Alluvione, sessant’anni dopo Firenze non ha ancora finito di mettere in sicurezza il territorio
Il 4 novembre Sergio Mattarella sarà a Firenze e oggi, per fortuna, molto è cambiato rispetto a quel 1966: oggi esistono monitoraggio, allerta, Protezione civile e una rete di interventi che allora erano impensabili. Ci sono però ancora, sessant’anni dopo, opere in corso. Un ritardo importante sulle casse di espansione da completare, fossi tombati da conoscere meglio per evitare problemi e un reticolo idraulico urbano che continua a rappresentare una delle fragilità della città, come dimostra ogni acquazzone. Il vero anniversario, allora, potrebbe essere capire cosa abbiamo imparato e cosa ancora dobbiamo fare. Il 4 novembre non deve essere soltanto una data di celebrazione sul calendario.
La presenza del presidente Mattarella darà inevitabilmente alla ricorrenza un significato nazionale, perché quella del 1966 non fu soltanto una tragedia fiorentina, ma l’evento che cambiò per sempre il modo in cui l’Italia avrebbe affrontato il rischio idrogeologico e le emergenze. Ma proprio perché sarà una giornata di memoria, forse sarebbe utile arrivarci non soltanto con le fotografie degli straordinari Angeli del fango, con le immagini dell’Arno che invade le strade del centro storico, con il fango dentro la basilica di Santa Croce e con i capolavori salvati grazie alla straordinaria mobilitazione arrivata da ogni angolo del mondo. Sarebbe utile arrivarci anche ponendosi la domanda: sessant’anni dopo, quanto siamo davvero più preparati?
La risposta non può essere neutra, perché se è vero che moltissimo è stato fatto, è altrettanto vero che molto resta ancora da fare.
Nel 1966 Firenze scoprì nel modo più drammatico possibile quanto una città possa essere vulnerabile davanti alla forza dell’acqua, ma da quella tragedia nacque anche una consapevolezza nuova. Oggi abbiamo sistemi di monitoraggio, previsione e allertamento che sessant’anni fa semplicemente non esistevano; è nato e cresciuto un sistema organizzato di Protezione civile fatto di istituzioni, tecnici e soprattutto volontari, con strutture operative e procedure di emergenza. È probabilmente questa la più grande eredità positiva dell’alluvione.
Negli ultimi decenni, per proteggere Firenze e la vallata dell’Arno, sono stati realizzati e programmati numerosi interventi per ridurre il rischio lungo il corso del fiume e il suo reticolo. Il sistema delle casse di espansione del Valdarno rappresenta sicuramente uno degli strumenti principali della strategia di laminazione delle piene, ma nel 2026 quella grande partita non è ancora completamente chiusa. Un ritardo lungo sessant’anni, anche se periodicamente la Regione Toscana continua a pubblicare atti relativi alla realizzazione della cassa di espansione di Restone e agli interventi sulle casse di Figline, compreso il lotto di Prulli. La realtà aggiornata a oggi, settembre 2026, è che sono ancora in corso procedure e attività tecniche relative a queste opere. Questo non significa che in sessant’anni non sia stato fatto abbastanza, ma significa che la sicurezza idraulica non è un’opera che si inaugura con la posa della prima pietra. È un processo in corso, fatto di burocrazia, scartoffie, continui investimenti, manutenzione, aggiornamenti e capacità di adattarsi a condizioni che cambiano.
Poi c’è un’altra Firenze, quella che non vediamo e che pochi conoscono. È la Firenze dei fossi, dei canali, delle tubazioni e dei corsi d’acqua tombati che scorrono sotto le strade e i quartieri e che rappresenta forse una delle questioni meno conosciute, ma più importanti, quando si parla di rischio idraulico. Secondo una risposta dell’amministrazione comunale a un’interrogazione del 2026, a Firenze sono stati ispezionati circa 11,6 chilometri dei 23,5 chilometri complessivi di rete tombata indicati nella risposta, quindi circa la metà. Il dato, naturalmente, va letto nel contesto delle attività tecniche e delle diverse tipologie di rete, ma pone una domanda che vale la pena non eludere: quanto conosciamo davvero ciò che accade sotto i nostri piedi? Perché una città può avere argini controllati e sistemi di allerta sofisticati e, contemporaneamente, avere una parte della propria rete idraulica nascosta sotto strade ed edifici che, quando arrivano piogge molto intense, può rappresentare un problema forse più dell’Arno.
Questa è forse la lezione che il 2026 dovrebbe aggiungere a quella del 1966. Il grande fiume fa paura perché lo vediamo, ma l’acqua può arrivare anche da torrenti, fossi, canali, sistemi fognari e corsi d’acqua minori. Ed è proprio per questo che il programma del sessantesimo anniversario non si concentra soltanto sull’Arno: tra gli argomenti della giornata dedicata al rischio idraulico figurano anche fossi tombati, microreticolo, sistema fognario ed eventi meteorologici a rapida evoluzione. È questo un passaggio importante, perché forse il modo migliore per onorare il 1966 non è prepararsi esclusivamente a un’altra piena dell’Arno identica a quella di sessant’anni fa, ma prepararsi anche a un evento completamente diverso.
Se domani Firenze fosse colpita da un evento meteorologico eccezionale, siamo certi che tutto ciò che abbiamo costruito negli ultimi sessant’anni sarebbe sufficiente? Non è una domanda alla quale si possa rispondere con un semplice sì o con un no. Non abbiamo la sfera di cristallo. Dipende dalla quantità d’acqua che cade, dalla velocità con cui arriva, dal punto in cui cade, dalla capacità del reticolo di smaltirla, dalla tenuta delle infrastrutture, dalla tempestività dell’allerta e dalla capacità dei cittadini di comprendere quell’allerta. La tecnologia oggi ci offre strumenti che nel 1966 sarebbero sembrati fantascienza, ma la tecnologia funziona soltanto se dietro ci sono organizzazione, manutenzione, persone, formazione e informazione.
C’è poi un problema tutto italiano. La prevenzione è una parola bellissima nei convegni e terribilmente difficile nella pratica. Un argine non fa notizia quando regge, così come una cassa di espansione non fa notizia quando trattiene l’acqua che non vediamo. Un sistema di allerta non fa notizia quando evita un’emergenza, anzi viene talvolta sbeffeggiato. Ma la prevenzione produce risultati proprio quando non succede nulla e questo rende politicamente e mediaticamente molto più facile raccontare un’emergenza che raccontare dieci anni di manutenzione.
Ecco, l’eredità del 1966 dovrebbe essere esattamente l’opposto: non aspettare il disastro per scoprire cosa non funzionava.
Sessant’anni dopo, gli Angeli del fango restano il volto più bello di quella tragedia. Ragazzi arrivati da tutto il mondo che entrarono in una città devastata per spalare fango, salvare libri, opere d’arte, documenti e memoria. Grazie anche al loro esempio, oggi abbiamo una Protezione civile organizzata e una rete di volontariato che rappresentano una delle grandi conquiste nate anche dalla lezione di quelle giornate.
C’è una cosa che però non dovrebbe cambiare: la consapevolezza che la sicurezza non è soltanto una responsabilità delle istituzioni. Sapere cosa fare durante un’allerta, conoscere il proprio territorio, non sottovalutare un avviso, sapere dove trovare informazioni ufficiali e quali comportamenti adottare significa essere parte del sistema di prevenzione.
Firenze può guardare al 1966 con la consapevolezza di aver costruito molto. Ha strumenti di previsione e allerta che allora non esistevano, ha un sistema di Protezione civile ben organizzato, ha una cultura di grande tradizione del volontariato, ha realizzato e continua a realizzare opere per la mitigazione del rischio, ha una conoscenza scientifica dell’Arno infinitamente maggiore rispetto a sessant’anni fa, ma ha anche opere ancora in corso, un reticolo idraulico complesso, fossi tombati che devono essere conosciuti e monitorati, interventi di sicurezza che proseguono e nuove condizioni meteorologiche legate ai cambiamenti climatici che obbligano a ripensare continuamente la prevenzione.
Per questo il 4 novembre potrebbe essere molto più di una commemorazione. Quando Mattarella arriverà a Firenze, la città potrà ricordare i morti, rendere omaggio agli Angeli del fango e celebrare la solidarietà che nel 1966 arrivò da tutto il mondo, ma potrebbe e dovrebbe anche guardare avanti. Perché la vera domanda del sessantesimo anniversario non è se Firenze ricorda l’alluvione. Quella risposta la conosciamo già. La vera domanda è un’altra: se l’acqua tornasse, noi saremmo davvero pronti? È a questa domanda che dovrebbero rispondere non soltanto le celebrazioni del 4 novembre, ma soprattutto i lavori, i bilanci, i progetti, la manutenzione e le scelte dei prossimi sessant’anni.
Foto: Alluvione di Firenze, 4 novembre 1966. Piazza della Signoria sommersa. (Foto: Marcello Pesciullesi / Archivio Storico AGI)

