Fallaci, la memoria dimenticata e i giardini della Fortezza nell’abisso del degrado. Ora 331 cittadini sfidano il silenzio di Palazzo Vecchio

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Di fronte alla Fortezza da Basso, tra erba trascurata, transenne ed elementi da cantiere, lo spazio dedicato a Oriana Fallaci versa nell’abbandono. Ma la richiesta di oltre trecento cittadini a Palazzo Vecchio non è una schermaglia politica: è una battaglia civica per restituire dignità al verde pubblico e alla storia della città.

 

C’è un sottile ma inequivocabile filo rosso che lega la cura dello spazio pubblico al modo in cui una città sceglie di onorare la propria memoria. A Firenze, purtroppo, questo filo sembra essersi spezzato da tempo in uno degli snodi più frequentati del tessuto urbano: l’area verde che si estende davanti alla Fortezza da Basso. Guardando oggi quel lembo di terra — stretto tra i binari della tramvia e la grande viabilità — la sensazione predominante è quella di una profonda ferita. Erba lasciata a se stessa, residui di recinzioni da cantiere, basamenti in cemento e un cartello stradale ritorto, quasi nascosto tra i cespugli, che recita con freddezza burocratica: Piazzale Oriana Fallaci.

 

Non si tratta di una semplice disputa toponomastica, né di una sterile querelle tra opposte fazioni ideologiche. Quella che si consuma alla Fortezza è prima di tutto una questione di rispetto e di dignità. Ridurre quel luogo a semplice «piazzale» fu, dieci anni fa, la classica soluzione d’esperienza per silenziare le polemiche, un compromesso al ribasso scelto dall’amministrazione per liquidare con il minimo sforzo un nome storicamente “scomodo”. Ma la conseguenza di quel compromesso è oggi sotto gli occhi di tutti: la svalutazione formale si è trasformata in incuria materiale.

Eppure, quello non è mai stato un generico “piazzale”. Come ricordano opportunamente i 331 cittadini che in questi giorni hanno firmato una lettera aperta indirizzata alla sindaca Sara Funaro e alla giunta, quello spazio è a tutti gli effetti un giardino storico, concepito da Giuseppe Poggi ai tempi di Firenze Capitale. Un patrimonio verde riconosciuto e segnalato persino dalle guide turistiche, che la burocrazia cittadina ha preferito declassare pur di non esporsi. Oggi, a dieci anni da quell’intitolazione in sordina e alla vigilia del ventennale della scomparsa della giornalista e scrittrice fiorentina (che ricorrerà il prossimo 15 settembre), la mobilitazione popolare pone Palazzo Vecchio di fronte alle proprie responsabilità.

La richiesta dei cittadini — capeggiati dall‘architetto Andrea Ragazzini — è chiara, sobria e ragionevole: restituire dignità al luogo, riqualificarne il verde, rimuovere il degrado e installare targhe esplicative degne di questo nome agli ingressi e alla fermata della tramvia, ricordando sia la figura della Fallaci che la matrice poggiana del parco. Al di là delle diverse sensibilità politiche e culturali di ciascuno, è impossibile non riconoscere quanto la figura di Oriana Fallaci — con i suoi scritti complessi, le sue posizioni controcorrente, la sua perspicacia spietata e la sua visione spesso profetica — risuoni ancora oggi con una forza e un’attualità disarmanti di fronte alle dinamiche del presente. Che la si sia amata o contrastata, la sua statura intellettuale di portata internazionale è un dato oggettivo. E una figura che ha portato il nome di Firenze nel mondo non merita di essere relegata in un angolo dimenticato, tra polvere, incuria e sciatta indifferenza.

La palla passa ora all’amministrazione comunale. Mantenere decorosa e curata un’area verde non è un favore concesso ai cittadini o ai promotori di un comitato: è il dovere minimo che una città d’arte e di cultura come Firenze deve a se stessa, alla propria vivibilità quotidiana e a chi ne ha segnato la storia.