Tra pini e tigli abbattuti, ecco gli alberi che Firenze non conta: lo studio di Italia Nostra sul verde perduto lungo la tramvia 3.2.1. Dal Lungarno Colombo ai Giardini Caponetto: il catalogo dello “sfregio verde”
Nel pieno dell’estate più rovente, mentre Firenze mappa le proprie “isole di calore” e mette in cantiere la depavimentazione di piazze che ha finito di lastricare pochi anni fa, arriva un documento che prova a rimettere in fila i conti del verde perduto. La sezione fiorentina di Italia Nostra ha pubblicato il 10 luglio un lungo testo di Barbara De Cesare — da anni impegnata nella tutela del verde urbano e dell’avifauna — undici pagine corredate di fotografie e di riscontri puntuali.
L’articolo, «Lo sfregio al volto verde di Firenze», documenta con dovizia di dettagli come gli alberi persi in città — soprattutto lungo il cantiere della tramvia 3.2.1 Libertà–Bagno a Ripoli — saranno molti di più di quelli messi ufficialmente a bilancio. E sostiene che la stessa amministrazione che promette di combattere le isole di calore continua, cantiere dopo cantiere, a produrne di nuove. La chiave di lettura l’autrice la offre subito: quella delle “riqualificazioni ambientali” è la stagione che tutto rinnova e riprogetta e niente restaura né conserva — che sostituisce il grande albero adattato con la pianticella da vivaio, e il parco maturo con il giardino da rendering.
Il filo è noto a chi segue la vicenda: la “furia delle motoseghe” sui grandi alberi in nome di una sicurezza presunta che poggia su perizie spesso tecnicamente infondate; la sostituzione di esemplari maturi e adattati con pianticelle da vivaio ad alta mortalità; la trasformazione di interi tratti in nuove isole di calore. Fin qui, una denuncia che noi su LFCV abbiamo documentato più volte. Ma il testo si spinge oltre e contesta la contabilità. Sostiene infatti che l’ammanco reale di alberi non fosse contemplato nel “Quadro di insieme numerico” divulgato a suo tempo per la linea 3.2.1 — sempre presentato come certo e definitivo — e che le perdite lungo il percorso saranno molte più delle 484 dichiarate, sommando abbattimenti diretti, indiretti, accessori, imprevisti e quelli che verranno a medio-lungo termine dai danni agli apparati radicali. È una critica di metodo al bilancio arboreo del Comune.
Questo il catalogo dello “sfregio verde”: il doppio filare di quindici tigli spazzato via allo sbocco dell’Affrico; i pini del Lungarno Colombo che avevano retto al fortunale del 2015, oggi rasi al suolo; i Giardini Caponetto sul Lungarno del Tempio — che andavano restaurati, dice, dopo anni di incuria, e sono invece stati “riqualificati” in “città dei bambini” per 357 mila euro, con muretti di cemento, “effetto spiaggia” e nuovi alberi di specie aliene al contesto. E poi il punto più drammatico: il ponte Giovanni da Verrazzano. Ovvero, si taglia, si esegue, e solo a fine “esecuzione” ci si chiede se il ponte reggerà il tram. Del resto il disciplinare della super perizia affidata dal Comune all’ingegner Morano contempla apertamente anche la demolizione totale o parziale dell’impalcato del 1970, e a fine giugno i primi esami parlavano di “lavori importanti”, con corrosioni e fessurazioni e verdetto atteso entro fine luglio.
Ma gli alberi non servono soltanto contro il caldo. De Cesare ricorda che i grandi alberi stradali sono alleati naturali anche contro l’inquinamento atmosferico, e che vengono rimossi proprio dove servirebbero di più, per un rischio giudicato inaccettabile “sulla base di perizie non contestabili, anche quando tecnicamente infondate” — legato, sostiene, più alla presenza di “bersagli umani” che alla reale stabilità delle piante. Così cadono le grandi chiome anche dai viali più rappresentativi e dai corridoi ecologici della rete verde, destinati — scrive — a diventare “sempre più corridoi e sempre meno ecologici”. Poi “la Grande Opera ha chiamato”: un intervento ritenuto tanto poco invasivo da non richiedere nemmeno una Valutazione di Impatto Ambientale, che — nota l’autrice — ne avrebbe potuto pregiudicare la fattibilità. Migliaia di alberi adulti tagliati e giustificati dalla promessa di reimpiantarne molti di più — il Comune dichiara un saldo finale di 824 piante in più, da 1.469 a 2.294 (La Nazione) — ma un albero appena uscito dal vivaio, obietta, non è una chioma matura, e l’ombra promessa arriverà tra una quarantina d’anni.
Nel frattempo, denuncia, la continuità dei filari monumentali è interrotta dai lunghi vuoti delle fermate, spuntano i pali in pieno centro storico e le reti che “ingabbiano i cieli” intrecciandosi pericolosamente alle fronde dei sopravvissuti, capitozzati o meno: uno “sventramento” in nome di un rinnovo di cui, a suo dire, Firenze non aveva bisogno. E di ciò che accompagna i cantieri non si parla — dei disagi, della congestione del traffico ai lati del tracciato (l’autrice cita un picco del +110% e una velocità media di 15 km/h rilevati dal TomTom Traffic Index dell’aprile 2026), del conseguente aumento delle emissioni e delle difficoltà di transito per i mezzi di soccorso. Al capitolo del ponte da Verrazzano affianca quello del nuovo ponte intitolato alle sorelle Nencioni, costruito per il traffico automobilistico e — sostiene — invasivo persino dell’alveo del fiume, proprio in mezzo a un’area verde tra Bellariva e l’Anconella.
Il testo torna a lungo sul Lungarno Colombo: un’area ormai privata di gran parte delle sue chiome e trasformata in una nuova, estesa isola di calore, in contrasto — annota — con le prescrizioni della Nature Restoration Law dell’agosto 2024 e con lo stesso obiettivo dichiarato di combatterle. Lì lo storico delle immagini di Google Earth documenterebbe la perdita di copertura arborea; e alcuni residenti, scrive, starebbero addirittura cercando casa altrove, non reggendo il cambiamento forzato del contesto. A preoccuparla ora è l’ipotesi di un parcheggio per cento vetture lungo l’Arno, all’inizio dei giardini del Lungarno del Tempio, a compensare i posti auto persi lungo la 3.2.1 — posti presentati come decisivi per “le esigenze dei residenti”, quando la prima esigenza, replica l’autrice, sarebbe stata tutelarne la salute.
Il caso su cui si sofferma di più è però quello dei Giardini Caponetto. Andavano restaurati dopo anni di abbandono — siepi mancanti lungo l’argine, transennamenti lasciati per anni, grandi alberi persi e mai sostituiti — e sono stati invece “riqualificati”: grandi cerchi e tracciati a raggiera, muretti di cemento, piazzole con la sabbia per un “effetto spiaggia”, un “giardino da rendering” che stride con la naturalità precedente. Spesi 357 mila euro, ricostruita e ampliata “la città dei bambini” dove c’era già un parco giochi soddisfacente; ventinove alberi “in più” difficili da far quadrare, dato che nel 2022 il consorzio di bonifica aveva già effettuato una cospicua “rimonda” di grandi piante, e per giunta di specie aliene al contesto (sorbo, corbezzolo, melograno, pero, melo). Una lunga striscia dei giardini è stata sostituita da una pista ciclabile asfaltata; e i lavori, che avrebbero dovuto svolgersi tra settembre e gennaio, sono stati eseguiti da gennaio ad aprile, in piena stagione riproduttiva dell’avifauna — un punto su cui l’autrice, che di uccelli si occupa da anni, insiste in modo particolare.
La chiusa riporta il discorso al paradosso di partenza: mentre si continua a esibire la “grande guerra alle isole di calore” e si annunciano piani urgenti di depavimentazione per aree roventi — oltre 60° al suolo — anche di recente realizzazione, come Largo Annigoni e Piazza Bartali (2018), sarebbe bastato, sostiene De Cesare, non pavimentare tanto sin da subito e risparmiare i grandi alberi, invece di doverne oggi rincorrere l’ombra mappando “isole di sopravvivenza” contro quelle “di calore”, o “di fuoco”, perché di caldo si continua a morire. Neppure la scelta di tingere di verde, e non di grigio, le pensiline della tramvia lungo i viali del Poggi la consola: quei filari, ricorda, sono “quelli rimasti dopo lo sterminio di centinaia di piante”. E il testo si chiude con un avvertimento: i vuoti restano e resteranno, come lo sfregio a una città d’arte e alla sua memoria, “a spregio di tutti i vincoli esistenti” e, soprattutto, del buon senso di quanti ancora riescono a indignarsi.

