Commissione Covid: si riparte dal caso mascherine. Sul tavolo il dossier dei protocolli dimenticati o, Spagnolli dixit, «da cestinare»

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Da Il Tempo del 6 settembre il punto sul nodo appalti. Il 1° settembre il quotidiano romano aveva ripreso il lavoro de La Firenze che vorrei sui protocolli contro la biocontaminazione dimenticati.

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid riparte da dove si era fermata. Lo racconta ieri Il Tempo: dopo le lunghe deposizioni di Arcuri a fine luglio e di Conte il 6 agosto a Palazzo San Macuto, è attesa la ripresa con le domande dei commissari all’ex premier.

Il cuore dell’indagine, secondo il quotidiano romano, resta il cospicuo acquisto della primavera 2020: un ordine da circa un miliardo e un quarto per oltre ottocento milioni di protezioni affidato a tre raggruppamenti cinesi. Di quel lotto, una quota rilevante – circa un quarto di miliardo di pezzi – sarebbe risultata fuori specifica. Lo stesso giornale ipotizza un differenziale da capogiro, vicino ai novecento milioni, finito in utili extra.

Intorno a quell’ordine ruotano le testimonianze citate da Il Tempo: imprenditori che riferiscono di contatti che millantavano corsie preferenziali per entrare nella partita, legami con lo studio professionale dell’ex presidente del Consiglio, l’esclusione dal circuito degli acquisti di Consip e della Protezione Civile, l’assenza di un controllo preventivo di Anac – che avrebbe attivato solo un’intesa volontaria a fine 2020 – e infine la vicenda della società che produceva dispositivi KN95, condannata in primo grado a ricevere oltre duecento milioni e poi liquidata con una transazione da poco più di cento milioni nell’autunno 2025, oggi oggetto di un fascicolo in Procura dopo una segnalazione di Conte.

Manca ancora il tassello che La Firenze che vorrei ha messo sul tavolo per prima l’8 agosto 2026. Quel giorno abbiamo pubblicato le voci di due professionisti che, dieci anni prima della pandemia, avevano scritto i protocolli contro la biocontaminazione: il Prof. Roberto Lombardi, chimico, già dirigente in ISPESL-INAIL e docente in Igiene a Napoli, Roma, Pisa e Chieti, e l’Ing. Raffaele Tarchiani, ingegnere e titolare della Laundry Supplies srl.

Lombardi ha firmato dal 1996 in poi i testi di riferimento per la valutazione del pericolo biologico nelle strutture sanitarie e per la scelta dei dispositivi di protezione. Tarchiani è co-firmatario del documento del 2010 sui criteri per gestire il pericolo biologico nelle lavanderie industriali al servizio degli ospedali.

La loro ricostruzione è lineare: l’ordinamento già contemplava tutto.

Come ha ricordato sempre da Il Tempo, riprendendo espressamente il nostro approfondimento, la cornice era il Titolo X del Testo Unico 81/2008 e la Direttiva europea 2000/54. Per un patogeno del terzo gruppo a diffusione aerea, le misure indicate erano già codificate: respiratori filtranti di categoria superiore, indumenti a tenuta, guanti e schermi, compartimentazioni a pressione negativa, filtraggio ad alta efficienza, sequenze di vestizione e svestizione, disinfezione validata secondo standard europei. Per il settore lavanderia, la separazione netta tra area contaminata e area pulita e il sistema di controllo previsto dalla UNI EN 14065.

Lo stesso quotidiano sintetizzava: «La legislazione già contemplava maschere, filtri e protezioni».

Secondo quanto riferito dai due esperti a La Firenze che vorrei, indicazioni in tal senso sarebbero state inoltrate via posta elettronica ai vertici del Ministero e dell’Istituto Superiore di Sanità tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2020, senza esito formale.

Su queste evidenze, il 1° settembre abbiamo nuovamente trasmetto tutto alla Commissione presieduta dal Sen. Lisei e ai componenti.

Dall’indirizzo istituzionale l.spagnolli@senato.it, è pervenuta una replica del Sen. Luigi Spagnolli (PD), componente dell’organismo: «Visto. E allora? Non vedo come questo articolo possa portare benefici al mondo del futuro. Quindi va cestinato».

Di tale messaggio conserviamo tracciato completo, a disposizione dell’Autorità se richiesta.

Avendo chiesto un riscontro, è giunta una seconda comunicazione: «Considero questa vostra ultima mail una minaccia nei confronti della mia persona, e mi riservo ogni azione legale conseguente».

Non abbiamo minacciato alcuno. Pubblichiamo per diritto di cronaca e per interesse pubblico, trattandosi di corrispondenza istituzionale inerente lavori di inchiesta parlamentare, restando disponibili a ogni replica.

Una Commissione nata per fare piena luce non può archiviare come «da cestinare» proprio chi le norme le aveva scritte.

Una questione chiave. Se le norme esistevano dal 2010, perché si è ricorso a un acquisto da oltre un miliardo all’estero per dispositivi poi risultati in larga parte non idonei?

In copertina: Wikimedia Commons