L’inaugurazione, alla presenza della sindaco, trasforma la verniciatura multicolor nel tappeto sotto cui nascondere le magagne
Da Palazzo Vecchio si sono mossi la sindaco Sara Funaro, l’assessore alle attività produttive Jacopo Vicini e l’assessore Andrea Giorgio: strette di mano, selfie e sorrisi di circostanza per i commercianti di via Pacinotti, che nel frattempo fanno i conti con incassi più che dimezzati a causa del cantiere del Ponte al Pino.
Il risultato? Una strada “arlecchino”, ultimo esperimento di rigenerazione urbana che, nelle intenzioni, vorrebbe richiamare le superilles di Barcellona.
“Esprimiamo soddisfazione per questa nuova fase”, ha dichiarato Francesca Conti Turchi, presidente del Centro commerciale naturale di via Pacinotti, dimenticando in un attimo disagi e difficoltà che, dopo chiusura del Ponte al Pino con gli imminenti cantieri per la tramvia, rischiano di segnare una fase ben più drammatica per l’intera zona.
“La nostra richiesta iniziale era la pedonalizzazione completa della strada; dal confronto con l’amministrazione è nata una soluzione intermedia, con nuovi spazi pedonali, marciapiedi, alberature e interventi di riqualificazione urbana. Apprezziamo inoltre la disponibilità degli assessori, che hanno accolto richieste e suggerimenti dal territorio. Adesso è il momento di fare squadra”.
Parole che parlano di rilancio, eventi, aperture straordinarie, musica dal vivo e notti bianche. Ma che si scontrano con una realtà ben diversa.
L’aspetto estetico della “via Pacinotti arlecchino” non convince.
È vero: i fiorentini sono notoriamente critici. Ma quel mix di lilla, arancione e giallo, steso davanti a palazzine eleganti di primo Novecento, lascia più di una perplessità.
A difendere il progetto è Antonio Bagni, architetto e ideatore dell’intervento e già ideatore del Lumen di Rovezzano che ha provato a spiegare la bontà di una scelta dichiaratamente ispirata alle superilles di Barcellona.
Una “provocazione”, la definisce lui. Ma forse, proprio per questo contesto, una provocazione azzardata.
E qui il confronto diventa inevitabile.
Il progetto di Campo di Marte viene presentato come un modello capace di “restituire spazio alle persone” con “marciapiedi più ampi, nuove alberature, aree verdi e maggiore vivibilità.” Ma le superilles catalane sono tutt’altra cosa.
A Barcellona si parla di interi isolati urbani – non di una singola strada – in cui il traffico di attraversamento viene eliminato, le auto relegate ai margini e lo spazio restituito a pedoni, ciclisti, verde e vita sociale.
Il primo esperimento, nel 2016, nel quartiere di Poblenou, è stato poi esteso ad altre aree come Sant Antoni, Horta, Hostafrancs e La Maternitat i Sant Ramon: quartieri popolari e ampi, non certo una via isolata inserita in un tessuto urbano già congestionato.
Il principio è chiaro: meno auto, più qualità della vita. Ma anche lì non mancano le critiche, tra chi denuncia lo spostamento del traffico nelle strade limitrofe e la riduzione dei parcheggi senza soluzioni alternative.
Trasportato a Firenze, però, il modello appare ridotto a una versione estetica perché in via Pacinotti le auto continuano a passare anche se in misura ridotta e soprattutto i bus che sfiorano i tavolini e le “nuove alberature” si riducono, nei fatti, a piante nei new jersey e a qualche vaso posato qua e là.
Il risultato è un ibrido: né vera pedonalizzazione, né reale riorganizzazione del traffico.
E mentre da una parte del ponte in rifacimento si parla di rigenerazione urbana, dall’altra – a pochi metri di distanza, tra piazza Vasari e via degli Artisti – si concentrano camion e materiali del maxi cantiere e commercianti e residenti dimenticati oltrechè isolati.
Due pesi e due misure, nello stesso quartiere?
Resta allora una domanda: questa è davvero rigenerazione urbana o solo un’operazione di maquillage?
Perché se il modello è quello delle superilles, qui siamo lontani anni luce e se invece si tratta solo di ridipingere una strada, allora il rischio è che sotto la vernice restino intatti tutti i problemi compreso quello di considerarlo pericolosamente un ulteriore passo verso il pericoloso obiettivo della “città a 15 minuti” in perfetto stile cinese.
Meditate, fiorentini, meditate.
