Gli “Stati Generali dell’Urbanistica” arrivano a giochi fatti?

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Se il confronto pubblico arriva dopo i progetti, gli Stati Generali rischiano di diventare una semplice ratifica di decisioni già prese

 

Leggo con interesse che la sindaca ha convocato gli Stati Generali dell’urbanistica. Il confronto è sempre una buona notizia, purché arrivi prima delle decisioni, non dopo. Perché, se il modello di città è già stato scelto, dalle limitazioni agli affitti brevi al via libera agli studentati e ad altri birignao, le linee della tramvia sono già progettate e la direzione è ormai tracciata, viene spontanea una domanda: gli Stati Generali serviranno davvero a discutere il futuro della città oppure a cercare di limitare gli effetti collaterali delle scelte già compiute?

Altrimenti sarebbe difficile comprenderne il senso. È un po’ come convocare il team di ingegneri dopo aver costruito un ponte instabile per chiedere come evitare che traballi. Da modesto sociologo di quartiere mi permetto una proposta. Inviterei agli Stati Generali non solo urbanisti, architetti, ingegneri e amministratori, ma anche sociologi urbani, sociologi del territorio, sociologi della sicurezza, antropologi e studiosi delle comunità locali, di cui le nostre università sono piene. E mi chiedo anche: sono stati invitati i professori universitari che queste materie le insegnano ogni giorno oppure questi professori preferiscono non esporsi? Non per fare una passerella accademica, ma per porre una sola domanda: quali conseguenze sociali produrranno, tra dieci o vent’anni, le trasformazioni che stiamo realizzando oggi? Quali studi sarebbe stato opportuno svolgere prima di progettare? Quali ipotesi avrebbero dovuto essere valutate prima di avviare interventi così invasivi? Perché progettare una città significa anche prevedere come cambieranno le relazioni tra le persone, la vita dei quartieri, il commercio di prossimità, il turismo fuori controllo, la permanenza dei residenti, il senso di appartenenza e la sicurezza.

La sociologia urbana dispone già di modelli interpretativi e di numerose ricerche su questi processi. Sarebbe interessante capire se siano stati utilizzati oppure no. A breve avremo anche un banco di prova molto interessante: la nuova tratta verso Bagno a Ripoli. Se, una volta terminati i lavori e superata la fase dei cantieri, dovessimo osservare gli stessi fenomeni che oggi descrivo, perdita di vitalità urbana, maggiore anonimato, difficoltà del commercio di prossimità e crescita della percezione di insicurezza, allora la mia ipotesi sociologica acquisterebbe forza. Se poi, negli anni successivi, gli stessi fenomeni dovessero ripresentarsi anche lungo la futura linea di Campo di Marte, avremmo una correlazione che si ripete e che un sociologo non potrebbe ignorare.

Naturalmente, se tutto questo non dovesse verificarsi, sarò il primo a rivedere la mia analisi. È così che dovrebbe funzionare ogni ragionamento scientifico: si formula un’ipotesi e la si confronta con la realtà, non con le tifoserie o il tornaconto economico. Se queste domande fossero state affrontate con la stessa attenzione riservata ai binari, ai tempi di percorrenza e alle emissioni, forse oggi avremmo meno dubbi e meno polemiche. Io non ho la presunzione di avere le risposte. Mi definisco, con un sorriso, un modesto sociologo di quartiere. Osservo, confronto, mi pongo domande e sono disposto a cambiare idea se i fatti mi smentiranno. Ma mi piacerebbe che lo stesso atteggiamento lo avessero anche coloro che progettano il futuro delle nostre città. Perché una città non è fatta soltanto di binari, cemento e infrastrutture che richiedono di abbattere alberi e modificare in profondità il tessuto urbano e sociale. È fatta, prima di tutto, di cittadini, di bimbi, anziani e svantaggiati, tutti coloro che compaiono, quando servono, nei manifesti della propaganda. La città è fatta soprattutto di umanità e di attenzione a chi la abita.

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