Un brutto 25 Aprile

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Firenze celebra la Liberazione, ma due brutti episodi ce ne fanno dimenticare il significato. La memoria violata e il potere che si fa prepotenza: due verità scomode per una città che si vuole medaglia d’oro della Resistenza

 

Le parole della sindaca Funaro sono arrivate puntuali, come ogni anno. Il 25 aprile come bussola, come monito, come appello alla responsabilità. «Essere antifascisti significa stare dalla parte della Costituzione, della libertà, della dignità di ogni persona», ha detto, e nessuno può obiettare nulla — né sulla forma, né sulla sostanza. Eppure, mentre le cerimonie si svolgevano in pompa magna come d’abitudine, due fatti di segno opposto si consumavano in questa nostra povera Firenz. Due fatti sufficienti a ricordare che il presente — con le sue miserie, le sue ipocrisie, i suoi rancori — non concede pause nemmeno il 25 aprile.

Il primo è una storia di violazione reiterata. La targa dedicata a Norma Cossetto — studentessa istriana barbaramente assassinata e gettata nelle foibe, poi insignita della Medaglia d’Oro al valor civile — è stata vandalizzata per la terza volta dall’inizio dell’anno. A questo punto è chiaro che non si tratta di un atto di goliardia, né una bravata adolescenziale: è un gesto che ogni volta si ripete con ostinazione, e stavolta compiuto nel giorno in cui la città si raccoglie per ricordare la liberazione dal fascismo. L’assessora Caterina Biti ha parlato apertamente di chi vuole «violentare la memoria» di questa donna e, attraverso di lei, di migliaia di vittime di una delle pagine più buie della storia, promettendo che la targa sarà ripristinata ogni volta. Ma com’è possibile che nel 2026, in una città che si fregia della medaglia d’oro per la Resistenza, qualcuno si senta autorizzato — e impunito — a cancellare il nome di una ragazza innocente, nel giorno esatto in cui la Repubblica celebra la libertà?

Il secondo episodio ha un sapore forse ancora più inquietante, perché non viene dai margini della società ma dalle sue istituzioni. Il presidente del Quartiere 5, Filippo Ferraro, è nuovamente finito al centro di una tempesta politica per dichiarazioni rese in un video nel quale racconta di aver condotto, assieme agli uffici dell’amministrazione, controlli tecnici sulla nuova sede di Futuro Nazionale con lo scopo di farla chiudere, e poi, con tono vagamente tra il serio e lo scherzoso, ha dichiarato «Poi se ci si mette d’accordo una sera si va a far qualcosa…».  Un’allusione che le opposizioni — da Fratelli d’Italia alla Lista Schmidt, dalla Lega a Forza Italia — non hanno esitato a definire una forma di istigazione, chiedendone le dimissioni immediate.

Due fatti, un solo filo conduttore: il disprezzo per le regole democratiche condivise. Da un lato chi calpesta la memoria delle vittime — di tutte le vittime — per affermare un odio tribale che non merita il nome di politica. Dall’altro chi usa la leva istituzionale come clava contro gli avversari politici, e quando quella leva si spezza, allude alla piazza come soluzione. In entrambi i casi, è la democrazia che perde.

La sindaca Funaro ci dice che «la democrazia va difesa». Ha ragione. Ma difenderla significa anche avere il coraggio di guardare dentro casa propria, senza sconti, senza la comodità di indicare sempre e solo un nemico esterno. Significa pretendere che chi amministra una porzione di città rispetti, prima di chiunque altro, le regole che quella democrazia ha prodotto.

Firenze, medaglia d’oro per la Resistenza, ha celebrato oggi il suo 25 aprile. Lo ha fatto con i discorsi, con i fiori, con la retorica necessaria delle ricorrenze. Ma dietro i cerimoniali, qualcosa si è rotto ancora una volta. E’ questa la democrazia per cui si è combattuto?