Per una discussione pubblica sul bene pubblico più prezioso. Intanto, il Fantozzi fiorentino paga l’acqua più cara d’Italia.
Appena tre mesi fa chi ha buona memoria ha ricordato il 15° anniversario del referendum del giugno 2011 che sancì nettamente, con un 95.8% di Sì, la volontà popolare circa la ripubblicizzazione del servizio idrico.
Pochi sono stati i passi avanti svolti per dare gambe a questo inequivocabile verdetto, disatteso come molti. Basti pensare, per restare tra le nostre mura, a quello sulla tranvia (1) o alla consultazione mai realizzata sulla pavimentazione di Piazza della Signoria.
In questo contesto, la multiutility viene presentata come il tanto auspicato ritorno all’acqua pubblica.
Ma è realmente così?
In realtà, come abbiamo spesso sottolineato da queste colonne, si tratta in realtà di un passaggio di mano tra monopoli: esiste una comproprietà Acea-Publiacqua per le quote del servizio idrico e il controllo è al centro di una delicata partita che si gioca nelle aule di tribunale. Primo round a Publiacqua, ma Acea non molla (2).
Come spiega il prof. Alessandro Volpi sul Tirreno, da noi ripreso (3), Acea fa parte delle quattro grandi multiutility quotate in Borsa (le altre sono Hera, Iren e A2A), nelle quali «la presenza di grandi fondi internazionali è massiccia: BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, detiene partecipazioni significative in quasi tutte le utility italiane, con quote che spesso oscillano tra il 3% e il 5%, posizionandosi per drenare utili dalla tariffa idrica pagata dai cittadini».
Proprio le tariffe (dell’acqua e dei rifiuti), già al centro di una conferenza stampa congiunta tra i consiglieri di Firenze e Prato Paolo Bambagioni (Lista Schmidt) e Jonathan Targetti (L’Alternativa C’è), sono finite nell’occhio del ciclone per i rincari notevoli e costanti che i cittadini si sono visti arrivare in bolletta nell’ultimo anno. Secondo i rapporti nazionali sul servizio idrico (come il Blue Book e i preziosi monitoraggi di Cittadinanzattiva): tra il 2025 e questo 2026, infatti, a livello nazionale la bolletta idrica media ha raggiunto i 528 euro all’anno nel 2025, registrando un aumento medio del 5.4% rispetto all’anno precedente (4) e un balzo del 30% rispetto al 2019 (5).
In questo poco incoraggiante sfondo, resta l’ancor meno onorevole primato della Toscana, la quale si conferma stabilmente come la regione con l’acqua più cara d’Italia. La spesa media per il Centro Italia (trainata proprio dai gestori toscani) si attesta sui 466 euro annui già per consumi standard bassi, ma per una famiglia tipo toscana la spesa reale supera frequentemente i 550 euro all’anno: a Firenze l’anno scorso siamo arrivati a più di 564, in media, per una famiglia di tre persone (6).
Qua è stato per l’appunto il consigliere Bambagioni a formulare, insieme alla collega Del Re (Firenze Democratica), la proposta di reinvestire i dividendi delle partecipate nel miglioramento dei servizi per i cittadini e indirizzare le attività delle partecipate, anziché «farsi dettare l’agenda dai manager pubblici» (7).
Più che lecito, infatti, il dubbio del Presidente della Commissione di Controllo del Comune, soprattutto alla luce delle inchieste che allora sollevarono un polverone tra Prato e Milano, su chi comandi veramente nelle città e su chi influenzi realmente le decisioni delle giunte (8). Domande rimaste tutte senza risposta, nell’assordante silenzio di ATO e amministrazione, neanche quello passato inosservato (9).
Che si voglia seguire il modello britannico della Thames Water?
I nefasti effetti della privatizzazione thatcheriana del 1989 si fanno sentire ancora oggi in quella che fu la «regina dei mari», in cui il servizio idrico è privato al 100%, fortemente legato a logiche di mercato e fondi speculativi e i cui profitti sono sempre stati distribuiti come dividendi miliardari a fondi internazionali (10). Con buona pace degli apologeti del libero mercato, il fallimento della gestione privata, risultato in 37 anni di infrastrutture deteriorate, sversamenti astronomici di acque reflue e speculazione finanziaria da parte di attori come Elliott e Silver Point (11), ha posto al centro anche a Londra la questione della ripubblicizzazione, un tentativo peraltro già effettuato con la proposta di istituzione del Regime di Amministrazione Speciale (SAR), frenato solo dai costi altrettanto enormi calcolati per le finanze pubbliche: circa 100 milioni di sterline, comunque decisamente inferiore ai 20 miliardi di debito accumulati dall’azienda. Il secondo tentativo si è quindi concentrato su un’idea di ristrutturazione del debito con i creditori: che sia la fine che si apprestano a fare anche la Toscana e Firenze? Certamente una ripubblicizzazione soltanto formale e non fattuale non aiuterebbe chi volesse gettare la polvere sotto il tappeto.
Precedenti e confronti
Già nel 2003 ATTAC, in un’analisi di Umberto Santino su «L’acqua rubata: dalla mafia alle multinazionali», definiva la questione idrica italiana come «uso privato di risorse pubbliche».
L’esempio è la Sicilia. Fin dall’Unità d’Italia, nelle campagne palermitane, pozzi e sorgenti non erano pubblici, ma gestiti da figure private: i «fontanieri», che controllavano le chiuse, e i «giardinieri», affittuari e intermediari. La maggioranza era legata alla mafia.
Il controllo dell’acqua generava guerre di mafia. Il primo caso documentato è dell’ottobre 1874: a Monreale viene ucciso il fontaniere Felice Marchese, nel conflitto tra due clan, i Giardinieri e gli Stoppaglieri. Poi, nell’agosto 1890, a Palermo viene ucciso Baldassare La Mantia, guardiano dell’acqua dell’Istituto psichiatrico, che si era rifiutato di favorire i fratelli Vitale, gabelloti e capimafia di Altarello di Baida. È il questore Ermanno Sangiorgi a spiegare che «l’usurpazione destinata all’irrigazione dei giardini rappresenta una delle fonti d’illecito guadagno della criminosa associazione».
Il modello prosegue nei consorzi di bonifica fascisti. Il consorzio dell’Alto e Medio Belice, istituito nel 1933 per 106.000 ettari per fare la diga sul Belice, resta inattivo fino al 1944 per opposizione mafiosa: lo sviluppo avrebbe tolto il monopolio dell’acqua. L’unica attività concessa è costruire strade, perché la mafia fornisce pietre e autotrasporti, tra questi il giovane Luciano Liggio. Poi arriva la speculazione perfetta: la diga Garcia, chiesta dai contadini dopo anni di lotte, viene costruita su terreni comprati prima dal capomafia Peppino Garda con finanziamenti pubblici per migliorare le coltivazioni e poi rivenduti agli enti pubblici a prezzo maggiorato.
Poi arriva la «sete di Palermo» del 1977-78. Un’inchiesta del pretore Giuseppe Di Lello trova il paradosso: nel Piano regolatore generale degli acquedotti del 1968 figurano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in esaurimento. Nella realtà, nella sola fascia costiera, il documento dell’Ente sviluppo agricolo del 1973 ne censisce 1.469. Molti sono gestiti da famiglie mafiose, i Greco di Ciaculli, i Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi. L’Azienda municipale acquedotto di Palermo, AMAP, non gestisce la sua falda: la prende in affitto dai privati. Negli anni ’70 il Comune paga circa 800 milioni l’anno per quella che dovrebbe essere la sua acqua. E i privati scavano i pozzi usando i mezzi dell’ESA, un ente pubblico.
Da questo laboratorio siciliano, Santino allarga lo sguardo alle «multinazionali dell’acqua»: le francesi Vivendi, ex Générale des Eaux, e Ondeo, ex Lyonnaise des Eaux, le britanniche Seven-Trent e Thames Water, e in Italia, dopo la legge Galli, Acea. Già allora gli effetti sono chiari: in Francia, dove la privatizzazione è una delega di gestione, +50% medio del prezzo dell’acqua, +154% a Parigi, utili al 60-70%, «scarsa trasparenza delle concessioni con relativo incremento delle occasioni di corruzione» (ricorda qualcosa?). Nel Regno Unito, dove le reti vengono vendute, utili «esorbitanti» tanto da dover inventare una tassa straordinaria.
La conclusione di Santino nel 2003: si va verso la «petrolizzazione dell’acqua».
Già nel novembre 2009, quel modello trova però la sua smentita più famosa. Dal 1° gennaio 2010 Parigi torna al 100% pubblica. Lo annuncia il sindaco Bertrand Delanoë: non rinnova i contratti in scadenza il 31 dicembre 2009 a Veolia e Suez e crea Eau de Paris, ente di diritto pubblico che gestisce tutto «dalla captazione delle fonti alla fatturazione».
La privatizzazione era stata decisa nel 1984 da Jacques Chirac, allora sindaco, effettiva dal 1985 per 25 anni. Lo schema era: la captazione affidata a una società mista, la SAGEP, poi SEM-Eau de Paris – 72% Comune, 14% Veolia, 14% Suez – che doveva monitorare la qualità e controllare i gestori. La distribuzione, la rendicontazione, la tariffazione e la fatturazione affidate invece al GIE, società privata fatta da Veolia e Suez: Veolia-Compagnie des Eaux de Paris sulla Rive Droite e Suez-Eau et Force-Parisienne des Eaux sulla Rive Gauche. In pratica, i privati «controllati» erano i «controllori» stessi. Suona familiare?
Le indagini dell’«Ufficio Servizio Pubblico 2000» dimostrano che la differenza di costo tra Parigi e il resto della Francia non dipende dal consumo, ma dal GIE che genera «ingiustificabile espansione dei costi» e «profitti enormi», con ritardi nella liquidazione delle somme non dovute usati come «vera e propria rendita finanziaria» a favore del GIE. Anche la SAGEP non è immune: la Camera dei Conti dell’Ile-de-France documenta «totale mancanza di trasparenza contabile» nel periodo 1998-2000. Per l’associazione consumatori FC-Que Choisir, Parigi vince nel 2006 e 2007 il «primo premio della sovra-fatturazione» con tasso di margine del 58,7%.
Con la rimunicipalizzazione, il Comune calcola 30 milioni di euro di risparmio l’anno, da usare per migliorare la rete e per stabilizzare il prezzo a 2,77 euro al metro cubo. Dopo Grenoble, ripubblicizzata già nel 2001, e Cherbourg dal 2005, Parigi apre la strada a Tolosa, Lione, Ile-de-France e oltre 40 comunità.
Quel caso diventerà il caso di scuola citato ovunque: -8% di tariffa dal 1° luglio 2011 dopo +260% in 25 anni di privati, 76 milioni di risparmio tra 2011 e 2015, 35 milioni l’anno di utili reinvestiti invece che distribuiti agli azionisti, 70 milioni l’anno investiti in rete.
Quel caso di scuola è al centro del dossier di Andrea Dusio del 4 settembre 2026 dal titolo «Sete d’Europa».
Nel 2026, a meno di un anno dalle presidenziali del 2027, l’acqua è tema di campagna. Jean-Luc Mélenchon propone di sostituire le 13 regioni con 13 «ecoregioni» ridisegnate sui bacini idrografici, obiettivo «zero inquinamento e zero esaurimento». Sul fronte opposto, il Rassemblement National spinge per facilitare riserve e «bassines», i bacini per l’irrigazione contestati dagli ambientalisti. L’area centrista con Marc Fesneau, ministro dell’Agricoltura del MoDem, difende una linea pragmatica: bacini, ricarica falde, efficienza.
Ancora oggi, nonostante l’onda lunga di Parigi, il 75% dei servizi idrici francesi e metà di quelli igienico-sanitari è in mano privata, con Veolia e Suez dominanti. E la Francia non è come il Regno Unito di Thatcher dove le reti furono vendute: è un sistema di concessioni, le municipalità restano proprietarie delle infrastrutture e regolano le tariffe, il privato distribuisce. Un compromesso che ha permesso monopoli locali secolari.
E poi c’è chi controlla l’uso quotidiano. Il reportage sulla «police de l’eau» dell’Office français de la biodiversité nel Loir-et-Cher racconta 16 settori idrologici con livelli diversi – vigilanza, allerta, allerta rinforzata, crisi – decisi su stazioni di misurazione e segnalazioni. Risultato paradossale: a Cour-Cheverny il campo da calcio comunale è lasciato inaridire fino a diventare impraticabile, salta la candidatura per la Coppa di Francia, mentre a pochi km i green del golf restano irrigati perché ripristinarli costerebbe 200-300 mila euro. Un autolavaggio a rulli senza riciclo rischia 1.500 euro di multa, le piste ad alta pressione che consumano meno restano autorizzate, lavare il sottoscocca da privato con tubo è legale. In un mese, quasi 300 controlli, una dozzina di procedimenti, 80-90% del tempo degli agenti assorbito, organico a 13 su 15 con due posti vacanti.
Spagna, un fiume in tribunale. Il trasvaso Tajo-Segura, inaugurato nel 1979 dopo 10 anni di lavori, 286 km di canali e gallerie dal Tago ai bacini di Entrepeñas e Buendía fino al Segura, per irrigare 150.000 ettari intensivi tra Murcia, Alicante e Almería, la «huerta d’Europa». Dal 2019 il Tribunale Supremo ha ribadito 6 volte che la Direttiva Quadro Acque UE obbliga a rispettare portate ecologiche minime. A maggio 2026 respinge il ricorso del Sindacato Centrale dei Regnanti del Tago-Segura contro la revisione del piano idrologico e dà ragione a Castiglia-La Mancia. Il presidente Emiliano García-Page parla di «più importante battaglia idrica vinta dopo decenni di tribunali», ma denuncia che le sentenze restano lettera morta: dei 1.450 milioni promessi da Madrid per compensare il sud-est, solo il 5% erogato. A giugno 2026 il governo autorizza comunque 120 ettometri cubi per luglio-agosto verso Alicante, Murcia, Almería. Nuovo ricorso. Nello stesso anno il Tago ha già trasferito al Portogallo, per la Convenzione di Albufeira, il 113% del minimo: 3.054 ettometri cubi sui 2.700 dovuti.
Murcia, il mare da bere. L’altra faccia è Valdelentisco, nella baia di Mazarrón, inaugurato nel 2008, tra i più grandi in Spagna, paese tra i primi cinque al mondo per desalinizzazione con oltre 700 impianti. Osmosi inversa: acqua ripulita da sabbia e antracite, spinta ad alta pressione su membrane che trattengono sale, poi remineralizzata. Dati del presidente di Aguas de las Cuencas Mediterráneas: negli ultimi 3 anni 40% uso umano, 60% irriguo, produzione 126.000 metri cubi al giorno, pannelli solari dal 2012, quasi 100% reflue urbane riciclate, sensori e goccia a goccia. Ma il reportage «Les cités durables» del Nouvel Obs è realizzato in partenariato con Veolia, stessa multinazionale contestata nelle rimunicipalizzazioni, che intervista un suo dirigente: la regione andrebbe verso -17% risorse naturali entro il 2060, con un quinto della Spagna già desertificato.
PFAS, l’inquinamento invisibile. Altro fronte: i PFAS, «forever chemicals» per il legame carbonio-fluoro tra i più forti della chimica organica. Indagine Pesticide Action Network Europe in 11 paesi: quasi tutta l’acqua dolce di fiumi e laghi e 2/3 delle bottiglie con TFA, sottoprodotto dei PFAS, sopra i nuovi limiti, 98% dei PFAS rilevati. Da gennaio 2026 UE obbliga monitoraggio PFAS totale con limite 500 nanogrammi per litro per acqua potabile, riguarda 12,5 milioni di cittadini. Francia vieta vendita, produzione e import se esiste alternativa, ma la prima bozza che includeva padelle antiaderenti è stata stralciata dopo lobbying Tefal. In Italia Greenpeace su 260 campioni in 235 comuni trova 58 molecole diverse, casi gravi in Veneto con Miteni su oltre 180 kmq tra Vicenza, Verona, Padova, e a Spinetta Marengo. Legge di Bilancio 2026 rinvia di 6 mesi limiti più stringenti.
E l’Italia? Silenzio. Prime pagine su Vannacci, legge elettorale, Report. L’acqua non entra nei talk. Eppure i numeri: riserve Lombardia -40,8% media storica secondo Osservatorio ANBI, agricoltura 55-70% consumi nel bacino del Po, perdite rete 41% media nazionale, 51% Mezzogiorno, 65,5% Basilicata, 62,5% Abruzzo, 28,8% Bolzano, solo 56% reflue trattato secondo standard, 6 procedure d’infrazione UE su potabili, Nitrati, depurazione e da gennaio 2026 Direttiva Quadro Acque.
E qui si chiude il cerchio con la Toscana: quel modello di «petrolizzazione» denunciato nel 2003 e superato a Parigi nel 2010, in Italia è ancora quello che fa pagare a Firenze 564 euro di bolletta, più cara d’Italia…


