Insegnanti che suonano ai campanelli per “verificare” la sicurezza di una sede legale di un movimento politico: il nuovo volto dell’intimidazione ideologica
L’articolo di oggi di Repubblica Firenze ed un verbale del 2023 in nostro possesso, descrivono un meccanismo inquietante e profondamente illiberale: una rete di associazioni, circoli, sezioni ANPI, partiti di sinistra e realtà occupazionali che si mobilita non contro reati concreti, abusi edilizi o irregolarità amministrative della sede CasaPound (regolare, come ammesso dallo stesso articolo), ma contro la mera esistenza fisica e politica di un soggetto di destra in un quartiere storicamente “rosso”.
Ciò che emerge è una vera e propria campagna di pressione sociale e psicologica: insegnanti e militanti che suonano i campanelli del Q4 chiedendo ai residenti se si sentono «sicuri» con una sede legale di un partito lì vicino. Quale sarebbe il pericolo incombente? Non viene mai specificato con fatti, ma evocato con formule generiche («pericoli di tale presenza», «clima teso», «prevenire prima che la situazione precipiti»). Si strumentalizza persino una manifestazione di Futuro Nazionale / Vannacci del tutto estranea a CasaPound per alzare il livello di allarme.
Il verbale rivela il metodo: creazione di un comitato ad hoc, uso strumentale della storia e della memoria (Olocausto, Resistenza, 1921) per delegittimare l’avversario politico nel presente, petizioni che invocano la Costituzione per chiedere di fatto la chiusura di sedi sgradite, pressione sulle scuole, targhe, intitolazioni di ponti, volantinaggio porta a porta, monitoraggio delle presenze, scritte sui muri. L’obiettivo dichiarato è «accerchiarli», togliere «spazio politico», impedire proselitismo, legare CasaPound a Fratelli d’Italia per colpire più largo. Tutto mentre si lamenta la «rimozione della memoria antifascista» altrui.
È grave che insegnanti si prestino a questa forma di indagine porta-a-porta e mobilitazione ideologica. La scuola dovrebbe essere luogo di formazione critica, non di attivismo partigiano contro cittadini che esercitano diritti costituzionali di associazione e espressione (purché entro i limiti di legge). Suonare campanelli per chiedere se la gente si sente minacciata da una sede legale è un’operazione di costruzione artificiale del consenso e di intimidazione sociale: crea il clima che poi si denuncia come «teso».
In una democrazia matura, si contrasta un’idea con un’altra idea, un progetto politico con un progetto migliore, non con comitati di sorveglianza di quartiere, petizioni per la chiusura di sedi e allarmi securitari fabbricati ad arte. Il pericolo reale che traspare non è quello evocato contro CasaPound, ma quello di un antifascismo militante che, pur di combattere il nemico politico, normalizza pratiche di pressione collettiva, censura preventiva e uso distorto delle istituzioni scolastiche e culturali. Quando la «difesa della democrazia» diventa accerchiamento e richiesta implicita di scioglimento di gruppi legali, è la democrazia stessa a perdere pezzi. La libertà di dissentire, anche in modo identitario o «estremo» (purché non violento), è il banco di prova di una società aperta, non un’emergenza da gestire con rastrellamenti culturali e comitati di quartiere.
