali da rendere i cittadini stranieri non idonei al trattenimento nei centri per il rimpatrio. Per tre degli otto medici era arrivata anche una misura interdittiva dalla professione della durata di dieci mesi; per gli altri era stato disposto il divieto di occuparsi delle certificazioni relative ai Cpr.

Partendo da quella prima inchiesta gli investigatori sono arrivati a una rete più ampia di professionisti e oggi sono entrati negli studi e nelle abitazioni di 23 medici in nove città. Non soltanto infettivologi: secondo RaiNews, tra i professionisti coinvolti ci sono soprattutto specialisti in malattie infettive e anche un paio di psichiatri.

Qui che la vicenda diventa molto più interessante del semplice titolo «falsi certificati per i migranti». Un certificato medico non è un pezzo di carta qualsiasi. È l’esito di una valutazione professionale e può avere conseguenze concrete sulla vita e sulla libertà di una persona. Nel caso dei Cpr quella valutazione sanitaria può incidere direttamente sulla possibilità di trattenere una persona straniera in attesa dell’esecuzione del provvedimento di rimpatrio ed è proprio in questo passaggio che si concentra una delle questioni centrali dell’inchiesta: se un certificato medico viene falsificato, la valutazione sanitaria diventa uno strumento per aggirare una procedura amministrativa.

La novità più pesante emersa oggi nell’inchiesta è che la Procura di Ravenna non starebbe indagando soltanto su singoli episodi.
Nei confronti di Nicola Cocco è stata infatti contestata l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. Gli investigatori lo considererebbero una sorta di referente dei professionisti che si occupavano della materia, secondo quanto emerso dall’indagine ravennate. È un’ipotesi investigativa che ovviamente dovrà essere verificata ma che spiega perché questa mattina siano partite perquisizioni contemporaneamente in nove città per capire se esistesse un sistema di rapporti tra professionisti, come funzionasse e quale fosse eventualmente il ruolo di ciascuno.

Come era prevedibile, la notizia ha immediatamente assunto anche una dimensione politica. Da una parte arrivano le richieste di sanzioni durissime nei confronti dei medici nel caso in cui le accuse dovessero essere confermate dall’altra si moltiplicano le prese di posizione in difesa dell’autonomia della professione medica e dei professionisti coinvolti. A Bologna, dove sono state perquisite le abitazioni e gli studi di sette medici, si è svolto anche un presidio di solidarietà.

Per la Toscana la notizia non è soltanto che «l’inchiesta sui migranti arriva a Firenze» ma è che due province toscane compaiono nella nuova mappa di un’indagine partita da Ravenna e ora estesa a nove città italiane ed è proprio per questo che sarebbe interessante capire, nei prossimi giorni, cosa sia stato cercato negli studi e nelle abitazioni dei professionisti fiorentini e livornesi, quali documenti siano stati acquisiti e quali siano le singole posizioni.

Perché ad oggi sappiamo solo che a Firenze e Livorno ci sono state perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta nazionale ma quello che ancora non sappiamo è se, dietro quei certificati, ci fosse davvero una rete organizzata o una serie di comportamenti individuali. Sarebbe davvero una brutta pagina per la storia e la tradizione dell’accoglienza toscana.