Di cosa parliamo quando parliamo di privatizzazione dell’acqua? Non più solo di tubi e concessioni, ma di finanza speculativa globale. Lo spiega bene Alessandro Volpi in un’analisi pubblicata su Il Tirreno.
Volpi parte da un dato: la trasformazione dell’acqua in asset finanziario è il risultato di «un’architettura tecnica e contabile sofisticata coordinata, in primo luogo, da due società cardine che operano nell’ombra dei “mercati” globali: WestWater Research e Veles Water».
La prima, guidata dall’economista Clay Landry, è il principale fornitore di dati sul mercato idrico USA e si occupa di monitorare migliaia di transazioni reali sui diritti di prelievo negli stati più aridi dell’Ovest americano. La seconda, la boutique finanziaria fondata dal trader Lance Coogan, ha fatto il salto: ha creato l’algoritmo che trasforma quei dati nel Nasdaq Veles California Water Index.
È quello strumento che, dal 2020, permette al Chicago Mercantile Exchange di quotare contratti futures sull’acqua, «rendendo la pioggia o la sua assenza un valore scambiabile elettronicamente in tutto il mondo».
Qui avviene il passaggio chiave, scrive Volpi: «In pratica si è passati dalla mercificazione dell’acqua alla sua finanziarizzazione».
Un sistema che, sottolinea l’autore, «ha attirato l’attenzione di giganti del risparmio gestito e hedge fund aggressivi che vedono nella siccità strutturale un driver di profitto garantito».
A partire da Water Asset Management (Wam), che considera l’acqua «l’opportunità d’investimento del secolo», fino a colossi come BlackRock e il Gruppo Pictet, che gestiscono fondi tematici da miliardi di dollari, e banche d’affari come Goldman Sachs e Barclays.
Il meccanismo è perverso e si autoalimenta: «Più la risorsa scarseggia, più i prezzi degli indici salgono, generando rendimenti» per gli investitori, spesso superiori a quelli delle materie prime tradizionali. Una «profezia che si autoavvera».
Per Volpi il ruolo di Veles e WestWater è chiaro: aver «“cartolarizzato” la natura, trasformando l’evento climatico estremo della siccità in un segnale di trading che permette alla finanza speculativa di estrarre valore economico da una crisi umanitaria e ambientale».
E l’Italia? Nonostante il referendum del 2011 abbia sancito la natura pubblica dell’acqua, «la finanza opera attraverso la gestione delle infrastrutture e i fondi d’investimento tematici, trasformando il servizio idrico in un terreno di profitto».
Il cuore sono le quattro multiutility quotate – le big four Acea, Hera, Iren e A2A – che gestiscono gran parte della rete nazionale. In queste società «la presenza di grandi fondi internazionali è massiccia: BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, detiene partecipazioni significative in quasi tutte le utility italiane, con quote che spesso oscillano tra il 3% e il 5%, posizionandosi per drenare utili dalla tariffa idrica pagata dai cittadini».

