Come la normalizzazione dell’illegalità trasforma il degrado in quotidianità
Vi presento Stanley Cohen, sociologo e autore di States of Denial (Stati di negazione), pubblicato nel 2001. Per molti anni ha studiato come sia possibile che istituzioni e società convivano con problemi sociali ben visibili sviluppando forme di negazione e di assuefazione. E anche il piccolo spaccio non è mai “piccolo” per chi ne subisce gli effetti: famiglie distrutte, ragazzi rovinati, quartieri occupati dalla paura. La distinzione tra microcriminalità e macrocriminalità serve solo sul piano analitico da parte delle istituzioni , non morale. Vuol dire questo: il grande traffico organizza, importa, ricicla, corrompe; il piccolo spacciatore occupa la strada, vende, controlla un angolo, rende visibile la presenza criminale. Ma sono parte dello stesso sistema.
Separarli troppo è un errore, perché la strada è il punto in cui la grande criminalità diventa esperienza quotidiana del cittadino. Qui l’inerzia del governo cittadino diventa gravissima. Perché se tutti sanno dove si spaccia, se i cittadini lo vedono, se i commercianti lo vedono, se i residenti lo vedono, se perfino la polizia urbana lo sa, allora il problema non è più conoscitivo. È un problema politico e operativo. Mi spiego meglio. Secondo Cohen, quando uno spacciatore si trova sempre nello stesso punto, un venditore abusivo occupa ogni giorno lo stesso marciapiede o l’accattonaggio organizzato compare costantemente negli stessi luoghi, questi fenomeni smettono progressivamente di essere percepiti come eventi straordinari e diventano parte del paesaggio urbano. Quando un fenomeno, pur essendo moralmente e legalmente inaccettabile, si ripete ogni giorno nello stesso luogo, finisce per non fare più notizia e, soprattutto, smette di indignarci. Non è che scompaia. Semplicemente lo rimuoviamo dalla nostra attenzione quotidiana.
Ecco perché mi preme parlarvi di Cohen. Secondo i suoi studi questo è uno dei processi sociali più potenti, perché permette a un’intera comunità di convivere per anni con situazioni che, in teoria, considera inaccettabili. Questo non significa che i cittadini approvino quei fenomeni. Significa che imparano a conviverci, soprattutto quando non percepiscono una risposta efficace delle istituzioni pur continuamente allertate. Cohen definisce questo processo normalizzazione e parla anche di assuefazione morale: più un problema dura nel tempo, meno suscita indignazione.
La soglia di ciò che viene considerato normale si sposta lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo. Ecco perché mi sembra importante parlare di questo sociologo, che può aiutarci a comprendere meglio quanto stiamo vivendo, non solo a Firenze. Per spiegare il suo pensiero in modo divulgativo ho immaginato che, dopo aver letto le recenti notizie sulla nostra città, Stanley Cohen scrivesse una lettera aperta ai Fiorentini, che qui riporto:
Buongiorno, mi chiamo Stanley Cohen. Sono un sociologo. Per tutta la vita ho studiato un fenomeno che considero uno dei più pericolosi per una società: il momento in cui uomini e donne smettono di indignarsi davanti a ciò che sanno essere sbagliato. Qualche giorno fa ho letto una notizia che riguardava Firenze. I giornali riportavano che la città figura ai primi posti in Italia in alcuni indicatori relativi al consumo di cocaina e di altre sostanze stupefacenti. Non conosco abbastanza Firenze per giudicarla attraverso una statistica. Le classifiche cambiano, i numeri possono essere interpretati in modi diversi. Ma, da sociologo, mi sono posto una domanda molto semplice. Che cosa accade in una città che si trova ad affrontare fenomeni di questa portata? Così sono venuto a Firenze, non come turista, ma come osservatore. Dopo quello che avevo letto, decisamente allarmante, mi aspettavo una città attraversata da un intenso dibattito pubblico. Pensavo di trovare cittadini sorpresi, amministratori impegnati a spiegare le cause del fenomeno, istituzioni alla ricerca urgente di soluzioni nuove. Ho trovato invece qualcosa di ancora almeno per me più interessante, perché conferma ciò che ho studiato per tutta la vita. Ho parlato con delle persone ed ho ascoltato i loro racconti. Molti cittadini mi hanno detto di conoscere luoghi nei quali ritengono che lo spaccio avvenga con continuità. Molti mi hanno indicato delle zone dove operano abitualmente venditori abusivi. Altri hanno richiamato l’attenzione sulla vendita irregolare di merci o su forme di accattonaggio organizzato, in alcuni casi accompagnato dall’impiego di animali per attirare l’attenzione dei passanti. Naturalmente non è mio compito accertare i singoli episodi. Il mio compito è osservare un fenomeno sociale. Ed è proprio questo che mi ha colpito perché molte persone descrivono queste situazioni come se facessero ormai parte della normalità quotidiana. È proprio questo che nei miei studi ho definito normalizzazione. Per molti anni ho sostenuto che la forma più pericolosa della negazione non consiste nel dire: “Questo problema non esiste.” Quella è la forma più semplice da confutare, è visibile anche a chi non vuole vedere. La negazione più insidiosa consiste nel dire: “Sì, lo sappiamo” e poi continuare a vivere come se quella conoscenza non imponesse alcuna conseguenza. In altre parole, non si negano i fatti, non si nega il danno e non si nega l’illegalità. Si smette semplicemente di reagire. Ed è proprio in quel momento che una società inizia ad adattarsi al degrado.
Scusate, non vorrei essere frainteso. Non sto dicendo che i cittadini approvino lo spaccio, l’abusivismo o lo sfruttamento delle persone, anche perché sono in molti a denunciare quello che vedono, bensì sto dicendo qualcosa di diverso. Quando un fenomeno illegale entra a far parte del paesaggio quotidiano, il rischio è che venga percepito come inevitabile. E quando un problema viene percepito come inevitabile, smette progressivamente di essere una priorità. Molti di voi potrebbero chiedermi quale sia la soluzione. Più repressione? Il rispetto della legge è indispensabile e le attività criminali devono essere contrastate. Ma sarebbe un errore credere che bastino più controlli o più arresti per risolvere fenomeni consolidati da molti anni. Le reti illegali hanno una notevole capacità di adattamento. Per questo la repressione è necessaria, ma raramente è sufficiente. Una città che voglia affrontare efficacemente questi fenomeni dovrebbe fare qualcosa di più. Dovrebbe studiarli, comprenderne i meccanismi economici e sociali che li hanno consentiti, individuare ciò che rende conveniente e possibile l’illegalità e progettare strategie capaci di ridurre quella convenienza. La sociologia può aiutare a comprendere il problema, mentre le istituzioni hanno il compito di trasformare quella conoscenza in politiche efficaci e visibili al cittadino.
La vera domanda che vorrei lasciare ai Fiorentini non riguarda soltanto l’illegalità visibile. Una città non perde la propria identità quando compare il primo spacciatore. La perde quando nessuno si stupisce più della sua presenza e l’accetta. La perde quando un mercato illegale viene considerato semplicemente una componente inevitabile della vita urbana. È allora che cambia lentamente anche l’idea che una comunità ha di ciò che è accettabile, ed è da quel momento che tornare indietro diventa molto, molto, più difficile.
Con rispetto, Stanley Cohen
Questa è una lettera immaginaria. Le parole sono dell’autore dell’articolo, mentre le idee si ispirano ai concetti sviluppati dal sociologo Stanley Cohen in States of Denial.
