Dietro le sbarre del Ponte Nencioni: i parapetti da carcere che cancellano il panorama di Firenze

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Una Firenze da Soviet: dal ponte Nencioni si guarda l’Arno attraverso sbarre di oltre un metro e mezzo di altezza. Sui social cresce la protesta contro l’ennesima scelta sbagliata

 

C’è chi sostiene che l’amministrazione comunale ce l’abbia ormai a morte con Firenze. Una provocazione, certo, ma che trova nuovo alimento davanti alle nuove ringhiere del ponte Caterina e Nadia Nencioni, dove il cantiere sta consegnando ai cittadini un risultato che, almeno sul piano estetico, sta facendo ancoraa una volta discutere.

La segnalazione arriva sui social da un cittadino che invita a fare una semplice passeggiata sul nuovo attraversamento dell’Arno. Il consiglio è di osservare le protezioni appena installate, definite con ironia «bellissime ringhiere». Il problema, però, non sarebbe soltanto il loro impatto visivo, ma soprattutto la loro altezza: le nuove barriere arrivano praticamente all’altezza degli occhi, impedendo a chi cammina di godersi il panorama.

Un dettaglio tutt’altro che secondario per un ponte che, oltre a svolgere una funzione viaria, dovrebbe rappresentare anche un nuovo spazio di attraversamento e di relazione con il fiume. E invece la sensazione è quella di trovarsi dentro una struttura carceraria, con il paesaggio relegato dietro una griglia: «A parte l’effetto galera, il vero problema è che sono ad altezza vista: praticamente non puoi più vedere neanche il panorama passeggiando sul ponte. Ma possibile che non si rendano conto di nulla?», si chiede il cittadino.

La questione assume contorni ancora più paradossali se si considera il percorso che ha portato a questa soluzione. Dalle precedenti barriere, giudicate quasi inesistenti, si è passati a protezioni che rischiano di trasformare il ponte in una sorta di cella a cielo aperto. La sicurezza, naturalmente, non è un dettaglio sacrificabile. Ma il punto è un altro: era davvero necessario arrivare a un risultato simile? Non esistevano soluzioni capaci di garantire la protezione dei pedoni senza compromettere in modo così evidente la visuale?

Fin dalla sua apertura, l’opera è stata accompagnata da polemiche: dalla pendenza alle modalità di convivenza tra pedoni e ciclisti, fino alle nuove protezioni. Adesso sono proprio le ringhiere a diventare il simbolo di una critica più ampia: una città nella quale le scelte progettuali sembrano troppo spesso trascurare il rapporto tra infrastrutture, paesaggio e qualità della vita. Perché un ponte non è soltanto una strada da attraversare. È anche un luogo da vivere, da osservare, da percorrere senza sentirsi rinchiusi.

Le nuove ringhiere hanno già acceso il dibattito online. Tra i commenti raccolti, c’è chi allarga la critica alle trasformazioni urbanistiche della città: «La sovietizzazione della città è in atto, trasformeranno Firenze in una città congestionata, caotica e cementificata tipo le città dell’Est Europa degli anni ’70». E, con una battuta che rende bene la percezione di alcuni cittadini, aggiunge: «Pare parecchio Sollicciano». Ancora più diretto il commento di un altro utente: «Non può essere solo stupidità o incapacità. Qui c’è una chiara volontà di fare tutto male». Un’altra utente, pur precisando di non conoscere direttamente la zona, si dice convinta che il ponte sia stato realizzato male, richiamando quanto già accaduto in altre parti di Firenze: «Sembra proprio che il loro desiderio sia rendere più brutta Firenze».

Resta la questione concreta: quelle ringhiere sono davvero la soluzione migliore? Perché se la sicurezza è un obbligo, anche la qualità dello spazio pubblico dovrebbe esserlo. E un ponte che impedisce di vedere il panorama rischia di essere un’occasione persa, prima ancora che un problema estetico.

Foto: Facebook