Il vero cantiere serve a costruire il consenso per un’opera che ormai ha raggiunto il punto di non ritorno
Qualche giorno fa ho fatto una riflessione partendo da ciò che ci insegnano la scienza politica e la sociologia delle organizzazioni. Gli studiosi osservano che, quando una grande opera pubblica entra nella sua fase più delicata, spesso aumenta anche l’intensità della comunicazione istituzionale. Arrivano consulenti esterni, nascono tavoli di confronto, si convocano organismi partecipativi e si moltiplicano gli incontri con i cittadini. Naturalmente tutto questo dovrebbe avere una funzione tecnica. Ascoltare è importante, anche se, personalmente, credo che sarebbe ancora più utile farlo prima delle decisioni, non quando le decisioni sono ormai prese. La letteratura sulla comunicazione ci dice però che questi strumenti svolgono anche una funzione politica: servono a costruire consenso, a gestire il rischio reputazionale e, in parte, a distribuire la responsabilità delle decisioni.
Ho quindi provato a osservare Firenze e la tramvia attraverso questa lente. Negli ultimi mesi è arrivato un consulente esterno di grande esperienza per studiare la mobilità. Sono stati convocati gli Stati Generali della Mobilità, un nome che richiama il coinvolgimento dell’intera città. Si susseguono incontri pubblici e le pagine istituzionali, insieme alla stampa locale, raccontano quasi quotidianamente l’avanzamento dei cantieri. Sempre con lo stesso registro comunicativo: “Lavori spediti”, “Cronoprogramma rispettato”, “Opera fondamentale”, “Mobilità sostenibile”, “Qualità della vita”. Non sembra una comunicazione pensata per aprire un confronto, quanto piuttosto per confermare che la direzione intrapresa sia quella giusta.
Dal punto di vista sociologico questo comportamento è particolarmente interessante. Di solito compare quando il problema non è più convincere chi era contrario fin dall’inizio, ma evitare che crescano i dubbi anche fra chi fino a ieri era favorevole o semplicemente fiducioso. C’è poi un altro aspetto che mi colpisce. La giunta parla quasi sempre del futuro: “Quando sarà finita…”, “Quando entrerà in funzione…”, “Quando diminuiranno traffico e inquinamento…”. Si parla molto meno del presente, degli alberi abbattuti e dei disagi. Dal loro punto di vista è comprensibile: difendere un domani che ancora non esiste è più semplice che difendere il disagio di oggi.
A questo punto ho provato a fare un piccolo esercizio di immaginazione. Non entrando nella testa degli amministratori, cosa impossibile, ma osservandone i comportamenti. Mi sono chiesto quali possano essere le domande che accompagnano ogni riunione della giunta. Quanto durerà il malcontento? Continuerà ad aumentare? I commercianti riusciranno a resistere oppure saranno costretti a chiudere? Alle prossime elezioni i cittadini ricorderanno il caos dei cantieri oppure la città trasformata? Esiste un punto oltre il quale il traffico potrebbe diventare ingestibile? Riusciremo davvero a dimostrare che tutti questi sacrifici erano necessari?
Prendiamo Piazza della Libertà, indicata come il cuore del futuro sistema tramviario. Se quel nodo dovesse entrare in sofferenza, il problema non sarebbe più locale, ma riguarderebbe l’intera rete cittadina. Ed è proprio questo il vero nodo politico. Dopo anni di progettazione, finanziamenti, cantieri e investimenti, Firenze ha ormai superato quello che gli studiosi delle politiche pubbliche definiscono il “punto di non ritorno”. Tornare indietro non è più, realisticamente, un’opzione.
Ed è qui che, a mio avviso, cambia la domanda che accompagna le decisioni della giunta. Non più: “Abbiamo scelto la strada giusta?”, ma piuttosto: “Come facciamo ad arrivare in fondo senza perdere la fiducia dei cittadini?” Forse è proprio questa domanda che spiega la moltiplicazione delle rassicurazioni, il ricorso a un superconsulente, la convocazione degli Stati Generali della Mobilità, gli incontri pubblici e i continui comunicati.
È qui, a mio avviso, che emerge la vera vulnerabilità del progetto. Quando una grande opera supera il punto di non ritorno, ogni criticità tecnica diventa inevitabilmente anche una criticità politica e un problema di consenso. Ed è proprio in quel momento che la comunicazione istituzionale cambia tono. Racconta sempre meno il presente e sempre più il futuro. Perché il futuro non serve soltanto a descrivere ciò che verrà: serve anche a difendere le scelte di oggi.
Il presente chiede di essere spiegato. Il futuro chiede soltanto di essere creduto e allora invito i fiorentini, indipendentemente dalla fede politica, prima di credere, di provare a passare da Piazza Beccaria e ammirare i lavori in corso, così tanto per farsi un’idea.
