È stato il mio babbo

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di Gianni Bonini (già Presidente di Fiorentinagas e Delegato per l’Italia nel Governing Board del CIHEAM)

Vent’anni fa ci lasciava Osvaldo Bonini, mio padre. Quadro tecnico della Selt-Valdarno e dell’Enel, della generazione che ha ricostruito l’Italia. Dalla Toscana al Trentino nel dopoguerra a rimettere in sesto le centrali elettriche quando ancora le autostrade erano di là da venire. D’inverno e d’estate, in treno oppure in auto su per la Futa, la Cisa, la statale del Brennero. Il Buccellato ed il Pandoro con cui tornava a casa erano autoctoni. A dormire nelle locande che il tempo ha portato via a Castelnuovo Garfagnana, a Bussolengo, a Fiera di Primiero, a Feltre, a Rubiera, a Piombino.

Custode del patrimonio familiare ci ha insegnato la parsimonia ed il rispetto per gli altri senza lasciarsi trasportare dal pietismo parolaio di moda. Gli piaceva stare coi figli e sapeva giuocare. Non sopportava gli azzardi, credeva nella competenza e nel merito. Virtù che, orfano di padre a 10 anni e poi in collegio, ne hanno un po’ frenato la carriera, non l’amore per il lavoro. I suoi amici erano i colleghi: il Matassini, il Bonciani, il Palmerani, presenze fisse nei discorsi a tavola, come il cane del Pappaio, trattoria che esisteva davvero in via Corridoni vicino al Servizio Misure e Prove, che lui mimava per far mangiare la sorellina.

Pudico nei sentimenti, non avaro. Un bel matrimonio con Vienda, il nome della sposa promessa della Figlia di Iorio la tragedia del Vate prediletta da mio nonno, celebrato da Don Brilli, durato quasi sessant’anni. Una unione normale al centro di una rete di relazioni familiari con la loro liturgia a Natale ed a Pasqua.

Pochi i grilli nella testa, si doveva studiare, lo studio come crescita sociale ed anche il calcio, immensa passione, veniva dopo. Le tentazioni rispedite al mittente. Qualche volta riparando ai miei guai mi ha accusato di essere un legno torto, bella espressione desueta; ero solo un ragazzo. Lui non aveva niente del legno torto ma non sopportava i soprusi, quelli che lo avevano portato a militare nella Resistenza jugoslava, ma non con i connazionali della compagnia aggregata.

Partigiano dopo l’8 settembre contro gli occupanti tedeschi in Jugoslavia, non ha mai perduto i legami con i compagni serbi che lo hanno ricambiato con eguale affetto.

Patriota, il suo Diario di guerra in presa diretta di una scrittura geometrica ed icastica, una prosa cesariana, è un documento di geopolitica, che, grazie all’amore delle mie due sorelle, ha meritato i riconoscimenti ottenuti a partire dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Tifoso viola già con Petrone, una giovinezza sulle colline di San Martino a Mensola con Giorgio Albertazzi. Entrambi insieme a mia madre esordiranno in teatro a Settignano ne L’Allegro Principe. Era la primavera del 1942. Li separerà la guerra.

Di famiglia originaria del Mugello era innamorato di Firenze e della sua modernità: la stazione di SM Novella, lo stadio con le scale elicoidali di Nervi ed il prato del Materassi, il Sanatorio di Pratolino, lo Stibbert, la Festa del Grillo, il Parterre e la Mostra dell’Artigianato, la Firenze-Mare. E poi il Marchese Ridolfi, Julinho, Sarti, Cervato, Fulvio Bernardini, i Farabullini, il Grillo canterino, Hidegkuti, Hamrin, Maschio, De Sisti. In Politica Gronchi, Fanfani e Saragat, Craxi. Gli piacevano Totò, Sordi, Gassmann, De Sica ed Eduardo, Lelio Luttazzi, Mina e Walter Chiari, Paolo Stoppa e Rina Morelli, Anna Proclemer, la Compagnia dei giovani di De Lullo e Giorgio alla Pergola preferibilmente. L’Idiota di Dostoevskij vide tutta la famiglia schierata davanti al televisore. Un debole per Salgari e per Il vagabondo delle stelle di Jack London.

Non si può dire lo stesso di Togliatti che era causa di saltuari litigi col nonno, primo Presidente nel 1946 della ricostruita Casa del Popolo ed uno degli ultimi scultori-ornatisti di Settignano; i due si stimavano e la cosa finiva lì, erano tempi di grandi contrapposizioni ideologiche.

Finì per iscriversi negli anni ottanta alla sezione settignanese del PSI, come il mio grande amico Silvio Betti, sommo protagonista della cultura della locale Misericordia, e colse subito l’attacco reazionario volto allo smantellamento dell’economia mista pubblico-privata, cuore dello Stato sociale.

Archivista impareggiabile, dotato di una manualità pragmatica, pioniere informatico, divoratore televisivo onnivoro di film, specialmente gli western tipo Ombre Rosse, e di documentari a sfondo storico. Non ci perdevamo una puntata di Aria del XX secolo ma neanche di Disneyland.

A lui penso quando rileggo Padre di Camillo Sbarbaro.

Riposa al Cimitero di Settignano nel bel sepolcreto voluto da Antonio Lumini, l’amato suocero.

Ai figli ed ai nipoti l’onore di mantenere viva la bella storia della sua vita.

È stato il mio babbo.