Da cittadini a clienti: come cambia lo spazio pubblico a Firenze

vincenzo freni

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Meno panchine, meno fontanelle, meno servizi gratuiti: così la città accompagna cittadini e turisti verso il consumo

 

Qualche giorno fa, parlando con Charlotte, un’affermata antropologa urbana e consulente per le trasformazioni delle città a misura dei loro abitanti, le raccontavo alcune mie perplessità sui cambiamenti di Firenze. Mi ha spiegato che nel disegno urbano, così come nella gestione dei flussi pedonali e stradali, quasi nulla è davvero neutrale. Anche quando non esiste un progetto unico e dichiarato, tante decisioni apparentemente separate, e perfino caotiche, possono produrre, alla fine, un risultato coerente.

Mi ha parlato di ciò che ha notato nella nostra Firenze: la progressiva scomparsa dei posti auto, la costruzione di piste ciclabili anche in luoghi dove sembrano rispondere più alla necessità di restringere lo spazio destinato alle automobili che a un reale flusso di ciclisti, la riduzione delle panchine disponibili, la chiusura delle fontanelle e la scarsità dei bagni pubblici. Poi ha allargato il discorso agli alberghi, agli studentati di lusso, alle piscine sui tetti, alle terrazze panoramiche e a tutte quelle strutture che trasformano progressivamente il centro storico in un prodotto da acquistare e consumare.

Charlotte non mi ha parlato di una regia segreta, né di un complotto organizzato. Mi ha fatto osservare qualcosa di più semplice e, forse, più inquietante: anche tante decisioni nate separatamente, magari per scopi differenti, possono condurre tutte nella medesima direzione. «Vedi», mi ha detto, «se spariscono le panchine, la stanchezza non scompare. Per sedersi bisogna entrare in un bar. Se le fontanelle vengono chiuse, la sete non viene abolita: si viene semplicemente invitati a comprare una bottiglietta d’acqua, magari a un prezzo assurdo. Se i bagni pubblici sono pochi, chi ne ha bisogno deve rivolgersi a un esercizio commerciale, entrare rapidamente in un museo oppure tornare in albergo. Se non ci si può fermare a mangiare un panino sui gradini o in uno spazio pubblico, si è quasi obbligati a sedersi al tavolo di un ristorante». Poi ha proseguito: «Quando gli affitti brevi vengono limitati pensando di ridurre il numero complessivo dei turisti», e qui ha sorriso, «quella domanda si trasferisce verso alberghi, residence e grandi strutture ricettive. È ovvio, no? E se, al posto di studentati accessibili, si costruiscono residenze con piscina sul tetto, palestra, terrazza panoramica e spazi per gli eventi, diventa difficile continuare a considerarle soltanto luoghi destinati allo studio. Sono prodotti immobiliari costruiti per attrarre una clientela internazionale, alla quale non si vende semplicemente una stanza in cui vivere e studiare, ma uno stile di vita».

Alla fine, mi ha detto Charlotte, è difficile stabilire se ogni singola scelta sia stata deliberatamente concepita per favorire una determinata categoria economica. Il punto è osservare l’effetto complessivo. Bere, o anche soltanto lavarsi le mani, senza una fontanella diventa comprare. Sedersi per qualche minuto o collegarsi a Internet diventa consumare. Persino fare pipì significa chiedere il permesso e ordinare qualcosa, almeno un caffè. Riposarsi significa entrare in un locale. Dormire significa affidarsi ai grandi circuiti della ricettività organizzata. E in tutto questo i residenti sembrano diventare una presenza residuale, quasi un elemento di disturbo. Ciò che Charlotte mi ha spiegato è che lo spazio pubblico perde lentamente la propria autosufficienza, mentre aumentano i luoghi nei quali ogni bisogno può essere soddisfatto soltanto pagando, con un vantaggio evidente per categorie economiche ben riconoscibili. Così il turista, ma anche il cittadino, non sono più persone che abitano e attraversano liberamente la città, ma consumatori da indirizzare lungo percorsi prestabiliti e sempre a pagamento: albergo, museo, bar, ristorante, terrazza panoramica, negozio, piscina sul tetto.

«Non so se tutto questo sia stato progettato intenzionalmente», mi ha detto mettendo le mani avanti. «Probabilmente non esiste un’unica stanza nella quale qualcuno abbia disegnato l’intero piano. Ma in una città non conta soltanto l’intenzione con cui vengono prese le singole decisioni. Conta anche la loro convergenza, il punto verso il quale, sommandosi, finiscono per condurci». E tutte queste azioni sembrano portare nella direzione di una città nella quale puoi ancora bere, sederti, riposarti, mangiare e fare pipì, purché prima tu abbia messo mano al portafoglio, che tu sia un turista o uno degli ultimi cittadini che ancora resistono.