Un’intervista immaginaria a vent’anni dalla morte della giornalista fiorentina, tra Firenze, immigrazione, Islam, libertà delle donne e il mestiere di fare domande senza paura
Il 15 settembre 2006 moriva Oriana Fallaci. Vent’anni dopo provo a immaginare che cosa accadrebbe se potessi averla davanti a me, seduta dall’altra parte del tavolo. Non per farle dire quello che penso io, ma per farle le domande che oggi, forse, avrei ancora più paura di farle.
D. Buonasera signora Fallaci. Sono passati vent’anni da quando l’alieno ha preso il sopravvento sul suo corpo terreno ed io, nonostante le difficoltà dei tempi, continuo a fare la giornalista anche per colpa sua. Lo sa? La sua figura mi ha sempre ispirato anche se io scrivo sapendo perfettamente quanto sia enorme la distanza tra me e lei, ma lei mi ha insegnato che fare questo mestiere significa prima di tutto una cosa: non avere paura di fare le domande che qualcuno preferirebbe non sentire.
Inizio quindi subito con una domanda che temo di farle forse più delle altre. Lei si è sempre definita orgogliosamente fiorentina, non semplicemente italiana ma dopo l’11 settembre una parte della sua città la guardò con ostilità e Firenze arrivò persino a negarle il Fiorino d’oro. Allora glielo chiedo quasi sottovoce: è mai riuscita a perdonare Firenze?
R. Perdonare Firenze? E perché mai dovrei? Io Firenze non l’ho mai amata perché Firenze fosse gentile con me. L’ho amata perché era mia e quando una città è veramente tua, non smetti di amarla perché ti ferisce. Non confondiamo però l’amore con il perdono. Io ho perdonato molte persone nella mia vita. Non so se ho mai perdonato l’ipocrisia.
Firenze mi ha dato moltissimo. Mi ha dato la lingua, il carattere, la rabbia, la testardaggine, perfino il modo di guardare il mondo. Sono cresciuta respirando questa città e una città così non la rinunci. Puoi litigarci. Puoi maledirla. Puoi scappare dall’altra parte dell’oceano ma resta dentro di te. E poi, cara mia, io sono fiorentina. Non ho mai detto di essere una santa. I fiorentini non sono santi. Sono capaci di amarti e di pugnalarti nella stessa giornata, ma almeno hanno il pregio di farlo guardandoti negli occhi.
D. Signora Fallaci, che cosa pensa vedendo che il luogo scelto per ricordarla è diventato negli anni anche uno dei simboli delle contraddizioni di una Firenze alle prese con immigrazione irregolare, degrado e spaccio?
R. Mi avrebbero dedicato un giardino? Bene. Io amo gli alberi. Ma se mi chiede che cosa penso di un luogo dedicato a me che viene lasciato marcire, le rispondo che non mi sorprende affatto. Le intitolazioni sono facili, basta una targa, basta una cerimonia, basta un comunicato stampa. Più difficile è prendersi cura delle cose e una città che vuole ricordare una persona dovrebbe prima chiedersi perché quella persona è stata ricordata. Se mi ricordate perché ero famosa, avete capito poco. Se mi ricordate perché scrivevo, forse avete capito qualcosa. Se mi ricordate perché non avevo paura di dire quello che pensavo, allora dovete essere pronti anche a sopportare quello che penso oggi. Anche se non vi piace.
D. Vent’anni fa non c’era più, ma molte delle sue ultime battaglie sembrano essere tornate al centro del dibattito europeo: immigrazione, integrazione, Islam, identità, sicurezza. Oggi l’Europa appare spesso incapace di governare i flussi migratori. Che cosa direbbe?
R. Direi che vi siete accorti del problema quando il problema era già diventato enorme. Io non ho mai avuto paura dell’immigrato in quanto immigrato, ho avuto paura della vostra incapacità di capire quello che stava succedendo perché una società seria non può vivere di slogan. Non può dire «accogliamo tutti» se non sa dove mettere tutti, come integrarli, come farli lavorare, come educare i loro figli, come garantire loro diritti e contemporaneamente chiedere loro di rispettare i doveri. L’accoglienza senza regole non è accoglienza, è disordine e il disordine, prima o poi lo pagano tutti. Soprattutto i più poveri. Soprattutto le donne. Soprattutto quelli che arrivano davvero per costruirsi una vita. Voi avete confuso l’emotività con la politica. Ma governare significa scegliere.
D. Avrebbe distinto tra immigrazione e immigrazione? Tra chi arriva per lavorare, studiare e costruirsi una vita e chi arriva portando con sé un modello culturale incompatibile con quello europeo?
R. Naturalmente, e mi meraviglia che dobbiate ancora chiedermelo. Un uomo che arriva in Italia per lavorare, rispettare le leggi, mandare i figli a scuola e costruirsi una famiglia non è il mio nemico. Il problema nasce quando qualcuno pretende di portare con sé non soltanto la propria cultura, ma anche le proprie regole. Puoi portarti dietro Dio, Allah, Buddha, tua nonna, la tua cucina e perfino la tua musica, ma quando arrivi in una democrazia devi rispettare le leggi della democrazia. La libertà religiosa non significa libertà di imporre la propria religione agli altri e soprattutto non significa libertà di togliere libertà alle donne.
D. Dove finisce il diritto all’accoglienza e dove comincia il diritto di una società a difendere la propria identità, le proprie leggi e le proprie regole?
R. Comincia esattamente dove comincia la responsabilità. Uno Stato ha il diritto di decidere chi entra, chi può restare e a quali condizioni ma attenzione: avere una frontiera non significa avere il diritto di umiliare un essere umano. Io non confonderei mai il rigore con la crudeltà. Se una persona non ha diritto a rimanere, lo Stato deve poterla rimpatriare secondo la legge ma una democrazia non può trasformare il rimpatrio in vendetta. Le leggi devono essere dure quando necessario, ma devono restare leggi. Altrimenti non siamo più migliori di quelli che diciamo di combattere.
D. Lei aveva intuito che il rapporto tra Europa e Africa sarebbe diventato una delle grandi questioni del nostro tempo. Oggi milioni di persone guardano all’Europa come alla terra promessa. Ma può l’Europa accogliere tutti? E se non può, come si governa una situazione che rischia di diventare insostenibile economicamente, socialmente e culturalmente?
R. No. E dirlo non significa essere cattivi. Una casa può essere generosa ma non è infinita. Il problema è che voi avete trasformato una questione gigantesca in una gara morale: chi dice «accogliamo» è buono, chi dice «non possiamo» è cattivo. È una stupidaggine. L’Africa non si salva svuotandola e l’Europa non si salva riempiendola. Bisogna aiutare le persone a vivere dignitosamente nei loro Paesi. Bisogna combattere le guerre, la corruzione, la povertà, le organizzazioni criminali che fanno affari sulla pelle dei disperati e bisogna smettere di raccontare a milioni di persone che dall’altra parte del Mediterraneo c’è un paradiso che le aspetta perché quando una speranza è falsa, prima o poi diventa disperazione.
D. Qui vorrei chiederle anche il suo pensiero su una parola che oggi divide profondamente il dibattito politico: «remigrazione». Una parola che per alcuni significa semplicemente rimpatrio di chi non ha diritto a rimanere, mentre per altri è diventata il simbolo di una politica di espulsione indiscriminata. Lei come la chiamerebbe? E soprattutto: dove traccerebbe il confine tra il diritto di uno Stato a decidere chi può restare e il rispetto della dignità di chi arriva?
R. Le parole contano ma contano ancora di più le cose che ci metti dentro. Se «remigrazione» significa rimpatriare secondo la legge chi non ha titolo per restare, chiamatela come vi pare. Se invece significa prendere una persona che vive qui da vent’anni, lavora, parla italiano, paga le tasse, ha figli italiani e non ha commesso alcun reato e dirle «vattene perché sei straniero», allora no. Quella non è politica migratoria, è follia. Io voglio uno Stato che sappia dire sì quando deve dire sì e no quando deve dire no. Il problema dell’Europa è che per troppo tempo ha avuto paura di pronunciare entrambe le parole.
D. Signora Fallaci, quando parlava dell’Islam era accusata di essere intollerante, razzista, islamofoba. Oggi, vent’anni dopo, molte delle questioni che sollevava sono ancora sul tavolo. Si sentirebbe ancora così sola?
R. Non sono mai stata sola. Ero soltanto circondata da persone che non erano d’accordo con me. È molto diverso. La solitudine è un’altra cosa. Quando scrissi quelle cose sapevo perfettamente che avrei ricevuto insulti, ma se un giornalista comincia a scrivere pensando agli applausi, farebbe meglio a cambiare mestiere. Il consenso è una droga e io non ho mai voluto drogarmi.
D. Avrebbe distinto, oggi come allora, tra Islam, musulmani e fondamentalismo islamico?
R. Avrei distinto ma avrei anche preteso che gli altri facessero altrettanto. Non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Sarebbe idiota sostenerlo ma sarebbe altrettanto idiota fingere che il fondamentalismo islamico non esista. Ho conosciuto donne musulmane che volevano essere libere, ho conosciuto uomini musulmani che odiavano il terrorismo, ho conosciuto persone capaci di mettere in discussione il proprio mondo ed è proprio per loro che bisogna avere il coraggio di parlare. Perché se tu non critichi mai una cultura quando quella cultura viola la libertà di una donna, non la stai rispettando. Stai abbandonando quella donna.
D. L’Occidente ha peccato di ingenuità? Oppure ha peccato di paura?
R. Di entrambe. Prima è stato ingenuo poi ha avuto paura e quando hai paura diventi spesso più stupido di quando sei ingenuo. L’Occidente ha smesso di credere nella propria cultura: ha cominciato a vergognarsi di ciò che era. Puoi criticare il cristianesimo, la Chiesa, il capitalismo, l’America, l’Europa, l’Italia. Io l’ho fatto per tutta la vita, ma una cosa è criticare la propria casa, un’altra è convincersi che la propria casa non abbia più valore. Io non ho mai pensato che l’Occidente fosse perfetto, ho pensato che avesse qualcosa che valeva la pena difendere: la libertà dell’individuo.
D. Cambiamo argomento. Oggi parliamo continuamente di femminicidio. Ogni anno donne uccise da mariti, compagni, ex compagni. La parola «patriarcato» è diventata una delle chiavi attraverso cui si interpreta questa tragedia. Lei cosa ne pensa?
R. Penserei che prima di dare un nome alla violenza bisogna impedire che la violenza avvenga. Se un uomo uccide una donna perché non accetta che lei lo lasci, c’è certamente una concezione malata del rapporto tra uomo e donna. Puoi chiamarla patriarcato, puoi chiamarla possesso, puoi chiamarla vigliaccheria, puoi chiamarla incapacità di accettare il rifiuto ma alla fine c’è un uomo che ha deciso che una donna non era libera di essere libera e questo per me è già abbastanza.
D. Il femminicidio è davvero il prodotto di una società patriarcale? Oppure esiste qualcosa di più complesso?
R. A volte sì. Ma guai a trasformare una spiegazione in una formula. La realtà è più complicata degli slogan. Un uomo può essere violento perché è cresciuto in una cultura maschilista, può essere violento perché è possessivo, può essere violento perché è un criminale, può essere violento perché non accetta l’abbandono e può essere tutte queste cose insieme. Il giornalista deve capire, ma soprattutto deve evitare di giustificare e capire perché un assassino uccide non significa assolverlo.
D. Quando un uomo uccide una donna perché non accetta che lei lo lasci, che cosa stiamo guardando: il patriarcato, il possesso, l’incapacità di accettare un rifiuto, una cultura della violenza oppure tutto questo insieme?
R. Stiamo guardando soprattutto una cosa: un uomo che non riconosce a una donna il diritto di scegliere e questo è il punto dal quale partirei. Una donna non è proprietà di suo marito, non è proprietà del suo fidanzato, non è proprietà del suo amante, non è proprietà della sua famiglia e non è proprietà dello Stato. La donna appartiene soltanto a se stessa e questa, per me, è la vera rivoluzione.
D. Secondo lei abbiamo davvero liberato le donne oppure abbiamo semplicemente cambiato le parole con cui raccontiamo la loro libertà?
R. Una donna è libera quando può dire no senza avere paura, il resto sono discorsi. Una donna libera deve poter lavorare, studiare, amare chi vuole, non amare nessuno, vestirsi come vuole, non vestirsi come vuole, avere figli oppure non averne e deve poter cambiare idea. Sapete qual è una delle cose più terribili che si possano fare a una donna? Convincerla che la sua libertà dipende dal permesso di qualcun altro. Io non ho mai chiesto permesso.
D. Oggi, davanti a una giovane donna che vuole essere libera, indipendente, sessualmente libera, economicamente autonoma e padrona delle proprie scelte, cosa le direbbe e cosa direbbe invece agli uomini che non riescono ad accettare che una donna possa dire semplicemente: «No»?
R. Le direi di non avere paura. Non abbiate paura degli uomini, ma soprattutto non abbiate paura delle donne che vi diranno che siete troppo aggressive, troppo ambiziose, troppo indipendenti, troppo difficili, troppo libere. Una donna deve poter essere anche difficile. Io sono stata difficile per tutta la vita e sono ancora qui. Agli uomini che non accettano un no direi che no è una frase completa. Non c’è bisogno di una spiegazione. Non c’è bisogno di una giustificazione, non c’è bisogno che una donna sorrida mentre lo dice. No significa no e se non lo capisci, il problema non è la donna che non sa spiegarsi. Il problema sei tu.
C’è qualcosa che oggi, guardando il mondo del 2026, avrebbe il coraggio di ammettere di avere sbagliato?
R. Certo che ho sbagliato, soltanto gli stupidi non sbagliano. Io ho sbagliato. Ho sbagliato parole e ho sbagliato giudizi. Ho sbagliato persone e ho sbagliato previsioni ma una cosa non ho mai sbagliato: il diritto di farmi una domanda. E sapete perché? Perché la domanda è più importante della risposta. La risposta può essere sbagliata. Una domanda onesta no e se oggi mi chiedete se cambierei qualcosa di quello che ho scritto, vi rispondo: forse, ma non cambierei mai la voglia di dire quello che pensavo. Perché il giorno in cui un giornalista comincia a scrivere quello che gli altri vogliono sentirsi dire, non è più un giornalista. È diventato un megafono.
D. Signora Fallaci, sono passati vent’anni. Io faccio la giornalista anche per colpa sua, gliel’ho detto. Che cosa direbbe a una giornalista che prova ancora oggi a fare questo mestiere? Lei probabilmente mi guarderebbe negli occhi e forse, proprio perché è un’intervista impossibile, mi permetterei di immaginare che per una volta non risponderebbe immediatamente. Poi forse direbbe:
R. Ti direi di non cercare di diventare Oriana Fallaci perché di Oriana Fallaci ce n’è stata una sola. Tu devi diventare te stessa ma se vuoi davvero fare questo mestiere, ricordati una cosa: non intervistare mai qualcuno per fargli dire quello che vuoi sentirti dire. Fagli la domanda che hai paura di fare: è quella che vale la pena di essere fatta e se dopo averla fatta qualcuno si arrabbia, pazienza. Vuol dire che forse hai fatto bene il tuo lavoro.
Forse, a questo punto l’intervista sarebbe finita non con una risposta ma con una domanda. Che è poi il modo migliore che conosco per ricordare una giornalista che ha costruito tutta la sua vita sul coraggio di farle.
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