Plures, più grande per chi? Ai cittadini e ai Comuni, oppure ai partiti?

Prese dalla pagina facebook di Plures Alia

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Perché Plures S.p.A. dovrebbe diventare sempre più grande? Per ridurre i costi, migliorare i servizi e realizzare gli impianti che mancano? O perché, insieme al perimetro industriale, cresce anche il potere politico ed economico che le ruota attorno?

 

di Filippo Boretti (architetto)

La domanda viene prima delle poltrone del prossimo Cda. La multiutility prometteva economie di scala, investimenti e una crescita sostenuta anche dalla Borsa. La Borsa è stata accantonata; non l’ambizione di aggregare altre società e altri territori.

Ma crescere non significa automaticamente diventare efficienti. La crescita può generare sovrapposizioni, nuovi costi e decisioni lontane dai Comuni. Prima di ogni nuova aggregazione, chi dimostra quanto costerà, quali benefici porterà e chi potrà fermarla se non funziona?

Plures ha ricavi miliardari e debiti ingenti. Il debito non è di per sé cattiva gestione; l’utile non è di per sé buon servizio. La prova è un’altra: quanto pagano cittadini e imprese, quali prestazioni ricevono e quali benefici tornano ai territori?

A Prato discutiamo di Tari, raccolta, spazzamento, impianti. Ma conosciamo i criteri di ripartizione dei costi fra Comuni? Un Comune è azionista, incassa dividendi e rappresenta utenti che pagano tariffe. Interessi legittimi, non necessariamente coincidenti.

Il ricorso di Plures contro Ato Toscana Centro mostra la tensione: il gestore chiede il riconoscimento di costi e investimenti, l’autorità deve verificare e regolare nell’interesse pubblico. Se la pianificazione del gestore dovesse prevalere su quella dell’ente d’ambito, a che cosa servirebbe quest’ultimo?

E veniamo ai partiti. Il Pd, protagonista della costruzione di Plures, spieghi quali vantaggi misurabili giustificano un’ulteriore espansione. FdI, che ambisce a rappresentare l’alternativa, dica quali assetti intenda davvero cambiare, anche dove amministrazioni del proprio schieramento partecipano al governo delle società pubbliche.

Non occorre inventare patti segreti: gli accordi societari sono strumenti legittimi. Ma quando i partiti si combattono nelle aule e trovano continuità negli organismi economici, è indispensabile rendere pubblici poteri, scelte e risultati. La continuità industriale non può diventare continuità incontrollabile del potere.

Prato possiede una quota importante di Plures. Eppure avere voce nelle nomine non equivale a controllare le decisioni. Servono limiti all’espansione, verifiche indipendenti, criteri pubblici per gli investimenti e responsabilità riconoscibili. Non altri osservatori (come sembra suggerire una recente mozione PD, ndr) che osservino ciò che qualcuno dovrebbe già controllare.

Una società pubblica non è automaticamente al servizio dei cittadini. E un’opposizione credibile non si misura dalle poltrone che pretende, ma dai limiti che sa imporre al potere, anche quando potrebbe esercitarlo.

Prima di fare Plures più grande, dimostrateci per chi. Con numeri, non con nomine.